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Me and you everyone we know

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Rassegna cinematografica

Teatro Auditorium Supercinema di Chieti
Via Spaventa, 30/34 – 66100 Chieti
Tel. 0871 40 14 60

“i giovedì d’Autore” è una rassegna cinematografica con appuntamenti riservati ai film di qualità esclusi dai circuiti commerciali con particolare riferimento al cinema italiano ed europeo.

giovedì 2 marzo 2006
 orario proiezioni: 18.00 – 20.30 – 22.30
Ingresso € 4,00
soci A.C.M.A.
€ 3,00.
Nei giorni di Rassegna sarà allestito un Punto Tesseramento

Rassegna cinematografica

giovedì 2 marzo 2006: Me and you everyone we know di Miranda July

 

 

 

 

SCHEDA del Film

Titolo originale: Me and you and everyone we know
Anno: 2005
Regia:   Miranda July
Produzione: Gina Kwon per Ifc Films, Filmfour; Holly Becker (produttore esecutivo), Mary Prendergast, Suzi Yoonessi (produttori associati); Mike Crawford (line producer)
Distribuzione: Fandango
Durata: 91
Origine: Usa
Genere: Commedia
Interpreti:
John Hawkes (Richard Swersey), Miranda July (Christine Jesperson), Miles Thompson (Peter Swersey), Brandon Ratcliff (Robby Swersey), Carlie Westerman (Sylvie)
Soggetto: Miranda July
Sceneggiatura: Miranda July
Fotografia: Chuy Chavez
Musiche: Michael Andrews
Montaggio: Andrew Dickler, Charles Ireland
Scenografia: Aran Mann
Costumi: Christie Wittenborn
Formato: 35 Mm – Sony Hdw-F900 Cinealta
Uscita in Italia: Dicembre 2005
Sito ufficiale: www.meandyoumovie.com
Sito italiano: http://www.fandango.it/default.asp?idlingua=1&idcontenuto=993

Sinossi:

Christine Jesperson è un’artista, ma nelle sue ore libere, per guadagnare qualche soldo, fa l’autista a persone anziane. Spigliata e allegra, nella vita come nell’arte, mescola realtà e immaginazione. Richard Swersey lavora in un negozio di scarpe, ha alle spalle un matrimonio finito da poco, deve fare i conti con la solitudine e con due figli da allevare. Un giorno si trova davanti Christine, ma …

Trama: Me and You and Everyone We Know è l’analisi penetrante e poetica di come, nel mondo d’oggi che tende all’isolamento, la gente debba lottare per entrare in contatto con gli altri.
Christine Jesperson (Miranda July), è un’artista solitaria e una guidatrice di “Eldercab”, che usa la sua arte per concretizzare le sue aspirazioni e per avvicinare a sé gli oggetti del desiderio.
Richard Swersey (John Hawkes), un commerciante di scarpe nuovamente single e padre di due ragazzini, è pronto ad affrontare qualunque cosa strana possa accadere. Ma quando incontra l’affascinante Christine, entra nel panico. La vita non è così contorta per Robby, il figlio di sette anni di Richard, che intrattiene una scabrosa storia d’amore con un estraneo su internet, e per suo fratello Peter di quattordici anni che riceve denaro dalle ragazze del vicinato per prepararle al loro futuro amoroso e matrimoniale.

Nel mondo moderno di July, l’ordinario è trascendente e le persone comuni si trasformano in splendidi personaggi che esprimono i loro più intimi pensieri, agiscono seguendo impulsi segreti e vivono momenti di grande umanità che alle volte rasentano il surreale. Cercano l’unione attraverso percorsi tortuosi e talvolta redentori che li mettono in comunicazione con qualcun altro nel mondo.


Critica:

“Pare che sia nata una bella promessa: Miranda July. Artista versatile e attiva su molti fronti, dalla scrittura alla radio alle performance musicali, nasce cineasta (sceneggiatrice, regista e attrice: in ‘Me and You’ è tutto) dal vivaio Sundance. (…) Siamo davanti a un piccolo film molto personale come poteva essere un debutto ai tempo d’oro della nascente Nouvelle Vague francese o dell’inglese Free Cinema. Un originale contenitore minimalista, sentimentale e comico contemporaneamente, dove si mescolano le moderne stravaganze e paure di contatto umano. (…) Anche i passaggi più scabrosi sono serviti con un sorriso leggero, che sdrammatizza pur non occultando l’inquietudine di fondo di un’umanità isolata e spaventata. L’ordinario e il magico delle aspettative, il comune e l’eccezionale di ciascuna personalità.”

Roberto Nepoti, la Repubblica


Recensioni:

Una moglie-madre nera se ne va di casa, il marito bianco si dà fuoco a una mano. Lo spettacolo meraviglioso del tramonto in una bella fotografia. Ragazzi tutti vestiti di nero discutono di realismo e onirismo. Bambini dialogano con amici di Internet su possibili esperimenti di cacca. Un vecchio addolorato: «Helen mi ha lasciato, dice che morirà questa settimana». Un ragazza che corteggia il commesso di un negozio di scarpe. Due bambine che pagano un coetaneo nero perché permetta loro di esercitarsi sessualmente. Un bambinetto nero.
Vorrebbe essere un universo, Me and You and Everyone We Know (Io, tu e tutti quelli che conosciamo) di Miranda July. Un mondo di quartiere popolato soprattutto di vecchi e bambini soli che non sapendo cosa fare ne fanno d’ogni genere:

divertenti, patetici, buffi, ribaldi, cercano modi per comunicare con gli altri. Un po’ infantile e un po’ senile è come loro la ragazza protagonista (è la regista), bella, fragile, pallida e sfacciata quanto le modelle magre all’ultima moda, che riesce con la sua tenacia ad avere una storia d’amore.  Molto sensibile e spiritoso, il film vincitore della Camera.d’Or all’ultimo ferstival di Cannes, del premio della giuria al Sundance 2005 e di altri premi, conserva un tocco dilettantesco che lo rende simpatico e insieme stucchevole.Miranda July è un’artista all’americana (scrive prosa e versi, realizza performances, opere radiofoniche e film, recita in palcoscenico, canticchia). È stata aiutata dal Sundance Institute a figurare come regista, sceneggiatrice, protagonista di questo film nel quale sembra con facilità di poter intuire certi tic autoindulgenti: presenza magari fuggevole di amici e parenti, versetti della propria cara infanzia, foto dell’innamorato sulla parete, bambola d’epoca poggiata sul letto, canzoni che ricordano tante cose. Quando avrà acquistato maggior controllo, Miranda July sarà certo più brava: per ora è alla moda.
Lietta Tornabuoni
La Stampa


Un microcosmo di vita provinciale americana. Si comincia con una moglie aggressiva e di colore che pianta in asso un timido marito di pelle bianca, Richard, dividendo con lui due figli piccoli, di sette e quattordici anni, anch’essi di colore e con i capelli crespi. Poi si incontra Christine che conosce Richard nel negozio di calzature dov’è commesso e ne è attratta. Ricambiata, certo, ma con modi così impacciati che quasi si sente respinta. Poi vi sono i giochi pericolosi dei due bambini, il più piccolo pronto ad addestrarsi all’erotismo tramite internet, il più grandicello lasciandosi sessualmente adescare da due ragazzette disinibite solo un po’ più grandi di lui. Si aggiungano la scontrosa titolare di un’impresa dove Christine tenta invano di presentare la sua attività artistica nel campo audiovisivo e un anziano pensionato che, dopo essere finalmente

riuscito a unirsi a una coetanea che ha amato a distanza tutta la vita, se la vede morire quasi tra le braccia, dopo esserne stato lasciato per timore che soffra. Come dice il titolo: «Io e te e tutti quelli che conosciamo». Un va e vieni di persone, però, che non tutte si conoscono tra loro, anche se, qua e là le loro vite si costeggiano o si intrecciano. Si è incaricata di reggere le fila di tutti questi personaggi, esordendo nella regia del lungometraggio, un’artista multimediale, Miranda July (qui anche attrice nella parte di Christine), abbastanza nota nel campo dei cortometraggi e anche, appunto, per certe imprese multimediali a livello, spesso, della radio. Il clima, pur tendendo alla quotidianità, ogni tanto approda al surreale con personaggi strambi, vicende che si intersecano senza approdare, volutamente, a vere soluzioni, gesti e situazioni rappresentati ora con partecipazione ora con distacco. La storia più o meno sentimentale fra Richard e Christine è la più convincente: per i suoi toni sospesi e intenzionalmente non risolti, per il disegno caldo di quei due caratteri così dissimili e pure, per qualche tempo, uniti dall’empito dei sentimenti. Egualmente convincente, pur dato quasi di sfuggita, l’episodio dell’anziano e del suo malinconico amore in tarda età, mentre lasciano decisamente interdetti i «giochi proibiti» di quei bambinetti che rasentano in qualche momento il fastidio. Il film, recitato da tutti con sincerità, ha vinto la scorsa primavera a Cannes il premio per l’opera prima, la Caméra d’or, vincendo, qua e là, anche altri premi. Io comunque non glieli avrei assegnati.
Gian Luigi Rondi Il Tempo


Vale la pena fermare l’attenzione su un piccolo film americano che si è azzardato a uscire da noi durante le feste natalizie, quando per tradizione i generi trionfanti sono il blockbuster hollywodiano, il cinema per bambini e la smaliziata commedia all’italiana. Costato pochissimo, interpretato da attori per nulla noti a partire da Miranda July, regista esordiente e protagonista, Me and You and Everyone We Know (vincitore della Caméra d’or a Cannes 2005) ha corso il rischio di sparire dalla programmazione nel giro di pochi giorni, schiacciato com’era dal peso di King Kong, dalla poetica fantasia della favola multimiliardaria Narnia, dalla comicità scanzonata di Natale a Miami, dall’umorismo grintoso di Vizi di famiglia. Invece la pellicola fragile e stilizzata si è ritagliata un valido spazio di nicchia e fra i simpatizzanti c’è chi giura che, per il dono raro di parlare il linguaggio delle emozioni, il vero film di Natale è questo.

Sullo schermo si svolge un girotondo esistenziale che coinvolge una comunità di vicini di casa, i «tutti quelli che conosciamo» del titolo, ovvero un gruppetto di persone alle prese con i consueti problemi di solitudine. Da una parte c’è il venditore di scarpe Richard che soffre per il fallimento del matrimonio e teme di essersi alienato l’affetto dei figlioletti, i quali si difendono isolandosi da lui e trascorrendo ore intere a fare sesso on lime: il quattordicenne Peter per scherzo e con qualche cognizione di causa; il piccolo Robby, coprofilo in completa innocenza, per emulare il fratello maggiore.Dall’altra c’è «l’autista per anziani» Christine, single dalla sensibilità vulnerata e aspirante videoartista (come la July), che un giorno compra da Richard un paio di scarpe rosa e capisce che è l’uomo giusto. Su questi personaggi e altri tutti più o meno sull’orlo della crisi e della trasgressione – fra cui due adolescenti smaniose di verificarsi nella fellatio – la July getta uno sguardo fresco e affettuoso che, mettendo l’accento in chiave dolceamara sulle pulsioni dei sentimenti, ne neutralizza ogni eventuale componente morbosa.
Alessandra Levantesi La Stampa


Comunicare, dialogare non è mai stato così facile. Viviamo nell’era della comunicazione. Eppure, nonostante l’infinità di mezzi a disposizione, aumenta l’isolamento, la capacità di condividere sentimenti veri. Così, Christine realizza le sue opere d’arte in modo singolare, si tratta di fotografie con un paio di persone alle quali lei applica dei dialoghi che registra solitaria con amorevole cura. Forse è anche un modo per cercare di superare il suo stesso isolamento. Perché il suo lavoro di artista non è riconosciuto. Perché campa facendo da autista a persone anziane. Perché non ha qualcuno con cui condividere la propria vita. Questo almeno sino a quando non rimane folgorata da Richard. Che non è un principe azzurro, ma un commesso. Lavora al reparto calzature di un grande magazzino, si è separato dalla moglie, ha un paio di rampolli da gestire, uno adolescente e uno più piccino. E l’uomo rimane spiazzato dall’atteggiamento di Christine.

È impreparato di fronte a quel che sembrasuona come una dichiarazione esplicita. Ormai queste cose si fanno solo chattando in rete dove chiunque, dietro pseudonimo, instaura chiacchiere erotiche con sconosciuti. Con il dubbio che l’interlocutore possa essere altro da quel che dichiara di essere. Può addirittura capitare che una matura signora dia un appuntamento al buio, inconsapevole di doversi incontrare con un bimbo di sette anni che le ha curiosamente sollecitato inconsuete fantasie erotiche. Ci sono anche bimbe che vivono come se la vita fosse una favola quotidiana, preparando il corredo matrimoniale. Altre ragazzine provocano invece un adulto, salvo fare tra loro un test di sesso orale per stabilire chi sia più preparata in quella tecnica. Alla fine tutti cercano qualcosa o qualcuno cui aggrapparsi, pur tra mille timori. Il film d’esordio di Miranda July questo racconta: la speranza. Ma non si tratta di un film zuccheroso, siamo nel terreno di coltura del cinema indipendente, con tipologie che somigliano a quelle che si incontrano nel mondo reale. È la rappresentazione che li trasforma in personaggi, capaci di grandi slanci e piccole cattiverie, sempre costretti a valutare il gap tra sensazioni provate e imposizioni sociali, affettive, comportamentali. July non ha la causticità di Todd Solondz, ma non trascura la sua lezione, solo la modifica con un punto d’osservazione diverso, forse più femminile, o forse solo con diversa sensibilità. Del resto Miranda arriva all’esordio nel cinema attraverso un percorso creativo singolare e importante. È un’artista, come Christine, il personaggio che interpreta, suoi cortometraggi e sue opere hanno fatto bella mostra al MoMa e al Whitney Museum, ha realizzato sceneggiati radiofonici, è abituata a dare voce ai suoi personaggi quindi il cinema le è sembrato un approdo naturale, affinato in termini di sceneggiatura al Sundance Institute. Lì ha dovuto lei stessa confrontarsi, prendere gli elementi della sua storia, i caratteri che aveva immaginato per dialogare, per farli conoscere agli altri che le avrebbero dato suggerimenti e incoraggiamenti prima che il progetto diventasse film. E alla fine sono piovuti i premi, un po’ dappertutto, dal Sundance, dove il film ha debuttato, passando per Los Angeles, Philadelphia e Cannes, dove ha ottenuto la camera d’oro per l’opera prima. Non bisogna però lasciarsi trascinare dall’entusiasmo, il suo è un lavoro delicato, fragile, l’eccesso di entusiasmo nell’approccio potrebbe arrivare a guastare il gusto e la freschezza che il film innegabilmente possiede. Si tratta di un racconto senza divi e senza effetti speciali, qualcosa da cui bisogna lasciarsi avvolgere per ritrovare calore umano e alla fine voglia di comunicare, di condividere, senza mediazioni e senza nascondersi dietro pseudonimi e falsità.
Antonello Catacchio Il Manifesto


La morale è semplice («tutti cercano qualcosa, vuoi vedere che è !‘amore?»), ma la grazia con cui la regista debuttante (nonché protagonista) Miranda July acquarella la quotidianità di una città americana tipo resta comunque ammirevole. E l’incontro tra t’artista timida Christine Jesperson e il commesso Richard Swersey (John Hawkes), separato di fresco con due figli a carico, ha il tono di una favola per animali metropolitani, con tanto di tenerezze, humour e situazioni che non svoltano sul drammatico per un pelo. La commedia è piaciuta molto, specie alle masse liceal/universitarie, con messe di premi al Sundance, a Los Angeles, a Cannes (Camera d’or, Premio della settimana della Critica e della Critica Giovane). Forse l’entusiasmo è eccessivo, ma non scandaloso.

Massimo Lastrucci Ciak


Tutta la vita insieme in un pugno di isolati: Christine e Richard si sono appena conosciuti, lei ha comprato da lui un paio di scarpe rosa che non metterà mai, sono entrati in contatto, e lei è tornata al grande magazzino. Adesso camminano ma, all’incrocio con Tyrone Street, le loro strade si separano e lui la caccia maleducatamente dalla sua auto. Christine e Richard sono i protagonisti di Me and You and Everyone We Know, bell’esordio di Miranda July, indipendente doc, con uno sguardo lucido e pulito, parecchia bravura non dissimulata e altrettanto senso dell’umorismo. È questo che le consente di non diventare saccente e di osservare con umanità i tanti personaggi timidi e solitari (everyone we know) che si intrecciano con la storia principale: le due teenager petulanti che provocano il giovanotto grasso che le guarda dalla finestra, il vecchio dell’istituto che ha trovato a settant’anni l’amore della sua vita, — la direttrice del museo che nasconde con durezza i suoi terrori, la ragazzina scontrosa che compra oggetti improbabili per la sua casa futura, i due figli, di 14 e 7 anni, di Richard, alle prime ‘esperienze” sessuali, con le compagne o in Rete. Tutti amori mediati, filtrati da sguardi a distanza, da parole scritte su carta o su computer, da messaggi in segreteria. Tutti amori che cominciano e che finiscono, a tutte le età. Illusioni, che a volte però, come una carezza sui capelli da un bambino, ammorbidiscono il cuore e aprono le porte di altri destini.
Emanuela Martini Film TV


Me and you and everyone we know. Il titolo prosegue «and everyone we know», tutti insomma. È ancora un film indipendente Usa (l’artista-regista-attrice è Miranda July) dove si raccontano molte storie inserendole nel semaforo del destino, stereotipo lanciato dell’ America d’ oggi di Magnolia, Crash. La morale che tutti si cerca l’ anima gemella, anche con sconti e sotto mentite spoglie, non è uno scoop, ma il tratteggio a piccolo punto realistico della vita di provincia è vivo, ha colori tenui ma solidi, espressioni intelligenti, sentimenti pronti a contraddirsi, a giudicare dall’ incontro tra un’ artista timida e un commesso divorziato con due figli. Siamo nel pianeta della tenerezza no stop, non si alza la voce, si fa molto uso del carino, si usa l’humour per addolcire qualche pillola esistenziale e qualche buon esibizionismo a fin di bene. Una commedia che non promette e non giura su niente, tanto meno sugli affetti: piace perché prova.  VOTO: 7
Maurizio Porro Il corriere della sera


Pare che sia nata una bella promessa: Miranda July. Artista versatile e attiva su molti fronti, dalla scrittura alla radio alle performance muscali, nasce cineasta (sceneggiatrice, regista e attrice: in Me and you è tutto) dal vivaio Sundance. Che non è soltanto un festival e una vetrina (dalla quale Me and you ha ricavato un premio, così come poi dal festival di Cannes 2005 dove il film ha ricevuto l’importante riconoscimento Caméra d’or all’opera prima) ma anche e forse soprattutto un laboratorio che alleva e finanzia, forma e sforna talenti. Siamo davanti a un piccolo film molto personale come poteva essere un debutto ai tempi d’oro della nascente Nouvelle Vague francese o dell’inglese Free Cinema. Un originale contenitore minimalista. sentimentale e comico contemporaneamente, dove si mescolano le moderne stravaganze e paure del contatto umano di una tipa che pratica forme misteriose e solitarie di arte (la July) e di un tipo che vende scarpe e fa il padre, senza moglie, di due buffi ragazzini: un piccolo che chatta con una pervertita e un grandicello che si presta a calarsi i calzoni a uso didattico in favore di due coetanee. Ma anche i passaggi più scabrosi sono serviti con un sorriso leggero, che sdrammatizza pur non occultando l’inquietudine di fondo di un’umanità isolata e spaventata. L’ordinario e il magico delle aspettative, il comune e il ‘eccezionale di ciascuna personalità.
Paolo D’Agostini la Repubblica


Una coppia che si separa, un padre che si dà fuoco alla mano nella disperata ricerca di un senso, due ragazzini che affogano la solitudine chattando, una bambinesca artista multimediale che sembra condannata allo scacco artistico e umano… Le prime scene del premiatissimo debutto di Miranda July sembrano annunciare la solita collezione di piccoli orrori suburbani di tanto cinema indipendente Usa. E invece no. Con i suoi colori pastello e le sue musiche quasi zuccherose, la giovanissima July (anche attrice: è lei l’artista) porta il suo catalogo di solitudini e alienazioni, con contorno di perversioni sessuali, verso un sorridente ottimismo ora toccante ora irritante. Come in un film di Todd Solondz virato in rosa, prima o poi tutto va per il verso giusto, o per lo meno si tinge di provvidenziale ironia. Il ciccione esibizionista (ma solo a parole) scatena una fanciullesca gara di fellatio , il maniaco trova pane per i suoi denti nelle fantasie del fratellino più piccolo, gli arroganti sono puniti, gli innocenti vincono i loro impacci e trovano forse l’amore. Solo i vecchi intrepidi e devoti sono troppo melensi per crederci. Ma il resto ha la grazia acerba e ostinata di chi rifà il mondo a propria misura. Con qualche indulgenza.
Fabio Ferzetti Il Messaggero


(E’ bello avere pregiudizi (uno impiega la vita a costruirseli, perché dovremmo rinunciare?). E’ ancora più bello quando i pregiudizi vengono smentiti. Pur giovanissima, Mirando July ha un passato da videoartista, cosa che non depone a favore di nessuno. Nel suo primo film fa la regista, la sceneggiatrice e l’attrice protagonista, concentrazione di incarichi che invita immediatamente agli scongiuri. Come se non bastasse, Christine (così si chiama la ragazza, occhioni blu e scarpette rosa con la scritta “me” e “you”, impegnate in una timida danza di corteggiamento) tenta la carriera dell’artista multimediale, e intanto si guadagna da vivere facendo la tassista per i vecchietti. Aggiungete una pioggia di premi – tra cui la Settimana della Critica a Cannes e il Premio della Critica Giovane, ognuno (per esperienza diretta) foriero di sbadigli – e viene voglia di fasciarsi la testa. Sbagliato. Me and You and Everyone We Know è un fantastico debutto. E’ uno dei più bei film che vi capiterà di vedere da qui alle feste. E’ tenerissimo e volgarissimo, cosa che riesce soltanto alle signorine con il faccino angelico e le idee molto chiare. Ha la più originale conversazione via chat mai vista al cinema (nella vita virtuale, ovviamente, sono molto più noiose). Uno scambio di messaggi utile a sfatare i luoghi comuni in materia, secondo cui sarebbero i camionisti a spacciarsi per ragazzine con le trecce. E molto più originale di quella che in Closet attizza il dermatologo Clive Owen. Non si vede nulla. Solo un messaggio in codice fatto così: ))<>((, che ovviamente non spieghiamo. Altro che Melissa P. e le sue goffe perfomances con le mutande sempre addosso. Le scene con il maniaco della porta accanto sono uno spasso. Ma non di solo sesso vive il film, che all’inizio sembra la solita storia tra gente più o meno disadattata, e ogni minuto sorprende per la sua originalità. C’è anche un pesce rosso in grave pericolo. Un neoseparato con due figli che fugge ogni volta che vede avvicinarsi una fanciulla. Una direttrice di museo piuttosto stronza. Una ragazzina che da grande farà sicuramente la moglie di Stepford, oppure la Bree delle “Desperate Housewives”. Sfoglia solo cataloghi di elettrodomestici, e sta già preparando il corredo – lenzuola ricamate e frullatori – mentre le vicine di casa affinano altre arti utili per tenersi un uomo.
Mariarosa Mancuso Il Foglio


Un passaggio della promessa ripetuta all’ inizio (“vivro’ ogni giorno come fosse l’ultimo”) racchiude lo spirito della poliedrica Miranda July, la quale pubblica storie su riviste, recita performances radiofoniche, gira cortometraggi proiettati in musei internazionali.
Esordio cinematografico personalissimo il suo, avendo provato tutti i ruoli mentre stendeva la sceneggiatura, per poi interpretare la co-protagonista in una struttura corale e dirigere.
Ne viene fuori un piccolo mosaico umano straordinario – in senso letterale – in quanto bizzarro, al punto da suscitare una risata dietro l’altra. Un risultato universalmente confermato dai premi ottenuti nei festival, dal Sundance a Cannes. Per un film accompagnato da note elettroniche minimaliste e vitali, esatto riflesso di una trama trapunta di personalita’ che si sfiorano appena, s’intrecciano, si passano accanto.
Un mondo in cui un imperturbabile bambino conquista in chat, con delle fantasie coprofile, una dura gallerista. La parte del padre è affidata ad uno stralunato John Hawkes (co-fondatore di una compagnia teatrale, suona con una band, scrive, è attore per cinema e televisione). Egli in un rito di separazione si dà volontariamente fuoco ad una mano, inverte le cene con le colazioni tanto per “mischiare”, appende un quadro sull’albero in giardino. La stessa July/Christine prega per un pesce rosso dimenticato nel sacchetto sulla tettoia di un’auto in marcia, usa dei punti rosa adesivi come feticci, sopra una scarpa ha scritto “me”, sull’altra “you”, le calza, ed i piedi mettono su una scenetta. Infine due amiche minorenni, per eccitare un guardone alla finestra, si esercitano su un loro coetaneo.
Nelle situazioni potenzialmente scabrose (eticamente il sesso e la giovane età) c’e’ una felice innocenza, leggerezza, sensibilità di tocco, mentre nel complesso almeno due momenti raggiungono vette liriche: il bimbo che scopre la natura del ticchettio ascoltato tutte le sere, ed il discorso sul parallelo tra una relazione e una camminata a due sul marciapiede.
La frase: “La gente si rassegna al mal di piedi, ma la vita ha in serbo di meglio”.
Federico Raponi


Emozioni lunari
Un grande, stralunato ed emozionate affresco di un’umanità variegata e complessa, tanto più simile emotivamente e interiormente quanto più differenziata in apparenza da fattori come età, stato sociale o altro ancora

Lo dichiariamo da subito: Me and You and Everyone We Know è uno degli esordi più convincenti visti nelle ultime stagioni, e Miranda July ci ha stregato come regista, come attrice e – perché no – come donna.
Difficile riassumere in poche parole ma soprattutto con efficacia la storia di questo film. L’asse principale della narrazione è rappresentato da due personaggi: Christine (interpretata dalla July), artista solitaria che sbarca il lunario come tassista per anziani e Richard, commesso in un negozio di scarpe fresco di separazione e con due figli a carico. Ma intorno all’incontro tra questi due personaggi e alle loro vicende (raccontate con un romanticismo secco e profondo, mai banale o inutilmente zuccheroso) s’intrecciano quelle di molti altri protagonisti, collegati all’uno o all’altra per motivi diversi.
Il risultato è quello di un film che è un grande, stralunato ed emozionate affresco di un’umanità variegata e complessa, tanto più simile emotivamente e interiormente quanto più differenziata in apparenza da fattori come età, stato sociale o altro ancora. Bambini che agiscono come adulti e adulti che sembrano bambini, adolescenti imbarazzate dal sesso e per questo sessualmente aggressive, anziani sereni o solitari, artiste timide o commessi pronti ad accettare le ricchezze della vita: tutti questi e altri personaggi sono accomunati dal fatto di vivere la stessa vita ed essere tutti ugualmente sottoposti alle forze contrastanti che l’esistenza porta con sé. Personaggi che (in)consciamente consapevoli di questo fil rouge che li accomuna, rompono le barriere dettate da tutti quei fattori apparenti ed esteriori che abbiamo citato per incontrasi e ricombinarsi in un’anarchia creativa ed esistenziale.
La July, forte del suo variegato background come artista audiovisuale, fotografa parti di realtà e le arricchisce attraverso la sua visione, la sua sensibilità, da questa rielaborazione nasce il racconto di un mondo e di personaggi surreali e stralunati, eppure verissimi, concreti, reali. Universali. Gira e racconta con uno stile sicuramente e positivamente debitore a quello di molta parte del nuovo cinema americano (più o meno) indipendente che riesce ad essere al tempo stesso personalissimo e di difficile definizione. Uno stile impalpabile, che avvolge lo spettatore e lo trascina in un mondo fatto di emozioni tanto più forti quanto più vengono sussurrate ed accennate. Me and You and Everyone We Know è un film delicato, commovente, ironico e di grande sensibilità, che racconta una storia d’amore e di relazioni, intese nell’accezione più ampia dei termini. Una storia che, come allude il titolo del film, è universale e racconta di tutti quanti noi.
Federico Gironi


Approda in Italia la pellicola vincitrice del premio speciale della Giuria all’ultimo festival di Sundance (rassegna di produzioni indipendenti patrocinata da Robert Redford) e del Camera d’Or al festival di Cannes. Scritta, diretta e interpretata da Miranda July (eclettica artista dai vivaci, attentissimi occhi da cerbiatta che ricordano l’espressione celeste di Emily Watson) racconta caratteri, gesti, legami e le mille vite celate dalla quotidianità che le persone sognano o vorrebbero vivere. Intreccia la propria esistenza con quella di un frastornato, bizzarro padre di famiglia. Abbandonato dalla moglie letteralmente dà fuoco alla propria solitudine e custodisce i propri figli: l’uno alle prese con le coetanee in piena fase orale e l’altro col mondo di internet in piena fase stupore. La trama si spande toccando la vicenda di due ragazzine che flirtano spudorate con un adulto (decisamente meno coraggioso di loro) che lascia sulla finestra di casa biglietti erotici e proposte sessuali e una gallerista altera, che scandaglia talenti ma sembra aver perso fiducia nella capacità di sorprendere della vita. Esistenze che si sfiorano in un negozio di scarpe variopinte o nello scambio di uno sguardo che in un batter di ciglia può cambiare il futuro. Il tutto respira e

gronda amore per l’arte, che la protagonista trasforma in originali performance che mischiano musica, video e piccoli racconti immaginari. Esordio delicato, molto personale, colmo di momenti ispirati e amabili stranezze innervate d’acciaio e non di noioso egocentrismo. Strizza un occhio alla lezione minimalista ma passionale di Altman e l’altro al desiderio puro di lasciar spazio alle immagini, dipingendole di contenuti e suggestioni. Basta un pesce rosso in pericolo a creare empatia, basta una frase semplice come l’accontentarsi di scarpe scomode quando possiamo stare meglio, a creare comprensione. Non tutto fila liscio: qualche incertezza e qualche passaggio irrisolto (soprattutto nell’indecisione su come chiudere la sequenza finale) e alcune forzature lasciano in sospeso il ritmo ma le piccole, incisive pennellate sul quotidiano visto da un angolo inusuale, convincono.

Daniela Losini


Questa strampalata operetta somiglia assai alla sua protagonista e regista, Miranda July, fragile, ipersensibile, non più che graziosa, dolcemente folle, in breve confusa. Tutto ciò che accade è la negazione di un racconto, frammenti di un eccentrico mosaico nel quale la storia d’amore, che sembra il tema centrale del film, è in realtà a sua volta un frammento. Il commesso di un negozio di calzature (John Hawkes), si separa dalla moglie di colore; i due figlioletti sono spettatori innocenti di un gioco crudele. Una ragazza, Christine (Miranda July), impegnata a dimostrare a se stessa ed al mondo di essere un’artista, si innamora dell’uomo e lo bracca. Due giovani ninfette sono preda della consueta tempesta ormonale. E così si giunge ad un finale di certo poco rivoluzionario, seguendo il filo di una diafana vena creativa, un po’ surreale, tra lentezze esasperanti e la ricerca di un’eccentricità priva di spontaneità. E come capita spesso nell’opera di una donna regista il sesso assume forme maniacali. Applaudita dal pubblico americano, specie quello giovane, la commedia, se di commedia si tratta, ha ricevuto numerosi premi, come il solito Sundance, ma il pubblico europeo, tranne i soliti noti di Cannes, non sembrano intenzionati a cadere nella dolce trappola della presuntuosa July e si esce dal cinema delusi dall’immodesta qualità artistica dell’autrice, dalla scarsa personalità dei protagonisti, dalla rarefazione di ogni concetto, dalla noia che procura la visione di un’operetta scritta e diretta solo per compiacere l’ego dell’autrice.
Adriano De Carlo il Giornale


Intervista:

INTERVISTA CON LA REGISTA MIRANDA JULY

Da dove è nata l’idea di questo film?
Questo film ha tratto ispirazione dal forte desiderio che avevo da bambina che il magico entrasse a far parte della mia vita, trasformando tutto. È stato anche costruito intorno al modo in cui questo desiderio si è evoluto mentre diventavo adulta, facendosi un po’ più pauroso, più contorto, ma non meno splendidamente pieno di speranza.

Possiede un background molto ampio in vari campi artistici. Come hanno influito questi altri mezzi di comunicazione nel suo modo di fare cinema?
Per me esiste un solo modo di comunicare, una sola voce dentro di me. I mezzi utilizzati – performance, racconti brevi, opere radiofoniche, film – sono la voce abbinata ai miei diversi aspetti. Una parte di me ama le invenzioni tecniche e passerebbe mesi a studiare nuovi modi di interagire con il video sul palcoscenico. Ma altre parti di me pensano che sia noioso e vogliono stare semplicemente sul palcoscenico. Poi sono anche timida e potrei voler scrivere una storia nella mia stanza senza avere a che fare con nessuno. La parte di me che fa cinema pensa in grande e vuole comunicare con tutto il mondo.

In che modo il Sundance Institute l’ha aiutata a sviluppare la storia e il film?
Quanto considera positiva quest’esperienza come regista esordiente?

Nel gennaio 2003 sono andata al Laboratorio di Sceneggiatura Sundance. Prima di allora non avevo mai mostrato a nessuno i miei copioni, così il solo fatto di sentire della gente pronunciare a voce alta i nomi di questi personaggi è stata una novità. Il mese successivo il laboratorio mi ha dato l’opportunità di girare sette scene della mia sceneggiatura come esercitazione pratica. È stato molto importante far uscire il film dal mio mondo interno e imparare quanto dovevo ancora comunicare per fare in modo che questo realmente accadesse. Guardandomi indietro, è stato anche importante sapere quanto sarebbe stato duro questo processo.  Quando ho avuto il mio vero incarico ero preparata e pronta.

In cosa si differenziano fondamentalmente i ruoli di regista/sceneggiatrice/attrice per lei? Qual è il più affascinante?
La scrittura e la recitazione sono molto simili per me. Mentre scrivo recito tutte le parti, pronunciando il dialogo a voce alta, inventandomi delle espressioni e trasferendo queste idee sulla carta. Quando arrivo sul set ho l’intera sceneggiatura in mente perché recitare ogni singolo ruolo fa parte del mio lavoro. Il processo di scrittura per me è molto intuitivo ma anche molto solitario, quando dirigo ho bisogno improvvisamente di altre persone. Quando dirigo cerco di far sentire i miei collaboratori tanto liberi quanto mi sono sentita nella mia stanza quando stavo scrivendo. Questo è molto difficile, ma è veramente importante.

Può parlarci del ruolo di Richard come padre? E come potenziale amante?
Non credo che Richard si senta un vero papà, non si sente competente quando occupa quel ruolo. Credo che essere ‘Padre’ è un ruolo che devi assumerti e assolvere spontaneamente; questi compiti sono una parte importante per andare avanti nella vita. Imparare come assolvere un ruolo è uno dei rischi che Richard deve assumersi.
Nel film, Richard ha la possibilità di far accadere una cosa molto romantica quando Christine entra nella sua macchina, invece la caccia fuori a calci. Solo perché non può assumersi il ruolo di ‘Amante’. È il salto mentale che deve fare, proprio come io ho dovuto fare un salto mentale e diventare ‘regista’ del film.
Se non credi nei ruoli è molto difficile avere qualunque tipo di relazione. John Hawkes lo ha mostrato chiaramente con Richard. John possiede un’intelligenza che può essere pericolosa o divertente o straziante o, alle volte, del tutto sorprendente. Mi commuove come persona nello stesso modo in cui lo fa Richard come personaggio.

Com’è stato lavorare con così tanti attori bambini?
È stato bellissimo! Ti ispirano così tanto amore e tenerezza che trovo fantastico potersi sentire così tutto il giorno mentre si lavora.
Brandon, che interpreta Robbie, è stato il primo bambino a fare il provino. Il personaggio doveva avere sette anni e cercavamo un bambino di nove che ne dimostrasse sette. È entrato e ne aveva cinque. Non sapevo neanche se sapesse leggere. Così ho cominciato a chiedergli di fare delle improvvisazioni e delle altre cose. Ad un certo punto si è girato e ci ha detto: “Quando dico il pezzo della popò?” e si è messo  a recitarla: aveva memorizzato ogni battuta ed era pronto. Avremmo potuto benissimo trovarci sul set; era un piccolo genio. Abbiamo cercato di trovare qualcuno che fosse un po’ più grandicello, nel frattempo aveva compiuto sei anni e desideravo veramente che interpretasse la parte. Sua madre ci disse che questa era la prima cosa adatta alla sua età che avesse mai fatto. Tutta la roba sulla popò, gli era del tutto familiare e quello era anche il suo livello mentale. Se vivi qualcosa senza vergogna allora neanche gli altri la proveranno. Questo è stato il mio approccio con tutti gli altri bambini.
Miles Thompson lo abbiamo trovato all’ultimo momento, era una delle poche persone che dovevamo far venire da New York. Cercavo un ragazzo che non avesse degli aspetti troppo da macho e Miles è così. Possiede molte altre cose, viaggia ad un altro livello. È stato bello averlo qui, perché recitare è solo una del milione di cose di cui è appassionato. Era semplicemente interessato a fare esperienze e ad apprendere da esse – una cosa rara nel mondo del cinema, che invece è sempre orientato verso un preciso obiettivo.
Carlie Westerman è Sylvie. Non ha paura di nulla, neanche nelle situazioni di forte stress. Di quando in quando ha dato a Chuy Chavez e me dei gentili suggerimenti. Ma credo che sentissimo tutti di trovarci in presenza di una vera star ed era difficile non assecondare anche le idee più bizzarre che ci arrivavano dal suo imperturbabile faccino di dieci anni.

È stato difficile dirigerli nelle situazioni adulte?
Il giorno che Miles, Natasha e Najarra interpretavano la scena nella stanza di Peter, i tre adolescenti si sono trasformati improvvisamente in un gruppo a sé, e mi sono sentita meravigliosamente inutile. Era una scena dura per la sua natura delicata, ma, in effetti, li ho diretti pochissimo quel giorno. Mi sentivo come la mamma noiosa che ti abbraccia cercando di capire il tuo mondo. Avevano un ritmo loro che era molto serio e impacciato, e ho pensato che fosse perfetto per questo rito sessuale.

Ci può raccontare del suo lavoro con Chuy Chavez? Avevate collaborato in precedenza?
Chuy ed io non avevamo mai lavorato insieme prima, ma avevamo in Miguel Arteta un amico comune. Chuy aveva girato i primi due film di Miguel. Quando ho incontrato Chuy ho capito subito che saremmo stati in grado di trovare un linguaggio comune. Credo che il fatto di provenire entrambi da un ambiente artistico comune ci abbia permesso di avere fiducia l’uno dell’altro. Ho passato tre giorni ad interpretare per lui il film nel mio salotto, recitavo tutti i personaggi, ed esprimevo ogni tono ed emozione che desideravo fosse colto. È stato importante perché, fatta eccezione per le scene complicate, non abbiamo usato un programma di riprese o uno story board. Avrei provato le scene in loco con gli attori, fissandone i vari momenti mentre lui avrebbe fatto delle foto. Poi le avremmo guardate con la sua telecamera digitale così avrei potuto decidere se mi piacevano, e rendermi subito conto se c’erano dei problemi. Questo è stato particolarmente utile per le scene che dovevo anche interpretare.

Ci può parlare della musica e del suono del film e di come questi definiscano il tono che cercava di ottenere?

La maggior parte della colonna sonora è stata fatta con quelli che Mike Andrews, il compositore, chiama “strumenti democratici”. Si tratta di strumenti che chiunque può suonare: tastiere Casio, vocoder, batteria meccanica, ecc. E non usando un sequenziatore abbiamo potuto beneficiare di tutti gli ‘incidenti’ di performance. Il fatto di suonare una musica commovente con questi strumenti freddi rifletteva bene il film, ne accentuava la schiettezza manifesta senza renderlo sdolcinato.

Questo film è molto personale, quanto è importante per lei riflettersi nel suo lavoro?

Ogni giorno mi impongo di fare delle cose, in qualunque ambito. Lo faccio perché sono totalmente affascinata dalle altre persone e dalla loro esistenza, e per andare avanti nella vita in un modo che mi appaia tollerabile. Non credo di rendere il mio lavoro personale in maniera consapevole, infatti, alcune volte sono certa di aver scritto una scena che non ha nulla a che vedere con me, ma sono sempre queste scene che più tardi mi umiliano, quando mi rendo conto che mi trovavo mille anni luci avanti, mentre il resto di me era terribilmente in ritardo.

Biografia:

Miranda July

Me and You and Everyone We Know (IFC Films / FilmFour) è il debutto cinematografico di Miranda.
È stato proiettato in anteprima al Sundance Film Festival 2005 dove ha ricevuto un Premio Speciale della Giuria.
La sceneggiatura è frutto dei laboratori di Sceneggiatura e Regia del Sundance nel 2003.
July ha vinto il Sundance/NHK International Filmmaker’s Award 2004.
July lavora in vari ambiti di comunicazione ivi inclusi il cinema, l’audio, la performance e la scrittura.
I suoi cortometraggi (Haysha Royko, The Amateurist, Nest of Tens, Getting Stronger Every Day) sono stati proiettati a livello internazionale in luoghi come il Museum of Modern Art e il Guggenheim Museum. Nest of Tens e un opera sonora, The Drifters, sono stati presentati alla Whitney Biennial nel 2002. July ha partecipato alla Whitney Biennial 2004 con learningtoloveyoumore.com, creato con il supporto della fondazione Creative Capital e in collaborazione con l’artista Harrell.
Le performance multimediali di July (Love Diamond, The Swan Tool, e How I Learned to Draw) sono state presentate in località d’incontro come l’Istituto d’Arte Contemporanea di Londra e The Kitchen di New York. Le storie di July possono essere lette sul The Paris Review e The Harvard Review, le sue performance radiofoniche possono essere ascoltate regolarmente su The Next Big Thing della NPR.


WEB Recensioni
http://filmup.leonardo.it/sc_meandyou.htm
http://it.movies.yahoo.com/4/3/45703.html
http://cinema.castlerock.it/film_poster.php/id=4086
http://www.kataweb.it/cinema/scheda_film.jsp?idContent=299365
http://www.cinema4stelle.it/RecensioneMeAndYou.htm
http://www.centraldocinema.it/Recensioni/Dic05/me_and_you_and_everyone_you_know.htm
http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=36084#

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