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Cacciatore di teste

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Rassegna cinematografica

Teatro Auditorium Supercinema di Chieti
Via Spaventa, 30/34 – 66100 Chieti
Tel. 0871 40 14 60

“i giovedì d’Autore” è una rassegna cinematografica con appuntamenti riservati ai film di qualità esclusi dai circuiti commerciali con particolare riferimento al cinema italiano ed europeo.

Giovedì 9 marzo 2006
orario proiezioni: 18.00 – 20.30 – 22.30
Ingresso € 4,00
soci A.C.M.A.
€ 3,00.
Nei giorni di Rassegna sarà allestito un Punto Tesseramento
Rassegna cinematografica

giovedì 9 marzo 2006: Cacciatore di teste di Constantin Costa-Gavras

 

 

 

 

SCHEDA del Film

Titolo: Cacciatore di teste
Titolo originale: Le Couperet
Anno: 2006
Regia:   Constantin Costa Gavras
Produzione:
KG Productions, France 2 Cinema, Studiocanal, Les Films du fleuve, RTBF, Scope Invest, Wanda Vision S.A., Canal+, Eurimages, Wallimage
Nazionalità: Belgio, Francia, Spagna
Distribuzione: Fandango
Durata: 122′
Genere: Giallo – Sociale
Interpreti: Josè Garcia, Karin Viard, Ulrich Tukur, Olivier Gourmet, Christa Theret, Yvon Back
Soggetto: Tratto dal romanzo “The Ax”, di Donald Westlake
Sceneggiatura: Constantin Costa-Gavras, Jean-Claude Grumberg
Fotografia: Patrick Blossier
Musiche: Armand Amar
Montaggio: Yannick Kergoat
Scenografia:  LAURENT DEROO
Costumi: LAURENCE MARECHAL
Uscita in Italia: 10 febbraio 2006
Sito ufficiale: http://www.lecouperet.com
Sito ufficiale italiano: http://www.fandango.it/default.asp?idlingua=1&idContenuto=1035

Sinossi:

Bruno, dirigente in’azienda di chimica cartaria, viene improvvisamente licenziato dopo quindici anni di servizio. Quarantenne, e con un notevole livello di competenza, crede di trovare presto una collocazione in un’altra azienda. Dopo tre anni, però, è ancora disoccupato e di conseguenza anche il suo menage familiare è messo a dura prova. Per riuscire a sopravvivere e preservare il benessere della sua famiglia Bruno non esita a trasformarsi in spietato assassino: deciso a farsi assumere presso l’ Arcadia Corporation, escogita un piano per eliminare i potenziali concorrenti…

Tempi moderni, o il trionfo di Monsieur Verdoux

Monsieur Verdoux trucidava le donne per provvedere ai bisogni della sua famiglia. Oggi il mondo moderno sacrifica continenti interi per provvedere ai nostri immensi bisogni e a quelli delle nostre famiglie. La pace e la quiete dei pochi può essere ottenuta solo lasciando che la scure si abbatta su migliaia di nostri simili.

Bruno D., dirigente in una fabbrica di carta, dopo quindici anni di fedele servizio, un giorno viene brutalmente licenziato insieme a un centinaio di colleghi a causa di una ridistribuzione economica, in altre parole di una “terziarizzazione”. In un primo momento, Bruno non si preoccupa. Per il suo livello di competenza è convinto di trovare un lavoro simile. È ancora giovane, ha appena quarant’anni.

Tre anni dopo, ancora disoccupato, si rende conto di essersi fatto coinvolgere, seppur con riluttanza, in una guerra che lo ha logorato. Ora è un soldato semplice la cui unica missione è sopravvivere, preservare il suo benessere, quello di sua moglie e dei suoi figli.
Ecco allora che si arma e va all’assalto della fortezza dell’Arcadia Corporation – l’ultimo ostacolo tra lui e ciò che considera l’impiego che merita di avere. Nonostante si riveli ben presto un soldato poco addestrato e maldestro,  riesce nel suo intento e reclama per sé – senza dubbio temporaneamente – un lavoro che gli si addica.

Un cavaliere solitario e moderno, non attacca i mulini a vento, non è alla ricerca di un ideale, per l’umanità, per la giustizia. Non combatte i malvagi signori della guerra per proteggere le vedove e gli orfani, combatte contro i suoi simili, contro i suoi compagni d’armi. In realtà combatte contro se stesso, comportandosi come quelli che voltano le spalle alla solidarietà, all’aiuto reciproco, ai sogni utopistici, per sprofondare giorno dopo giorno nell’egoismo, nella paura e nell’ansia generati da questo conflitto.

Come Monsieur Verdoux di Chaplin, Bruno, il nostro eroe, mentre cerca di conservare un contegno  e la sua dignità, è in equilibrio tra il ridicolo e la bassezza, tra il riso e le lacrime, tra il coraggio e la codardia.


Trama:
Bruno Davert è dirigente in una fabbrica per la lavorazione della carta: licenziato dopo 15 anni di instancabile impegno per l’azienda, si ritrova a cercare lavoro invano per ben tre anni. Sarà a questo punto che deciderà di cambiare strategia: comincia a uccidere tutti i possibili “avversari.

Bruno Davert è un dirigente della cartiera dove lavora da quindici anni. Benché sia un lavoratore serio e coscienzioso, un giorno viene licenziato insieme a un centinaio di colleghi a causa di una ridistribuzione economica. Convinto di essere ancora giovane e di avere competenze soddisfacenti, pensa di poter trovare in breve tempo un altro lavoro simile a quello perduto. Tre anni dopo, essendo ancora disoccupato, Bruno è angosciato perché non trova il modo di continuare a garantire un livello di vita soddisfacente alla sua famiglia, così intraprende una disperata battaglia contro il sistema che l’ha stritolato e per ottenere quello che desidera non esita ad eliminare uno ad uno i suoi potenziali concorrenti…


Recensioni:

Monsieur Verdoux punto e a capo
di Marco Luceri

Il nuovo film di Constantin Costa-Gavras si inserisce a pieno tra i migliori titoli della filmografia del regista, che in tanti anni di onorata carriera non ha mai smesso di proporre il suo cinema come caleidoscopico strumento di osservazione sulla contemporaneità e i suoi angosciosi problemi. Scandagliando spesso con acuta sagacia i mali della società occidentale, Costa-Gavras ha portato sullo schermo sempre storie di uomini e donne persi nella morsa stringente di strutture sociali, economiche, politiche, religiose, culturali e mass-mediologiche che ne condizionano disperatamente l’esistenza, presentando allo spettatore il ritratto di una piccola umanità alla deriva, pesantemente condizionata da forze orientate spesso verso la sua distruzione.
Potremmo forse dire che il cinema di Costa-Gavras è a metà strada tra il forte realismo sociale di Ken Loach e Robert Guédigain e la visionarietà oscura di Abel Ferrara, anche se rispetto ai suoi colleghi il regista di origine greca non ha mai cercato di dissimulare una certa tendenza al tono grottesco e parodistico nella costruzione narrativa e ideale delle sue opere.

Il cacciatore di teste rientra dunque in questo percorso artistico e politico, calato perfettamente nei problemi legati alla perdita del lavoro. Se la tradizione cinematografica ha posto quasi sempre la questione in termini di classe, privilegiando come oggetto della narrazione gli strati sociali meno abbienti, in particolare gli operai, in questo film la prospettiva si capovolge: ad essere licenziato è un ricco, capace e promettente manager, che per questo decide di vendicarsi, diventando uno spietato e cinico serial-killer.

Viene in mente un vecchio capolavoro di Chaplin, Monsieur Verdoux (1953), in cui un bancario francese disoccupato sposa e uccide ricche signore sole, di cui eredita i beni per mantenere la sua famiglia. Il nostro novello Verdoux si chiama Bruno Davert (Josè Garcia), ed è una figura sociale purtroppo diventata tristemente diffusa nell’Europa in cui viviamo. Il film rende esplicite in maniera perfetta le piaghe dell’odierno mondo del lavoro: il capitalismo sfrenato che il modello economico neo-liberista ha prodotto dopo la caduta del Muro di Berlino, con il trionfo della globalizzazione selvaggia, in cui il fine ultimo della società sembra essere il denaro e la mercificazione di ogni manifestazione della vita umana, ha profondamente cambiato il modo di intendere il lavoro, declassando i diritti in una bieca precarizzazione. Dietro parole come “ristrutturazione aziendale”, “rilancio economico”, “maggiore flessibilità” e quant’altro, si nasconde la più miserevole volontà di equiparare il lavoratore ad una merce da sfruttare e di cui disfarsi a piacimento, non essendo egli più tutelato perché precario.

Questa sorta di “pauroso mondo moderno” (scomodando le parole di Pasolini, e cioè di chi già più di trent’anni fa aveva tristemente previsto l’avvento di questa società) è lo spazio in cui si muove e compie i suoi omicidi Bruno. Le vittime, e questo non è certo un dettaglio da poco, sono tutte persone che versano nella stessa condizione del protagonista, anch’essi manager licenziati e in cerca di lavoro: hanno lo stesso curriculum del nostro buon padre di famiglia, le stesse aspettative, lo stesso stile di vita, vanno agli stessi colloqui, ma sono in troppi per i pochi posti disponibili. Essi diventano dunque agli occhi di Bruno molto più che avversari: sono dei nemici da abbattere, dei pericolosi esseri da cancellare perché insidiano le sue aspirazioni e rappresentano gli unici ostacoli alla riconquista del tanto sospirato posto di lavoro.

In un mondo in cui la coscienza di classe (intesa come analisi delle problematiche sociali cui offrire una soluzione di lotta collettiva) è andata in soffitta per sempre, questi ex-lavoratori si trasformano in dei veri e propri “mostri” pronti a scannarsi tra di loro, proprio perché quello che una volta era il “padronato” è diventato invisibile perché troppo grande, irraggiungibile perché globale, appunto. Il cacciatore di teste diventa allora una triste apologia della morale piccolo-piccolo borghese in cui la ferinità dell’uomo spinge all’omicidio seriale di chi ti sta accanto con i tuoi stessi problemi; il lavoro, ricercato e da dover ottenere a ogni costo (anche al prezzo di sopprimere tante vite umane), perde il suo valore nobilitante, diventando un mezzo che serve esclusivamente alla conservazione dei piccoli privilegi della quotidianità: il mantenimento della famiglia, l’automobile, il ristorante, i giochi dei ragazzi, le vacanze.

Costa-Gavras costruisce questo suo pamphlet politico giocando molto abilmente con i generi. Struttura la narrazione intorno a Bruno, un personaggio che da una parte appare come uno spietato e cinico serial killer, dall’altra come un arruffone sbadato e imbranato, che riesce ad eludere le indagini della polizia grazie a fortunosi eventi che lo scagionano sempre per conto di terzi. La fortuna, il caso (e qui le somiglianze del film con Match point di Woody Allen si fanno sempre più evidenti) riescono a salvare Bruno dalla giustizia, alimentando quel tono di black comedy che il film conserva dall’inizio alla fine. Non mancano inserti grotteschi, surreali, addirittura comici (su tutti le soggettive oniriche di Bruno durante il colloquio con il consulente matrimoniale), momenti irresistibili alla cui validità contribuisce l’ottima prova di Josè Garcia. Fingendo infatti abilmente di conservare un tono monotono, gioca sulle piccole variazioni la costruzione del suo personaggio, riuscendo a creare in lui uno sguardo allo stesso modo distaccato e partecipe agli eventi che travolgono la sua esistenza. Ogni movimento, ogni gesto, ogni variazione viene giostrata da Garcia sulla scena con una padronanza tecnica davvero notevole, tanto che spesso durante il film si ha l’impressione di essere di fronte ad una sorta di Isabelle Huppert in versione maschile.

In generale Il cacciatore di teste è anche un’ottima prova di regia da parte di Costa-Gavras, che insiste molto sul particolare della “serialità” come cifra stilistica, oltre che tematica, emergente nel film: le case del protagonista e delle vittime sono tutte uguali, come i costumi, le abitudini, i luoghi di lavoro (si pensi all’uso espressivo degli specchi fatti vedere nel film); il tono generale dell’opera allora assume un spiazzante grigiore, per concentrare l’attenzione dello spettatore proprio sulla meschinità e la piccolezza di questa povera umanità perduta. La nostra.


Recensioni:
Candidato a due César, per il migliore attore protagonista e la migliore sceneggiatura non originale, l’ultimo film di Costa-Gavras è uno dei pochi di questo scorcio di stagione che meritano a pieno titolo il marchio “da non perdere”. Tra tutte le commediole, i melò e i thriller annacquati che occupano impietosamente le nostre sale, questo film è un’oasi in mezzo al deserto.

Tratto da “The Ax”, un romanzo dell’americano Donald Westlake, Cacciatore di teste è una commedia macabra che racconta la discesa all’inferno di un dirigente licenziato dopo quindici anni di onorato servizio.
Il tema, si potrebbe obiettare, non è del tutto nuovo: da Ken Loach a Laurent Cantet il cinema si è spesso occupato di licenziamenti e ristrutturazioni industriali, ma questo film fa molto di più e ci obbliga a riflettere sulle deviazioni innescate dalla new economy.
Con un colpo da maestro Costa-Gavras ribalta completamente la prospettiva: le vittime dei nuovi processi di riassetto industriale non sono più operai e impiegati ma i dirigenti, professionisti che fino a qualche anno fa potevano ritenersi intoccabili.

E se in America la perdita di lavoro diventa un pretesto per le ennesime gag di Jim Carrey (Dick & Jane) stretto tra risatine, smorfie e parrucconi, Costa-Gavras arriva in tempo a darci una brusca sferzata riportandoci con i piedi per terra.

Protagonista è Bruno, un chimico cartario che si ritrova licenziato da un giorno all’altro nonostante la sua carica dirigenziale. Quarantenne, sposato e con due figli adolescenti, all’inizio crede di trovare facilmente una nuova collocazione, ma nonostante siano in pochi a poter vantare un curriculum come il suo sarà presto costretto a ricredersi. Dopo tre anni e una serie di umilianti colloqui, infatti, lo ritroviamo ancora disoccupato e tutti i tentativi di farsi assumere dalla Arcadia Corporation sembrano destinati a cadere nel vuoto. Intanto la sua vita è allo sfascio, la moglie è costretta a fare due lavori per mantenere la famiglia e il figlio maggiore si mette nei guai con qualche furtarello. Ce n’è abbastanza per uscire fuori di testa ed è proprio quello che succede al protagonista, interpretato da un magistrale Jose Garcia.

Tutta da gustare la sua graduale metamorfosi, resa ancora più evidente dai numerosi primi piani che lo seguono passo passo nella sua escalation criminale. Da manager disoccupato, infatti, lo ritroviamo nei panni di uno spietato social-killer, alle prese con un piano diabolico: eliminare tutti i possibili concorrenti che aspirano al suo stesso posto di chimico nella Arcadia Corporation. Un’ossessione? No, un disperato bisogno di ritrovare il suo status e la sua dignità di capofamiglia, ma anche un mezzo per incollare i cocci del suo matrimonio.

E Garcia è straordinario nel mostrarci i mille volti che può avere un insospettabile assassino, passando dalla paura e dai sensi di colpa del primo omicidio all’indifferenza (“facile come fare zapping” confesserà al microfono di un registratore) con cui ucciderà tutti gli altri bersagli…Una discesa all’inferno non priva di colpi di scena, dove il nostro Bruno diventa un novello Monsieur Verdoux, sospeso tra coraggio e paura, pronto a cambiare maschera come un Houdini che non ha niente da perdere.

Ma lo sguardo di Costa-Gavras non si limita a soffermarsi sul protagonista, indaga scrupolosamente anche nella galleria dei “concorrenti” di Bruno, ex dirigenti costretti a riciclarsi in commessi ai grandi magazzini o ristoratori. Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti (e anche più nuovi) del suo film, mostrarci un affresco di umanità che ha l’effetto di amplificare la solitudine di Bruno, una solitudine di cui in fondo non è neanche consapevole. Un noir sociale, insomma, che ci travolge lasciandoci senza fiato e ci permette persino di riderci sopra, ma sempre in maniera intelligente, quasi con pudore. E oltre alla magnifica interpretazione di Garcia, non va assolutamente dimenticata l’impeccabile Karin Viard nel ruolo della moglie.

Bruno non è un eroe o un cavaliere senza paura ma semplicemente uno di noi, uno dei tanti che credono di poter vivacchiare tranquilli all’ombra del loro status. Ma i tempi sono cambiati, ci suggerisce Costa-Gavras, e la società dei consumi non prevede scialuppe di salvataggio neanche ai piani alti. Attenzione, insomma, all’eccesso di individualismo perchè uccidere non è poi così difficile e, soprattutto, la nuova barbarie non è più dietro l’angolo. E’ qui, davanti a noi.

di Adele de Gennaro


Recensioni:

l titolo originale è Le couperet, che è semplicemente la mannaia. La mannaia che cade spietatamente su chi lavora in un’azienda quando qualcuno decide la ristrutturazione, che significa mandar via più gente possibile. Bruno Davert, chimico cartaceo, molto qualificato, apprezzato, apparentemente al sicuro, si trova dunque senza lavoro.
Quarantenne, tenore di vita alto, villetta, cambio biennale di macchina, famiglia felice. Bruno ritiene che si tratti di un intervallo quasi propizio, si guarderà intorno, riposerà, sarà riassunto da un’altra parte. Ma dopo tre anni è ancora disoccupato. E disperato.
Gavras mostra icone e modelli canonici che l’occidente ben conosce, scioperi violenti, pubblicità volgare, la tivù della sporcizia, una dialettica banale e disperata “l’unica industria florida è quella del crimine” e poi “ciascuno per sé e nessun dio per tutti”.

Una sorta di girone infernale che incombe sul corpo e sulla mente di Bruno.C’è chi lo consiglia, corsi di specializzazione e ottimizzazione, per superare i concorrenti che, dice il consulente “mica li puoi ammazzare”. Invece l’idea sarà proprio quella: eliminare i concorrenti pericolosi per un posto di lavoro in una nuova cartiera. Si procura i curricula e passa all’azione. Crede di essere nel giusto, proprio come Monsieur Verdoux, azzerando ogni implicazione morale. E proprio come Chaplin, il regista percorre quella strada grottesca, che non sarebbe proprio nelle sue corde. Siamo anche dalla parti di Peter Cattaneo col suo Full Monty, anche se là i licenziati (acciaio) reagivano organizzando il famoso spogliarello maschile. Certo un autore come Gavras, quando fa suo un argomento e un principio – i singoli esseri umani vittime dolorose di applicazioni sovrastanti, lucide e spietate – lo porta a termine con efficacia e qualità. E merita il credito di sempre.
di Pino Farinotti


Recensioni:
Bruno Davert è un chimico specializzato nel settore del riciclo della carta.
Dopo quindici anni di lavoro viene improvvisamente licenziato.
La ricerca di un nuovo impiego all’altezza del precedente si rivela impresa tutt’altro che semplice. Apertasi una possibilità di lavoro nell’’Arcadia Corporation, una multinazionale cartiera, Bruno decide che l’unica soluzione per ottenere il posto è di eliminare tutti i possibili concorrenti…
Efficacissimo in larga parte. Efficacissimo ma leggermente prolisso. Leggermente prolisso ma anche capace, quando serve (cioè spesso…), d’essere duro e freddo come un diamante, ma soprattutto capace di abbracciare più piani: quello singolo rappresentato da Bruno, vera e propria mente pericolosa che un giorno inizia ad ammazzare e la cosa finisce col sembrargli come fare zapping davanti alla TV (parole sue…).

quello famigliare, moglie e due figli, infine quello economico che prende il nome di delocalizzazione (anziché continuare a produrre qua a costo 100, d’ora in avanti lo produco là a costo 30…), elemento quest’ultimo che da l’abbrivio all’intera vicenda.Disturbante a tratti, più quieto, quasi innocuo, in altri, Cacciatore di teste è tutto questo.
Quando si tratta di disturbare vi riesce benissimo perché utilizza con abilità sia l’espediente che consiste nell’adozione di un unico punto di vista (quello della mente pericolosa per intenderci…) così da precipitare chi guarda in una sola logica, logica che se da un lato si vorrebbe rigettare in virtù di un sentimento di pietà per le povere vittime, dall’altro rimane cosa tutt’altro che semplice da realizzare pena l’uscita dell’attenzione dal film stesso, sia l’inizio in media res che ci scaraventa di colpo dentro la storia.
Chi si salva alla fine in questa storia palesemente impazzita in un contesto altrettanto impazzito (ma che non sembra…)? Forse nessuno. Né chi sta in alto, né chi sta in basso. Non i vertici aziendali, ma nemmeno i lavoratori, non gli adulti, tanto meno i giovani (notare come la famiglia si compatti quando si tratta di difendere l’adolescente deviante…).
Con Cacciatore di teste Constantin Costa-Gavras realizza un ritratto caustico e spietato dell’oggi e in parte del domani, con una spietatezza inarrestabile che chi coltiva ancora un briciolo di fiducia nel genere umano troverà aberrante, mentre al contrario chi ha perso anche quel briciolo troverà giusta in modo accattivante.
Chiude il film con un’immagine a due (Bruno e una giovane donna seduti in un bar), molto enigmatica al contrario della storia che è stata lineare al massimo, chiusura sulla quale le scommesse sono aperte, anzi apertissime (forse “chi di Luger ferisce di Luger perisce”?).
Sergio Gualandi


Recensioni:
Chilometri di carta

Bruno Davert sorride. Un sorrisetto isterico, fondamentalmente inquietante. Talvolta forzato (tanto da ricordare, forse anche a sproposito i ghigni che si auto-imponeva il protagonista di Old Boy di Park Chan-Wook), molto più semplicemente indotto da una filosofia di vita ormai delirante in cui si è pronti a tutto pur di raggiungere il proprio scopo. La questione della disoccupazione, con tutti i suoi conseguenti problemi, si tinge di tratti al limite del fumettistico, dove un disoccupato ormai distrutto dalla perdita del lavoro, si mette all’opera per sterminare i possibili concorrenti e giungere all’agognato posto all’interno di un’altra industria di lavorazione chimica della carta. E’ bene sottolineare però quanto il film sia solo al limite di un’alterazione fantastica: infatti grazie ad un’ ambientazione costruita alla perfezione, alla demarcazione meticolosamente sofisticata dei vari personaggi l’intera vicenda resta fortemente ancorata alla realtà, tanto da diventare sempre più uno spaccato realisticamente inquietante della “follia nel quotidiano”.

L’adorabile serial-killer in questione spara, si spaventa del suo stesso colpo, fugge e poi si ritrova a sorridere nuovamente: a se stesso per spronarsi ad andare avanti, alla sua famiglia per non far trapelare nulla della sua attività, ai colloqui di lavoro per cercare di trovare una sistemazione stabile. E così la storia scorre con guizzi narrativi ben calibrati, in un’ euritmia dei diversi aspetti della questione: passando dalla descrizione drammatica ad un ironia sottile e sagace, Costa-Gavras riesce a costruire con immagini dirette e vivide un film brioso, forse leggermente appesantito nel finale da una conclusione che stenta ad arrivare, lasciando lo spettatore in compagnia degli ultimi omicidi. Difficile però annoiarsi di fronte alle trovate del protagonista, ai dialoghi brillanti, ai personaggi straordinariamente vivi e talvolta terribilmente tristi e deprimenti (il commesso in lacrime nel camerino del grande magazzino: una scheggia di autentica disperazione in uno dei momenti più leggeri della pellicola). Un cast decisamente azzeccato per i diversi ruoli, contribuisce ad uno sviluppo il più possibile organico dell’intero complesso filmico, riuscendo a plasmare bene i personaggi a seconda delle situazioni. Si perdonano facilmente quindi alcune stecche all’interno del percorso (le sedute dallo psicologo forse sono un po’ esagerate) soprattutto grazie ad una sceneggiatura che costituisce un’intrigante composto fra calibri “matematici” e impulso letterario. Mentre dunque la pubblicità ammiccante trasuda da ogni angolo della pellicola, occhieggiando con beffarda malizia nella situazione ovviamente disperata del delizioso omicida, procede la faticosa Odissea di un protagonista senza dubbio “poliedrico e multiforme”, un Odisseo di altri tempi: altre situazioni, altri scopi ed approcci. Non c’è nemmeno una briciola di moralismo ne IL CACCIATORE DI TESTE: non ci si pone neanche per un istante il problema se “il fine giustifichi i mezzi”. Ci si ritrova solo silenziosamente a sperare di non trovarsi mai a sorridere in maniera così ossessivamente preoccupante.

Priscilla Caporro


Commenti:
Mi piaceva lavorare

Rieccolo Costa-Gavras, dopo il controverso AMEN sulle connivenze tra Chiesa e nazismo, che si tuffa a muso duro nel mercato del lavoro del nuovo millennio: flessibilità, delocalizzazione, disoccupazione, omicidi. Intavolato su un’unica trovata angolare – fin dall’obliquo crepuscolo iniziale – l’opera spicca il volo rispetto alla filmografia di genere: non sventola il teorema di fondo di alcuni Loach (tranne con la filippica di Bruno nello studio del consulente di coppia, la sequenza in assoluto più sbagliata), non ricalca il poderoso dramma di un Cantet (risorse sì, ma rigorosamente disumane), rovescia lievemente le situazioni del nostro piccolo film di Eugenio Cappuccio.
LE COUPERET (letteralmente: la scure) si arma di disperata ironia e, rimboccatosi le maniche, prosegue orgogliosamente per la sua strada.

Certo, in alcuni passaggi la semplificazione è evidente: il nido famigliare del protagonista è un cocktail di stereotipi (dalla moglie infedele al figlio malandrino) ma zuccherato a dovere, le vittime di Bruno sono nudi tasselli di una galleria di caratteri ma spesso irresistibili (il dialogo nel fast-food con la terza vittima), il “sogno” di lavoro si chiama Arcadia, il match point finale salva scientemente capra e cavoli per infondere senso compiuto. D’altronde i pregi del film di Costa-Gavras, che ben addomesticano la mano altrove pesante dell’autore, si presentano come dita nelle piaghe purulente del nostro vivere: da qui l’elemento della televisione, che invade puntualmente il focolare domestico, da qui i paradossali manifesti pubblicitari che costellano ogni angolo del film – firmati dalla mano regale di Oliviero Toscani (dita piene di anelli, cellulari infilati nel tanga) che conferma il sodalizio di vecchia data con il regista. Contro questo mondo fottuto Bruno si ribella, giustamente si incazza e la sua parabola manda il dolce sapore dell’eversione: l’uomo è sempre lupo dell’uomo, chi mangia oggi domani verrà divorato. Ironia squarciata da lampi di tristezza, che ben si adatta al fulmine surreale. Un’unica idea, da conservare a lungo.  
Emanuele Di Nicola


Recensioni:

“Diretto da un Costa-Gavras in stato di grazia, dominato dal sensazionale José Garcia, volto da vittima e un lampo di follia dietro i modi miti del padre di famiglia, ‘Il cacciatore di teste’ è molte cose insieme.

E’ un thriller giocato sul filo di una paradossale suspense (maldestro e riluttante, Bruno resta un assassino: ma siamo con lui dalla prima all’ultima scena). E’ una commedia nera tutta fatti e dettagli. E’ una storia che sembra nascere dalla cronaca ma deriva da un romanzo, per giunta americano: ‘The Ax’, ‘L’ascia’, del grande giallista Donald Westlake, brillantemente adattato all’Europa americanizzata del nuovo millennio. Ed è anche l’ennesimo bel film sul lavoro fatto in Francia in questi anni (ricordate ‘A tempo pieno’ e ‘Risorse umane’?), mentre l’Italia al solito dormicchia. Il tutto grazie a uno script che non perde un colpo e oltre a iscrivere questa tragedia in un quadro di allucinante normalità fa di ogni personaggio una porta aperta sul mondo. (…)

Una performance sbalorditiva, tutta concentrazione ed interiorità, per un ispano-francese che fino a ieri strappava la risata in film comici.”
(Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero’, 10 febbraio 2006)


Recensioni:

“In ‘Il cacciatore di teste’, Costa Gavras intesse un racconto morale e fantasociale. (…) La morale inquietante risiede nella piega che prendono i fatti, nell’esito a sorpresa. La ferocia è tra noi, diversamente da quella dei lager non serve solo a sopravvivere ma anche a conservare il superfluo, destinato a pochi sulla pelle dei tanti.”
(Paolo D’Agostini, ‘la Repubblica’, 10 febbraio 2006)

 

 


Recensioni:
“Amaro e cinico, ‘Cacciatore di teste’ tocca il nervo scoperto della crisi dell’occupazione. (…) In un susseguirsi di avvenimenti placidamente crudeli un finto happy end conclude questa amara parabola di Costa Gavras, che ha trovato in José Garcia un interprete ispirato. Se pure talvolta alcune situazioni forzano il sorriso, resta un’amarezza di fondo, che è tipica di questo regista, il cui impegno civile e morale è sempre stato al centro delle sue opere. Ricorda talvolta il Chaplin di ‘Monsieur Verdoux’, non è poco.”
(Adriano De Carlo, ‘Il Giornale’, 10 febbraio 2006)

Recensioni:
“Nel perfido e intelligente film di Costa-Gavras, tratto da un giallo di Donald Westlake, un manager dell’ industria cartaria licenziato per esubero multinazionale, per evitare la concorrenza, decide di uccidere spietatamente, complice il fermo posta, i quadri sul mercato al suo livello, killer spietato ma di una commedia nera degli equivoci, mantenendo in casa il ruolo nevrotico ma innocente del buon padre e marito. Anche per merito del bravo José Garcia, che fa del male con gran naturalezza come una brava persona travolta dalla solitudine, il film svolge la sua paradossale tesi, fino al finale aperto e pessimista, col professionismo di un autore impegnato (‘Z’, ‘La confessione’) che raggira un tema morale in scorciatoia sindacale come un altro dramma sociale, ‘A tempo pieno’ di Cantet.”
(Maurizio Porro, ‘Corriere della Sera’, 10 febbraio 2006)

Recensioni:

“Lo spunto, un romanzo americano di Donald Westlake intitolato ‘The Ax’. Nella versione francese si intitolava ‘Le couperet’ che, più o meno, significava la stessa cosa. Costa Gavras, però, riscrivendolo con la collaborazione di Jean-Claude Grumberg, ha fatto a meno di armi da taglio e ha lasciato che il suo personaggio, inesperto di armi fin al ridicolo, si serva o di una vecchia pistola, o del gas o di un’aggressione con la sua auto. Senza esibire fiotti di sangue o ferite vistose dato che la storia, solo in apparenza è nera perché gli omicidi che vi si elencano servono soprattutto per un’analisi dei turbamenti sociali dei nostri giorni. Con un mezzo quel carattere cui, nonostante cinque crimini, si rischia di guardare perfino con qualche comprensione, per le motivazioni che lo guidano. In cifre in cui, a dominare, è la freddezza: nell’approccio alla storia, nel disegno del suo protagonista, nelle reazioni con cui affronta tutto quello che gli viene incontro, lasciando solo che l’infiammi all’inizio l’idea lacerante della disoccupazione. Se la disegna sul viso calmo José Garcia, anche più calmo quando uccide.”
(Gian Luigi Rondi, ‘Il Tempo’, 11 febbraio 2006)

Intervista:
Dialogo tra Costa-Gavras e Jean-Claude Grumberg

Costa-Gavras
Ho letto il romanzo di Westlake in inglese quando è stato pubblicato. Mi trovavo negli Stati Uniti. Ma i diritti erano già stati acquistati dalla Paramount con un produttore e un regista attaccati al progetto. Michèle ed io abbiamo seguito attentamente cosa succedeva…

Jean-Claude Grumberg
Quando il libro è uscito in Francia, ho letto la traduzione e ho chiamato immediatamente Costa!

CG
Sentivamo che adattare la storia in Francia rappresentava in qualche modo una sorta di avvertimento. Quella che è una dottrina accettata negli Stati Uniti, ossia un forte individualismo, ognun per sé e Dio per nessuno, stava accadendo anche qui.

JCG
Allo stesso modo in cui esiste la fantascienza, la fanta-politica, può esserci anche il fanta-sociale. Ecco perché il romanzo è universale, mostra dove porta la strada dell’individualismo che abbiamo intrapreso. Ovviamente, è una visione estrema, ma è un racconto morale contemporaneo.
“Morale” nell’accezione del termine data da Voltaire o Diderot, ossia, amorale. Voltaire e Diderot creavano delle situazioni amorali per renderci più consapevoli di cosa sia morale.
La risposta alla domanda “Vogliamo vivere per sempre in una società così?” è decisamente “No.” Ma il film ci mette in guardia verso una nuova ferocia, una nuova barbarie.
Si potrebbe dire che è la continuazione di Amen: dove siamo andati a finire dopo il nazismo?

CG
Il personaggio che sopravvive alla fine di Amen, il dottore del campo nazista che fugge in Argentina, porta in sé i germi del personaggio di The Axe: un individualismo spinto agli estremi.

JCG
Non bisogna confondere la denuncia con l’approvazione.
Oggi non puoi più raccontare una storia senza che la gente pensi che stai dalla parte della storia che stai raccontando: come se Costa ed io volessimo che tutti facessero come Bruno. È assurdo.

CG
Questa è l’idea che sta alla base del racconto amorale.
Ed è ancora più amorale per il fatto che, alla fine, non rifiutiamo l’amoralità del personaggio. Spero che il pubblico all’inizio si trovi d’accordo con esso e più tardi si dica: Ma perché diavolo gli sto dando ragione?”
Allora il film avrà espletato la sua funzione: uno spettacolo in cui un personaggio eccezionale ci porta nelle profondità delle nostre anime dandoci una nuova percezione di una società in cui siamo attori, spettatori, vittime e beneficiari.

JCG
Non stiamo facendo l’apologia di un personaggio. Stiamo facendo una critica del mondo attraverso il comportamento di questo personaggio…
Altrimenti non ci sarebbe ragione per fare un film. Ci si limiterebbe a mettere la gente di fronte ad una telecamera e a lasciarla parlare come nei “Reality”. Ma se chiedi alla gente di andare a vedere un film, è per offrirgli un’altra visione.
Il pubblico deve prendere le distanze dal personaggio, ma per farlo, deve prima sentirsi vicino ad esso, forse anche identificarsi con esso.

CG
Monsieur Verdoux uccideva le donne per mantenere sua moglie, senza raggiungere un gran tenore di vita, ma semplicemente per mantenere a galla la sua piccola esistenza. Non aveva alcun dubbio morale: milioni di persone erano appena state uccise nella Prima Guerra Mondiale e gli era stato detto che era necessario. Non vedeva perché le regole che governano ciò che è vitale o necessario avrebbero dovuto essere diverse per lui.
Bruno è come la società in cui viviamo, dove nessuno si pone dilemmi morali sulle conseguenze della perdita di un posto di lavoro o della disoccupazione.
Non è un serial killer pazzo, che va in giro ad uccidere ragazzine e donne. È un dirigente che diventa un serial killer per delle ragioni che non hanno nulla a che vedere con i sentimenti, o con gli impulsi sessuali. Uccide per ragioni logiche e pragmatiche. Si è messo in proprio e combatte la sua guerra economica.
È interpretato da José Garcia che conosciamo e amiamo. La sua rassomiglianza con Jack Lemmon non è solo fisica. In José Garcia ho trovato l’energia e la capacità di andare dalla commedia al dramma che avevo già sperimentato con Lemmon in Missing.
JCG
È anche un film sulla solitudine, che riguarda, a livello tematico, la solitudine di un uomo. Un uomo doppiamente solo: solo perché ha perso il suo lavoro e solo quando si aggrappa all’idea dell’assassinio, dell’idea dell’assassinio come soluzione.
Non può confidarsi con nessuno, neanche con sua moglie, perché diverrebbe subito un mostro agli occhi del mondo. L’elemento scatenante, è la facilità con cui si svolge il primo omicidio.
Da quel momento in poi il nostro personaggio si trova costretto in una solitudine sempre più crescente e oppressiva.

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In una società evoluta come la nostra, il nostro personaggio sceglie una soluzione totalmente primitiva. Diventa un predatore. Alla fine del film, questo predatore viene catturato da un altro predatore, una donna predatore, per l’esattezza.
Ci troviamo in uno stato di guerriglia insistente e permanente, nella quale sembriamo condurre una vita normale.
Il film è un ritratto futuristico, quindi stilizzato, della normalità combattiva della nostra vita quotidiana.


WEB Recensioni:
http://www.drammaturgia.it/recensioni/recensione1.php?id=2852
http://www.cineboom.it/nellesale.php?ID=188&c=1
http://cinema.supereva.com/primevisioni/artI3160.html
http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?Id=35867
http://www.thrillermagazine.it/cinema/2583/
http://www.spietati.it/archivio/recensioni/rece-2005-2006/c/cacciatore_di_teste.htm
http://www.cinematografo.it/bdcm/bancadati_scheda.asp?sch=45825

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