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U Carmen

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Rassegna cinematografica

Teatro Auditorium Supercinema di Chieti
Via Spaventa, 30/34 – 66100 Chieti
Tel. 0871 40 14 60

“i giovedì d’Autore” è una rassegna cinematografica con appuntamenti riservati ai film di qualità esclusi dai circuiti commerciali con particolare riferimento al cinema italiano ed europeo.

venerdì 24 marzo 2006
orario proiezioni: 18.00 – 20.30 – 22.30
Ingresso € 4,00
soci A.C.M.A.
€ 3,00.
Nei giorni di Rassegna sarà allestito un Punto Tesseramento
Rassegna cinematografica

venerdì 24 marzo 2006: U – Carmen di Mark Dornford-May

 

 

 

 

 

SCHEDA del Film

Titolo originale: U-Carmen eKhayelitsha
Anno: 2006
Regia:   Mark Dornford-May
Produzione: Mark Dornford-May, Camilla Driver, Ross Garland
Distribuzione: Lady Film
Durata: 120 min. (colore)
Origine: Sudafrica
Genere: Drammatico
Interpreti: Pauline Malefane; Lungelwa Blou; Andiswa Kedama; Andries Mbali; Andile Tshoni
Soggetto: Georges Bizet
Sceneggiatura: Mark Dornford-May, Pauline Malefane, Andiswa Kedama
Fotografia: Giulio Biccari
Musiche: Georges Bizet, Charles Hazlewood
Montaggio: Ronelle Loots
Scenografia: Craig Smith
Costumi: Jessica Dornford-May
Coreografie: Joel MTHETHWA.
Uscita in Italia: 13 gennaio 2006
Sito ufficiale: http://www.u-carmen.com/

 Sinossi:

La storia della ‘Carmen’ di George Bizet ambientata ai giorni nostri, a Khayelitsha una cittadina sudafricana a venti chilometri da Cape Town.


Trama:

In un sobborgo di Citta del Capo (Sud Africa) vive Carmen, una giovane che tira avanti fabbricando sigarette a mano e praticando un ambiente di contrabbandieri e trafficanti. Un giorno, dopo una rissa nella quale è coinvolta, conosce un poliziotto che si innamora perdutamente di lei. Tra i due si stabilirà un rapporto amoroso difficile e contraddittorio che porterà il poliziotto a lasciare il suo lavoro per diventare un malvivente. Il loro amore andrà avanti in modo rocambolesco fino a quando non si verificherà l’irreparabile.
L’opera di Bizet si basa sulla novella di Prosper Merimee presentata per la prima volta a Parigi il 3 marzo 1875. Ambientata in una zona povera di Siviglia, la storia della donna magnetica che seduce, ama e infine distrugge il suo amante e se stessa, è molto nota: ragazza seduce ragazzo, ragazzo diventa ossessionato, ragazza lascia ragazzo per un altro, ragazzo accecato dalla gelosia, la uccide. L’amante soldato ossessionato dalla figura materna di Carmen che viene rimpiazzato dall’affascinante matador è una delle più grandi figure tragiche del teatro musicale. Ma la storia, è la storia di lei. Perché spinge il suo soldato alla violenza? Perché non fugge all’ultimo momento? Cosa la spinge verso la distruzione?


Recensioni:

Passioni nella banlieue sudafricana

Forse sono proprio i corpi carnosi, abbondanti, eccessivi delle donne che interpretano il film a trasmettere vitalità e sfrontatezza, quell’incredibile energia che pervade U-Carmen eKhayelitshae che ne fa un singolare “musical lirico”.
E’ innegabile, all’inizio ci si trova spiazzati. Abituati come siamo ad attrici carine, magrine, elegantine, si rimane increduli di fronte a questa Carmen così poco “politically correct” dal punto di vista estetico. Naturalmente secondo i nostri canoni.
Ma il carisma di Pauline Malefane in brevissimo tempo ci conquista, con la sua voce possente e quel corpo così duttile e armonioso, malgrado la sua abbondanza.  La fisicità è uno dei punti di forza del film di Mark Dornford-May, che colloca la sua Carmen in una baraccopoli alla periferia di Città del Capo. Il luogo è allucinante, catapecchie di cartone costruite sotto enormi elettrodotti contengono a fatica un formicaio umano variopinto, che brulica nonostante lo squallore. La storia della sigaraia di Siviglia, tratta da un racconto di Prosper Merimée e resa celebre dall’opera di George Bizet, cambia radicalmente ambientazione e si sviluppa tra contrabbandieri dell’estrema periferia e poliziotti molto

corruttibili.  Tutti conquistati dal fascino di questa Carmen nera, volubile e orgogliosa, che va senza timore verso il suo destino, anteponendo a tutto la propria libertà. Uno stregone pronostica la sua morte e quella del suo innamorato, ma la voglia di Carmen di mordere la vita, cantando, ballando, seguendo i propri istinti senza mai farsi condizionare non viene scalfita dall’infausta predizione.
Il regista e alcuni degli interpreti, tra cui la versatile Pauline, hanno svolto un lavoro importante di traduzione dei testi nella lingua Xhosa, uno degli undici dialetti ufficiali del Sud Africa post apartheid. E’ davvero singolare sentire le arie della Carmen piegarsi a questo particolarissimo linguaggio. Chi ha compiuto questo lavoro sottolinea la difficoltà di riadattare dialoghi e testi, ma ci sentiamo di dire che l’esperimento è pienamente riuscito.
Ciò che invece non ci sembra del tutto condivisibile è la caratterizzazione di alcuni personaggi, un po’ troppo tagliati con l’accetta, poco delineati psicologicamente fino a risultare superficiali e rozzi. L’esasperata brutalità di talune situazioni può far supporre che sia dovuta al luogo in cui ci troviamo: personalmente la trovo eccessiva, quasi fastidiosa.
Anche questo aspetto forse si poteva rendere con minore approssimazione, soffermandosi di più sulle dinamiche tra i personaggi.
Ma questa Carmen africana è soprattutto musica, ritmo, contaminazione, un grido di vitalità suprema, che contagia e sorprende per quanto sa far dialogare due mondi.  Un’opera nata in Europa, che ha appassionato pubblici europei, sembra sgorgare naturalmente da tutt’altro contesto, a conferma che la musica, quando ha un’anima, non può essere racchiusa dentro confini geografici o culturali.
di Roberta Folatti


Recensioni:
U-Carmen eKhayelitsha

Da George Bizet a Mark Dornford-May passando, ovviamente, per la Carmen: opera tragica tra le più rappresentative e famose nella Parigi del 1875. L’opera lirica originale, rappresentata per la prima volta al Teatro Dell’Opera Comica, vedeva Carmen, operaia in una manifattura di sigarette, invaghirsi di José, un poliziotto di caserma. Tra i due sboccia un amore intenso, tale da spingere José ad abbandonare il suo lavoro e a dedicarsi anima e corpo alla sua amata. Ma la nuova vita non arride al giovane, tacciato come disertore, e l’arrivo del toreador Escamillo, lo rende geloso quanto folle…
Il personaggio della Carmen può essere definito tra i più controversi del teatro lirico moderno: civetta, seducente, impulsiva, volubile, e fragile, la Carmen, che ha visto nella interpretazione di Maria Callas la più autentica identità teatrale, è un personaggio che ha saputo anticipare le dark-lady del cinema noir americano. Opera di grande importanza quindi, capolavoro di Bizet, snobbata inizialmente dal pubblico, e ricordata qualche anno fa prima dal regista Rosi e poi anche da una pubblicità di detersivi…

ll rifacimento di Mark Dornford-May ambientato in un Africa assolata, rappresenta anche il suo esordio alla regiaLa storia è la stessa, con l’unica variazione nei nomi, come uguali sono le musiche. Il tentativo di fondere il fascino della lirica, strumento prettamente teatrale, con il cinema, attraverso l’uso di telecamere a mano e grandangolo, è audace quanto difficile. E pone oggettivi dubbi di tipo trans-cinematografico e metafilmico: cosa rimane, in ultima analisi, di un capolavoro, se a questo togliamo quegli elementi che lo hanno reso tale? Esperimento.
Lo spettacolo è rappresentato sul grande schermo dalla compagnia Dimpho Di Kopane, di grande eleganza visiva, guidata dalla protagonista, Pauline Malefane, carismatica e tenace, coautrice anche dei testi e della traduzione di U-Carmen.
Viene da chiedersi cosa avrebbe pensato Bizet di questa nuova trasposizione della sua Carmen, ma non lo sapremo mai. Del resto lo stesso sfortunato autore è all’oscuro anche del successo che arrise alla sua opera originale, morendo tre mesi dopo la prima rappresentazione…
Film difficile, senza girarci troppo intorno, ma coraggioso, a cui manca, forse, solo la magnificenza del Teatro. Perché questa volta, quella del Cinema, non basta.
Diego Altobelli


Recensioni:

La lingua del titolo impronunciabile si chiama Xhosa ed è parlata in Sudafrica, dov’è ambientata questa versione inedita e moderna della “Carmen” di Bizet. A mettere in scena la storia della donna che ama e distrugge un amante fino al punto da subirne le estreme conseguenze è la compagnia Dimpho Di Kopane, costituita da una quarantina di attori e cantanti, qui impegnati in un esperimento, inedito e riuscito, di musical all’africana. La musica è quella del libretto di Bizet, ma i testi sono stati adattati all’ambiente di questa nuova versione, dove alla grandezza dei suoni fa da contraltare l’ambientazione fra le baracche della periferia di Capetown. Tradizioni locali e richiami all’originale si mischiano con i colori caldi del paesaggio e dei costumi, in un’opera tutta giocata sui contrasti, fra limousine e desolazione, telefoni cellulari e preservativi, tatuaggi, filo spinato e brutalità della polizia. Per non parlare delle voci, assai lontane da quelle apprezzate dai puristi del canto, ma perfettamente in linea con l’ambientazione. A contare, in questa “Carmen” dell’Africa profonda, sono soprattutto le scelte di regia e la reinterpretazione del testo. Don José gira con un walkie-talkie da poliziotto, Escamillo è una star dell’opera di ritorno da New York e il presagio di morte di Carmen arriva da

uno sciamano e dalla lettura delle ossa. Mark Dornford-May inventa, fra l’altro, un retroscena che fa di Don José l’assassino del fratello di Carmen e di Micaela la cognata vedova, aggiungendo così un peso concreto al messaggio di perdono della madre. Lo stile è artigianale, in linea con quanto siamo riusciti fino a oggi a vedere della produzione africana, e non mancano i cliché, come i flashback in tinte a forte contrasto o i giri di 360 gradi intorno agli amanti. Ma qualche trovata è veramente azzeccata, coma la celebre “Habanera” cantata da Carmen con un vaso in testa o la “Canzone del fiore” concepita come scambio intimo nell’angolo di un night club, con un costante brusio di sottofondo a fare da contrappunto alla melodia del compositore. Pur tra i non pochi difetti di messinscena, soprattutto nelle scene d’azione, va apprezzata in questo film l’originalità del tentativo e l’occhio diverso con il quale, comunque, si espone la realtà spesso drammatica del continente africano.

Un po’ di conoscenza dell’opera ci vuole, per apprezzare molte scelte. Altrimenti si può scegliere se deliziarsi con sinuosi movimenti e costumi degli attori/cantanti oppure finire con l’addormentarsi.

Roberto Bonino


Recensioni:
Siviglia-Città del Capo: viaggio senza ritorno

I puristi del melodramma, quelli che a teatro fischiano se il regista osa intervenire sulle coordinate spazio-temporali di un’opera, avranno sicuramente di che lamentarsi. Eppure, U-Carmen eKhayelitsha è un film di notevole spessore. Non per niente si è aggiudicato a sorpresa l’Orso d’Oro al Festival di Berlino 2005 ed è stato apprezzato dalla critica internazionale. Questo film di Mark Dornford-May è una trasposizione filmica della Carmen di Bizet. Si passa però dalla spagnola Siviglia alla sudafricana Città del Capo, mentre l’ambientazione temporale è spostata ai nostri giorni.

Già di per sé questa coraggiosa “operazione geografica”, rappresenta una delle componenti più interessanti del film, ma c’è altro. Si tratta di un lungometraggio estremamente complesso in cui sono abilmente articolati fattori linguistici diversi ed elementi visuali e

narrativi di non facile connessione. U-Carmen eKhayelitsha è infatti contemporaneamente un film-opera, un documentario socio-antropologico, un gangster-movie, una storia d’amore.

Tutto ciò è collocato, attraverso un triplo salto mortale espressivo, nella trama della Carmen, che evidentemente si presta facilmente a manipolazioni di ogni genere. La vicenda di Carmen e del suo disperato amante si svolge integralmente in uno dei luoghi più incredibili e poveri della Terra: un sobborgo di Città del Capo dove vivono ammassate migliaia di persone in un labirinto di casupole e baracche.

In questo suburbio sottoproletario si svolge un’esistenza sanguigna e semplice, e tale esistenza porta alla luce una porzione di società che sembra vivere separata in una sorta di gigantesco e spaventoso ghetto. Tutto in questo sobborgo è spinto fino al parossismo: i sentimenti, l’amicizia, l’odio, l’amore, l’angoscia, la gioia, la violenza, la tenerezza. In questo contesto, la tragedia di Carmen e del suo amante poliziotto che si rovina per lei ha un valore emblematico e altamente drammatico e indica con chiarezza il destino inevitabile dei diseredati nel contesto della società moderna capitalistica.

Mark Dornford-May ha effettuato un enorme lavoro dal punto di vista visuale e ha uniformato il suo stile di ripresa alla fotografia contemporanea africana, da Zwelethu Mthethwa a Samuel Fosso. U-Carmen eKhayelitsha è una pellicola basata su un impianto formale molto vicino a quello che si potrebbe definire in ambito fotografico “reportage sociale”. Ma esattamente come Mthethwa, Dornford-May non si limita a registrare la realtà in modo documentaristico. Caratterizza invece ogni immagine grazie a una vibrante costruzione estetica che dona ai personaggi eleganza, fierezza, bellezza anche quando sono costretti ad agire nel degrado e nella povertà assoluta. Interessante, infine, il lavoro svolto sul libretto dell’opera. Il testo è stato totalmente stravolto e organizzato in funzione della collocazione ambientale della storia. E poi ascoltare la Carmen cantata in Xhosa, una delle undici lingue ufficiali del Sud Africa, è un’esperienza veramente indimenticabile, unica.
Maurizio G. De Bonis


Recensioni:

“Da un lavoro teatrale già portato in tournèe per mezzo mondo dalla compagnia sudafricana Dimpho di Kopane, il film-opera ‘U-Carmen eKhayelitsha’, primo lungometraggio dell’inglese Mark Dornford-May premiato a Berlino con l’Orso d’Oro, va ben oltre la trasposizione dal monumentale capolavoro di Bizet e la resa estetica di una pellicola che trattiene in sé tutte le suggestioni ma, a volte, anche il corto respiro della scena. L’essenzialità di molte sequenze va di pari passo con la cifra politica del film: la povertà di una Carmen che si muove nel sobborgo-latrina di Città del Capo è infatti un esplicito invito a leggere l’Opera cinematografica come manifesto di un Paese che solo recentemente ha iniziato a risorgere e che per molto ancora rimarrà schiavo del passato. Ma l’operazione è più che vincente. Musicalmente, con una miscela esplosiva che mixa lo spartito di Bizet ai suoni della tradizione sudafricana; nell’impatto visivo tra colori, profumi, balli coinvolgenti; nell’interpretazione, con una prorompente Pauline Malefane-Carmen che regala all’eroina di Mérimée la spavalderia della femmina e l’orgoglio della libertà a tutti i costi.”
Leonardo Jattarelli,
‘Il Messaggero’, 13 gennaio 2006


Recensioni:

Tra i personaggi archetipici, la Carmen di Mérimée è uno dei più rappresentati dal cinema, “muto” e “sonoro”. Il secondo ha prodotto anche varie versioni del melodramma di Bizet, tra cui una di Francesco Rosi e “Carmen Jones”, già interpretata da attori di colore. Con Carmen eKlurvelitsìia, inatteso (ma non immeritato) Orso d’oro alla Berlinale 2005, siamo di fronte a un’esperienza davvero sui generis: l’opera è affidata alla compagnia Dimpho Di Kopane, mentre l’orchestra Imbumba mischia le celebri arie di Bizet in un inedito e suggestivo impasto con la musica tradizionale sudafricana. Nella colonna visiva passano le immagini della odierna Khavelisha, con le sue catapecchie e le sue bidonville; intorno agli attori-cantanti della compagnia, si muove un migliaio di comparse prese dalla strada. La storia è fedele a quella che conosciamo: un poliziotto è sedotto dalla sigaraia Carmen, che lo porta sulla via del crimine prima di preferirgli un altro, suscitandone la gelosia omicida. A parte qualche lecita variante; come quella del rivale, che da matador si trasforma in cantante.

Le voci sono splendide; la Carmen di Pauline Malefàne, che l’estetica imperante alle nostre latitudini considererebbe più che soprappeso, autenticamente sensuale. Balazs formulò forti riserve sulle opere filmate, giudicando incompatibile la stilizzazione della lirica con il realismo fotografico. Se potesse vedere questo film, forse si ricrederebbe.
Roberto Nepoti da La Repubblica, 13 gennaio 2006


Recensioni:

“Sorprende il ‘Bizet’ all’africana che nel 2005 vinse a Berlino con l’Orso d’oro a Mark Dormford-May, factotum dell’ opera teatrale. Che, cercando di stravolgere con fedeltà, trasferisce i fattacci di sangue della Carmen dai barocchi complessi di colpa cattolici di Siviglia all’hinterland mostruoso di Città del Capo oggi, una no man’s land ripresa con forza documentaria (e l’apartheid? Bianchi non se ne vedono). Corretto qua e là il libretto di Merimée, inserita la droga e mutata la scena finale del delitto d’onore, non più nell’ arena ma dietro le quinte di un concerto. Stupisce la connessione del tessuto teatral musicale (si parla la lingua xhosa) con innesti di tradizione africana e voci straordinarie: massimo di verità e finzione. E’ la seconda Carmen africana dopo Karmen Gei, non sempre tutto funziona, ma Pauline Malefane è una presenza inquietante.”

Porro Maurizio, ‘Corriere della Sera’, 13 gennaio 2006


Recensioni:

“Ben poco interessante e competitivo è ‘U-Carmen e Khayelitsha’, ennesima versione della ‘Carmen’ di Georges Bizet basata sull’improbabile trasferimento dell’opera in una township del Sud Africa. Il regista teatrale inglese Mark Dornford-May vorrebbe aggiornare la gelosia, la sete di vendetta e l’ossessione erotica della fatale gitana alle prese con Don José immergendole nei travagli quotidiani della formicolante comunità, ma l’unico dato che sopravviverà al pleonastico film è la traduzione dei testi nel dialetto indigeno xhosa (per la musica non c’era nulla da fare).”

Valerio Caprara, ‘Il Mattino’, 14 febbraio 2005

 


Recensioni:
Mirabile rilettura del mito femminile di George Bizet nel Sudafrica contemporaneo. Ritmata con brio dal regista Mark Dornford-May

I canoni della seduzione femminile, dalle parti dell’odierna Città del Capo e tra la popolazione di colore più povera, sono davvero diversi da quelli spagnoli immaginati da un francese nel 1875. Eppure la Carmen nera che si affianca alle tante “Carmen” dell’opera e del cinema spalanca un “nuovo mondo” sui criteri di interpretazione di un eterno mito femminile. All’epoca George Bizet scrisse un capolavoro che avrebbe forato i tempi e le culture; oggi l’esordiente Mark Dornford-May, contando sulle forze artistiche irresistibili della compagnia lirica Dimpho Di Kopane, si appropria del “mito”, traduce il perfetto libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy in lingua Xhosa adattandolo mirabilmente a Khayelitsha, una enorme e povera periferia, nella quale la storia precipita fino alla nota tragica conclusione.
Comprimendo la struttura musicale nelle due ore, contaminandola con spericolati ritmi locali, e grazie ad un mirabile adattamento drammaturgico, la U-Carmen di Pauline Melafane si muove non come un comune mezzo-soprano ma come una spiritosa, grintosa e vitale donna di oggi in cerca d’amore, soldi  e libertà, contornata da attori-cantanti emozionati. Il mito ne esce indenne e l’amore di Carmen rimane, in una delle poco parti del testo rimasta giustamente ancorata all’originale, “un oiseau rebelle”, con l’avvertimento profetico della sigaraia: “si je t’aime, prends garde à toi”!

Luca Pellegrini, cinematografo.it, 15 gennaio 2005


Recensioni:
La Carmen di oggi viene dal Sudafrica

La storia della Carmen di Georges Bizet ambientata nei giorni nostri in una piccola cittadina (Khayelithsa) a venti chilometri da Capetown. Orso d’oro a Berlino 55.

La rivisitazione in chiave moderna della Carmen di Bizet, U-Carmen ekhayelitsha, vince la cinquantacinquesima edizione del Festival di Berlino. La pellicola è interamente girata nella lingua xhosa (una delle molte lingue Bantu del Sudafrica) che è basata su un particolare movimento della lingua che produce continui rumori tipo click.

La prima rappresentazione dell’opera avviene a Parigi il 3 marzo 1875. Fu curata dallo stesso autore, che seguì personalmente tutti gli estenuanti tre mesi di prove, durante i quali apportò numerosi tagli e modifiche alla partitura originaria, costruita nello stile comique, cioè con dialoghi recitati alternati alle parti musicali. La Spagna creata da Bizet è prima ancora che un luogo geografico (peraltro mai visitato dall’autore), il luogo della psicologia umana, il luogo della passionalità e dell’istinto, dei conflitti primari: Amore e Odio, Libertà e Legami, Maschio e Femmina. Ed è in questi dualismi, in questa doppia connotazione (da un lato una caratterizzata definizione dell’ambiente e del clima dell’azione, dall’altro un’analisi psicologica di inedita spregiudicatezza) che va ricercata l’universalità dell’opera di Bizet e dei due caratteri di Don José e di Carmen.

Nella trasposizione sudafricana queste componenti vengono mantenute pienamente. Per il regista il passaggio dall’opera a pellicola cinematografica ha rappresentato una sfida molto coraggiosa. Fin dall’inizio i produttori ed i traduttori hanno dimostrato qualche perplessità rispetto all’utilizzo della lingua xhosa. Sembrava essere un’operazione scoraggiante. Superato questo momento di impasse l’entusiasmo ha prevalso in maniera netta. I loro sforzi di collaborazione hanno dato vita ad una sceneggiatura che riesce, nel complesso, a rimanere fedele al testo di base con una spiccata attenzione a quelle che sono le caratteristiche e le abitudini della vita di borgata. Lo stile registico utilizzato rende questa pellicola estremamente particolare e curiosa perché si colloca a metà strada tra un documentario ed un lungometraggio vero e proprio.Nel lavoro di Mark Dornford-May si mantiene la complessità dei diversi personaggi. Uno su tutti quello della Carmen. Quest’ultima rimane, infatti, una donna indipendente, sensuale, determinata, feroce e dallo spirito indomabile anche di fronte alla morte. Tre componenti diventano, però, centrali in questo film: il ghetto, il luogo e la musica. I membri del ghetto provengono dalla Dimpho Di Kopane (DDK), una compagnia teatrale che ha riscosso successi a livello internazionale. La compagnia, attualmente composta da 40 membri, è stata fondata nel 2000 attraverso un reclutamento piuttosto particolare. Le duemila audizioni sono state tenute nelle borgate dell’intero Sudafrica. Basti pensare che la maggior parte degli aspiranti attori non sono mai stati all’interno di un teatro e tanto meno davanti una macchina fotografica. La diversità delle culture e delle esperienze del DDK permette alla compagnia di dar vita a spettacoli di alto livello. Ogni membro risulta essere indispensabile e ricopre una parte importante ai fini della storia. La cittadina di Khayelitsha contribuisce, inoltre, con le sue vibrazioni, i suoi colori e i continui ritmi di sottofondo ad accompagnare i fili e i personaggi della storia.
Matteo Signa


Recensioni:
U-Carmen eKhayelitsha

Nera perché è una sudafricana dei sobborghi di Città del Capo; grassa (non rotonda e formosa) perché attorno a lei le donne sono (quasi) tutte supersize o così ci viene suggerito, ballerina non certo provetta anche se non fa che buttarsi sulla scena (della strada), spingersi al centro e sculettare come può; pronta alla fuga ma goffissima nel passo (perché i chili, appunto, fanno la differenza) anche se lo spettatore deve stare al gioco e credere che correndo in quel modo possa seminare gli aitanti soldatini che la inseguono; bella nei tratti selvaggi e nei profondi occhi neri ma con un faccione in cui si perdono. Ma è Carmen e per chi guarda deve essere l’immagine di ogni seduzione, portare con sé l’energia di ogni passione, la carnalità insinuante, la provocatorietà irresistibile.
Se ci riuscite potrete entrare nel gioco  godervi una Carmen piuttosto fedele negli snodi drammaturgici a quella di Bizet, ma tradotta nella lingua bantu degli Xhosa e trasferita tra le baracche di un estremo sobborgo di Città del Capo. Se ci riuscite.

Ma il fatto è che questa Carmen protagonista di “U-Carmen eKhayelitsha”, inatteso Orso d’Oro alla scorsa Berlinale e primo assegnato ad un film sudafricano,  firmato dall’esordiente Mark Dornford-May (di cui è già pronto un nuovo film con protagonista un Gesù Cristo nero), arriva dritta dritta dai palcoscenici teatrali, essendo già stata lì per oltre tre anni rodata dalla compagnia Dimpho Di Kopane fondata nel 2000 proprio dal regista dopo un estenuante tour di provini in tutto il Sud Africa urbano e rurale che partorì una compagnia di 40 attori e cantanti “dai talenti combinati”, come racconta oggi Dornford-May.
Da allora questa “Carmen” è stata allestita, portata da una piazza all’altra e ha ottenuto un enorme successo che ha ispirato, per l’appunto, la stessa sceneggiatura del film, a sua volta enorme successo in patria. La firma Pauline Malefane che è anche l’interprete, la Carmen fuori misura al centro della scena, e che oggi dettaglia sulle difficoltà di tradurre in Xhosa il testo francese, “che stavano non tanto nella traduzione letterale del testo dell’opera di Bizet ma nel combinare le nostre parole con la forma della musica, a questo punto si è trattato spesso di un lavoro di rifinimento e di adattamento di alcune scene. D’altra parte ciò che era importante stava nel riuscire a rendere il vitalismo di Carmen, la sua certezza di essere una donna libera e liberata, la sua naturalezza nel gestire un corpo che va contro ogni canone di odierna bellezza e del risultato siamo stati molto soddisfatti”.
Ma se la performance degli attori-cantanti sposata a quella di Imbumba, giovanissima orchestra sudafricana che combina Bizet con ritmi tradizionali del luogo e persino con le percussioni tribali, è riuscita, se non è in dubbio la professionalità della compagnia e il lavoro di adattamento, che ha anche un suo intrinseco interesse perché “Carmen” come tutti i drammi universali si presta a varianti d’ogni sorta e il cinema, di fatto, ne sforna almeno una l’anno (e persino da quelle parti già il senegalese Joseph Gai Ramaka ne aveva tratto, un paio di anni fa, una versione molto più personale di quella di Dornford-May), a non riuscire è il passaggio dalle tavole del palcoscenico al cinema che ha altre leggi, esige ben altro realismo e trasforma in persone di carne e ossa ciò che sul palcoscenico è rappresentazione, suggerimento, idea. La Carmen grassa e non irresistibile va benissimo a teatro se sa cantare ma sul grande schermo le si chiede anche altro e, prima di ogni altra cosa, di farsi donna vera e credibile e solo dopo emblema di qualcosa.
“Ciò che più mi ha soddisfatto è l’aver creato da un’opera lirica un film che non è un’opera lirica e che va molto oltre le convenzioni del film lirico e non ne ha l’eccesso di stilizzazione, oltre ad avere una chiara valenza politica perché la storia stessa di Carmen parla dello straordinario progresso delle donne in Sud Africa” dice il regista e ha ragione, perché i set del film sono veri, colorati, polverosi, squallidi e così le baracche e l’orribile palazzo sportivo che si staglia sul nulla in cui si consuma la tragedia finale, senza la sontuosità della corrida in contraltare e nel fango, contro una recinzione di filo spinato. Ma non basta perché la sua Carmen ti tiri dentro la sua storia seducendoti in un modo o nell’altro. Così come non basta la fatica dell’adattare l’opera a una cultura del tutta aliena. Restano le buone intenzioni e la grande professionalità dei cantanti. Ma Carmen l’irresistibile dove è?
Silvia Di Paola


Recensioni:

L’operazione non è di per sé particolarmente originale: il cinema da tempo ci ha abituati a trasposizioni di capolavori teatrali in cui alcuni tra gli elementi principali (testo, personaggi) vengono mantenuti inalterati ma spostati di contesto (ambientale, sociale…). In questo caso, un regista teatrale – l’inglese Mark Dornford-May – ha scelto per il suo esordio dietro la macchina da presa nientemeno che una tra le opere tragiche più famose della tradizione lirica, la Carmen di George Bizet, rappresentata per la prima volta al Teatro Dell’Opera Comic di Parigi nel 1875, e inizialmente snobbata da pubblico e critica.

Sotto il sole accecante dell’Africa si srotola una storia che è in tutto e per tutto simile all’originale, salvo, ovviamente, i nomi dei protagonisti. Carmen è nera, questa volta, fuma il sigaro e parla xhosa, e la sua storia personale sembra

volersi fare portatrice di un contenuto sociale che è profondamente legato al suolo su cui essa si svolge: l’autore prende a prestito la vicenda di Carmen per parlare del progresso sociale delle donne nel Sud Africa democratico, uno dei motivi per cui la pellicola ha avuto tanto successo in patria. All’anteprima di U-Carmen a Khayelitsha sono accorsi migliaia di spettatori, spesso appartenenti alle famiglie degli stessi protagonisti.
Alle spalle del film c’è una tournée teatrale lunga tre anni, che ha portato la compagnia di Dornford-May (Dimpho di Kopane) sui palcoscenici di tutto il mondo: qual è il senso di questa trasposizione sugli schermi? Stando alle dichiarazioni dell’autore, raggiungere una visibilità altrimenti molto limitata per un progetto che è nelle intenzioni dichiaratamente politico. Da un punto di vista artistico e filmico, non si può negare che il film possieda un certo fascino: quello dei volti e delle voci immortalati dalla camera a mano, quello di una storia unica ma immersa nel quotidiano movimento di una città spesso vista col grandangolo, quello di un personaggio, Carmen, che appartiene al mito, impersonato da un’attrice (Pauline Malefane) piena di grinta e dalle notevoli doti vocali, la stessa che ha curato anche la traduzione del libretto nella lingua indigena Xhosa.
Resta nell’aria l’interrogativo eternamente irrisolto sui rapporti tra il Cinema e altre arti: com’è noto, non tutto può essere tradotto / trasposto. Probabilmente il fascino della lirica necessita, per potersi manifestare al meglio, del Teatro. Ma alle sottrazioni imposte dalle regole della cinematografia corrispondono, in questo caso, altrettante aggiunte, che ricompensano lo spettatore per ciò che inevitabilmente va perduto.
Antiniska Pozzi


Recensioni:

Carmen, forte e sicura di sé, lavora con altre donne in una fabbrica di sigarette del sobborgo sudafricano di Khayelistsha. Dopo una rissa con una collega, viene arrestata e affidata al sergente Jongi, che ella aveva già una volta tentato di provocare e sedurre. Jongi si innamora follemente, lascia la polizia per seguire Carmen nella vita, ai limiti della legalità, che la donna conduce nella township. La gelosia del sergente e la tendenza all’autodistruzione di Carmen porteranno i due amanti alla rovina.
“U-Carmen e Khayelistsha”, versione dell’opera lirica “Carmen” di Bizet, si è aggiudicata l’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino. Un premio a sorpresa con il quale il regista sudafricano Mark Dornford-May ha battuto i favoriti “The Sun” di Sokurov, sull’imperatore Hirohito, e “Sometimes in April” film sul genocidio in Rwanda.

Eppure la scelta è condivisibile, non fosse altro per l’ardita discesa in una township sudafricana senza mai dimenticare gli stilemi artistici del genere operistico. La storia della donna fatale e irresistibile, ambientata nella zona più povera di Siviglia, assume toni di universalità in questa trasposizione sudafricana.
Mark Dornford-May, ha origini inglesi ma cultura profondamente sudafricana. In Sudafrica è il fondatore della South African Academy of Performing Arts, e regista dell’opera teatrale da cui il film, suo primo lungometraggio, è tratto. Il film ha tratti profondamente africani, dalle riprese in stile cinema verità tra le baracche di Khayelitsha, alle immagini della vita che scorre quotidianamente nelle vie della township. Eppure la fedeltà alla cultura autoctona non impedisce la felice incursione nel genere operistico con soluzioni raffinate in ambito iconografico.
La scelta di Pauline Malefane (coautrice anche della sceneggiatura) come Carmen è ardita. L’attrice, lontana dai canoni di bellezza tradizionali, è una donna dalle forme abbondanti, ma dalla spiccata sensualità, capace di giustificare la forza catalizzatrice della sua persona. Tutto il cast è all’altezza delle impegnative performance musicali. Sapiente l’uso dei colori dei costumi di Jessica Dornford May, dai toni dimessi in beige e rosa pallido delle prime sequenze al rosso vivo dell’apparizione di Carmen, che si espande tra le donne come simbolo di sensualità, dal blu virginale di Micaela al verde marcio delle divise dei soldati. Il libretto di Bizet è stato interamente tradotto e riadattato in dialetto locale xhosa, alternando alle celebri arie alcune musiche locali. Questo è forse l’elemento più controverso della pellicola. Se da un lato la scelta ha un forte valore culturale e politico, dall’altro mette a dura prova lo spettatore, intessendo il film di momenti di profonda noia e difficoltà di comprensione.
Danila Filippone


Recensioni:

La scarsa fortuna dei film operistici – tranne rarissime eccezioni – risiede nella difficoltà di armonizzare musica, teatro e cinema e nel conciliare il didascalismo, la maniera e i tempi del melodramma con i ritmi concitati dell’arte filmica. U-Carmen eKhayelitscha, opera d’esordio del regista Mark Dornford-May realizzata in Sudafrica, è un adattamento piuttosto originale della Carmen di George Bizet, recitata e cantata in lingua xhosa dalla compagnia teatrale lirica Dimpho Di Kopane, e ambientata ai nostri giorni a Khayelitsha, una cittadina di legno e lamiere a venti chilometri da Città del Capo.
La messinscena ricalca abbastanza fedelmente la struttura narrativa dell’opera lirica tratta dalla novella di Prosper Merimee. Carmen (il soprano Pauline Malefane), operaia in una manifattura di tabacchi, in seguito a una rissa incontra il sergente di polizia Jongikhaya (Andile Tshoni), il quale s’innamora perdutamente della donna al punto da lasciare le forze dell’ordine e unirsi ai malavitosi che ella frequenta. Il tragico epilogo è provocato dalle ossessioni materne e dalla gelosia dell’uomo: lasciato da Carmen, che l’ha presto rimpiazzato, l’ex poliziotto affida a una lama la sua cieca furia vendicativa.

L’operazione di Mark Dornford-May, britannico che vive in Sudafrica, autore dell’opera teatrale da cui il film è tratto, si avvale dell’iconografia africana e di una coreografia derivata dalle baracche e dalle strade polverose dei sobborghi metropolitani – ancora interdette ai bianchi nonostante la fine dell’apartheid – dai colori sgargianti degli abiti femminili agitati dai corpi danzanti, dai sorrisi dei bambini che rincorrono un pallone, dagli occhi degli anziani scavati dalla miseria e dalla rassegnazione.
Tuttavia, anche se lo scenario delle celeberrime arie, duetti e cori è una bidonville, U-Carmen risulta essere un film “colto” e raffinato in cui il vissuto quotidiano è lo sfondo alternativo allo sfarzo scenografico e dei costumi delle versioni tradizionali dell’opera. Va inoltre ricordato che tra le trasposizioni della novella di Merimee e gli adattamenti del melodramma di Bizet si contano almeno una cinquantina di riduzioni cinematografiche, tra le quali citiamo quelle di Charlie Chaplin (una parodia) e di Francesco Rosi (con Placido Domingo), di Carlos Saura (Carmen Story) e di Otto Preminger (Carmen Jones)…
Comunque, la sorpresa più clamorosa di questa produzione “artigianale” realizzata con entusiasmo e sincerità, ma non sempre drammaticamente coinvolgente, consiste nell’imprevista affermazione all’ultimo Festival del cinema di Berlino. U-Carmen eKhayelitsha ha difatti ottenuto l’Orso d’Oro come miglior pellicola della rassegna sbaragliando film ben più accreditati ed esteticamente più convincenti come Sophie Scholl – La Rosa bianca di Marc Rothemund, Il Sole di Aleksandr Sokurov, Paradise Now di Hany Abu-Assad e Vai e vivrai di Radu Mihaileanu, già apparsi – e apprezzati – nelle sale italiane.
Il prestigioso riconoscimento attribuito al film del Sudafrica va però accettato serenamente poiché suona come il risarcimento politico attribuito a una nazione giovane che è riuscita a scrollarsi di dosso il secolare problema dell’apartheid senza vendette né clamorosi spargimenti di sangue, un paese dalle grandissime potenzialità economiche e culturali che sta superando, a poco a poco, i contrasti razziali e le dispute tribali, e sta iniziando, finalmente, a combattere con efficacia la tremenda piaga dell’AIDS.
Claudio Luigi


Recensioni:

Una voce maschile descrive nei dettagli la bellezza del volto della sua donna, esplorato da un lento carrello in avanti.
Alla caserma di Khayelitsha, un sobborgo di Cape Town, arriva la nuora di uno dei poliziotti. Ella, però, non riesce a incontrarlo. Intanto, dalla fabbrica escono le sigaraie. Carmen è la più ardente, non si cura dei corteggiatori ma vuole attirare l’attenzione del poliziotto, intanto sopraggiunto.
Carmen ferisce una compagna. Il poliziotto la arresta, ma la donna lo convince a lasciarla evadere. Scontata la punizione, corre da Carmen, che si trova in compagnia di contrabbandieri ai quali, dopo varie vicende, finirà per aggregarsi. Egli è trascurato da lei, attratta da un noto cantante lirico, nativo del suo stesso sobborgo, che dopo anni torna nel luogo natìo per un grande concerto a cui prenderà parte anche il coro di Carmen.

Ma la madre del poliziotto è morente: costui allora decide di andare con la nuora al capezzale della madre. Al suo ritorno, si vedrà nuovamente maltrattato dai briganti amici di Carmen.Il concerto sta per iniziare, ma Carmen vede il suo poliziotto e decide di seguirlo. Egli scongiura Carmen di tornare con lui, ma la donna gli risponde freddamente e gli restituisce con disprezzo l’anello che lui le aveva donato. Così, il poliziotto pugnala a morte Carmen.

All’uscita dalla manifattura, le prosperose sigaraie-soprani che popolano le estreme periferie di Mark Dornford-May, sudafricano d’adozione da cinque anni, ballano in cerchio. L’ambita Pauline Malefane, il volto della seconda Carmen nera del XXI Secolo (il film replica a Karmen Gei, di Joseph Gai Ramaka) si mostra al poliziotto seduto in auto, in tutta la sua giunonica grazia. “Se vorrai amarla, farai bene a indossare questo preservativo”, dirà una delle comprimarie del lungo atto di seduzione.
Dopo la vezzosità estrema dell’impianto di tutta la rappresentazione, che trapianta la storia più famosa di Siviglia nella periferia di Cape Town, il cuore di U-Carmen eKhayelitsha, Orso d’Oro a Berlino 2005, è la libertà. Dopo l’apartheid, un inglese sente la necessità di manifestarla, giungendo all’estremo di ironizzare sulle piaghe stesse che affliggono l’Africa.
Il film è l’omaggio, sostiene Dornford-May, a una città in cui i provini per gli spettacoli sono sommersi di adesioni. Tra gli interpreti figurano voci eccellenti, a sottolineare la “rinascita culturale”, secondo le parole di Nelson Mandela.
Il film è questa rinascita di chi si appropria di uno dei tesori della cultura occidentale, e da bravo neonato, non ne riconosce l’esistenza, la stravolge. È un’esperienza notevole ascoltare gli immortali versi di Mérimée traformati in un dialogo da bar in lingua Xhosa, forse l’elemento più cinematografico del film, in virtù dei suggestivi armonici che le schicchere della lingua lasciano sulla colonna audio.
Ben figura anche un direttore della fotografia dal nome italiano, Giulio Biccari, la cui luce rende fieri i volti e disegna luoghi, nonostante la luce che inonda, (in)spiegabilmente cupi. Una regia piuttosto “alla moda”, che fonde toni da reportage e vorticose camera a mano in prossimità, lavora sull’eterogeneità dei materiali e serba la sua migliore attenzione per le enormi bocche e le ugole vibranti, esplorate con puntuale pervasività e foga di pedinamento, per i volti e i corpi, così sontuosi.
Ciò, purtroppo, non toglie la pretenziosità dell’idea fondante, il confronto radicale per il riscatto di un popolo. La recitazione si muove poggiandosi fragile al cinema che giunge dal mondo “globalizzato”, apparendo inesorabilmente “goffa”, e d’altro canto parla mettendo in bocca ad attori spesso timorosi il desiderio di rivalsa.
Somiglia alla goffaggine che traspare dall’intricata contaminazione del film vincitore immediatamente precedente, La sposa turca. Non è casuale che il tema di entrambi i film sia la transculturalità. Forse, il pregio maggiore che li accomuna è la difficoltà che ne traspare nell’integrare due realtà compatte e definite nella forza delle proprie tradizioni, dal cui contatto necessariamente si genera l’incomunicabilità.
La forza del sentimento di rivalsa di Khayelitsha cozza con la compattezza monumentale della Carmen, e gli schiocchi gutturali dello Xhosa, che sbriciolano il testo di Mérimée, traducono alla pari dei ridondanti dialoghi del film di Fatih Akin questo senso d’irriducibilità transculturale, a cui non può supplire la manovra “olistica” di aprire Khayelitsha, Terzo Mondo del Terzo Mondo, a misurarsi con un mondo finalmente frequentabile.

Simone Moraldi


Recensioni:

U – CARMEN EKAYELITSHA
di Mark Dornford-May
Khayelitsa, borgata della capitale sudafricana. Uno dei principali mezzi di sostentamento per una comunità al di sotto della soglia di povertà è quella della fabbricazione di sigarette. Tra le confezionatrici si distingue la matronale Carmen, carattere a dir poco pepato e preda segreta dei desideri degli abitanti. Quando il poliziotto Jongikhaya – fuggito dal suo villaggio a seguito di un oscuro fatto di sangue familiare che lo ha visto protagonista – la arresta dopo una rissa, il suo destino è segnato: l’amerà fino alla follia e alla sopraffazione rinunciando anche all’amore della cognata, la perderà a vantaggio del cantante di fama internazionale Lulamile Nkomo e finirà con l’ucciderla per poi farsi arrestare.

Chi pensi di aver riconosciuto qualche assonanza della trama con il capolavoro di Bizet, si rassicuri: U – Carmen Ekayelitsha – letteralmente La Carmen di Kayelitsha – non è infatti altro che la trasposizione dell’opera omonima. L’ennesima su un testo che ha visto il coinvolgimento di fior di registi tra i quali vale la pena di ricordare almeno Rosi, Saura e soprattutto il Preminger di Carmen Jones, diretto precedente e per la scelta di calare il tutto in un contesto moderno e per l’impiego di una troupe completamente nera? In parte. Qualche elemento di novità c’è, come la scelta di recitare en plen air o la traduzione nella nativa lingua Xhosa del testo. Curiosità che probabilmente hanno valso all’opera il massimo riconoscimento all’ultimo Festival di Berlino. Ora, detto che fa sempre piacere la segnalazione di opere che altrimenti non avrebbero alcuna possibilità di distribuzione
(peraltro limitata a poche grandi città), bisogna anche riconoscere che la pellicola non è di quelle memorabili. Certo, il contesto urbano e degradato rappresenta senz’altro un elemento di curiosità, così come l’adattamento del tema a un contesto (quello dei nativi Zulu) decisamente nuovo al cinema visibile da queste parti: e bisogna riconoscere al regista/sceneggiatore una certa capacità di invenzione almeno nella prima parte, che sfiora davvero i fasti dell’opera anche grazie all’ attrice (e co – sceneggiatrice: onore al merito) Pauline Malefane, dalla presenza scenica notevole non solo per dimensioni fisiche. Peccato che l’idea apparentemente alla base del film – utilizzare il canovaccio operistico per parlare dell’hic et nunc del Sudafrica post – apartheid – si perda rapidamente in una rappresentazione piuttosto convenzionale: che accumula suggestioni storiche (l’omicidio dei genitori di Lulamile ad opera di poliziotti bianchi), vaghe tracce di attualità (il contrabbando di droga) e folklore senza decidersi a imboccare fino in fondo nessuna delle vie fin lì prospettate come possibili. E di certo un andamento poco più che televisivo salvo in alcuni, circoscritti episodi (l’apparizione di Carmen in stile musical, l’omicidio finale condotto con una certa bravura sul filo della suspence) non aiuta. Chi vuole qualcosa di diverso dal solito generone italo/americano che infesta gli schermi resta comunque servito: ma sappia che la diversità stavolta appare solo di confezione.


Intervista:
Mark Dornford-May ha precisato che si è trattato di un passaggio logico scegliere la Carmen e ambientarla in un sobborgo sudafricano. “Avevamo realizzato una produzione teatrale, portata in tour per 3 anni in tutto il mondo.
In realtà l’opera non è lontana dalla cultura sudafricana, perché Carmen prende molte delle sue decisioni in base a bisogni economici: gli aspetti fondamentali corrispondono benissimo a quelli di un sobborgo sudafricano”.

C’è una grande tradizione musicale in Sudafrica?

Diversamente da quanto succede in atri paesi africani, il Sudafrica ha una tradizione vocale, più che strumentale. A Cape Town ci sono più di 1000 cori, alcuni dei quali possono contare su un centinaio di cantanti. Pauline Malefane canta da quando aveva 5 anni. Le sue doti vocali sono eccezionali. Ha imparato il ruolo della Carmen in sole 3 settimane”.

Pauline Malefane ha detto che ci sono voluti 3 o 4 mesi per tradurre l’opera nella lingua Xhosa, “perché non volevamo assolutamente cambiare il libretto della Carmen. Non volevamo cambiare il flusso della musica, per cui la traduzione è stata una cosa abbastanza insidiosa. Mi sono avvicinata all’opera quasi per caso. Volevo iscrivermi a un corso di musica, ma non a quello della musica tradizionale sudafricana; alla scuola c’era un modulo da riempire, un corso da scegliere; io ho chiuso gli occhi e la penna ha scelto l’opera.

Mark Dornford-May, il film contiene qualche messaggio sociale o politico?

Sì, il film è certamente politico. La stessa decisione di ambientarlo in un sobborgo gli fa acquisire una valenza specifica. Una cosa a cui fa pensare la Carmen è il passato del Sudafrica. Se si pensa che nel passato tutte le posizioni più importanti erano monopolio dei bianchi, sembra incredibile poter realizzare oggi un film con donne di colore protagoniste.

Nel film veste i panni di una donna forte. E’ così anche nella vita reale per Pauline Malefane ?

Si dice che dietro ogni grande uomo, c’è una grande donna. In Sudafrica pensiamo invece che l’uomo sia la testa e la donna il collo. La testa non potrebbe girarsi, se non avesse il collo. Carmen vive in condizioni difficili, ma è felice dentro. Io credo che non contino i soldi, se abbiamo l’affetto di amici e delle persone che sono vicine a noi. Devo riferire una domanda che mi ha rivolto un giornalista al festival di Berlino: mi ha chiesto se non fosse strana una donna così corpulenta nelle parti di Carmen. Ho risposto che il problema non sussiste, perché non conta l’aspetto esteriore. Se sei felice dentro, puoi vivere bene come la gente di Khayelitsha, che è povera, ma sta bene con se stessa”.

“Bisogna considerare – ha aggiunto poi il regista – che la stragrande maggioranza degli attori, non solo non aveva mai recitato in precedenza, ma non era nanche mai entrata in un teatro o in un cinema. Complessivamente gli attori hanno soltanto 2 camerini e la paga è identica per tutti”.

Pino Dangola


Intervista:

12 Gennaio 2006 – Conferenza Stampa

“U-Carmen eKhayelitsha”

Intervista al regista ed alla protagonista.

di Diego Altobelli
L’industria cinematografica e televisiva in Sud Africa ricopre ancora aspetti marginali, in termini economici, nella politica del Paese. Qualcosa però si sta muovendo, e non è errato affermare che la cinematografia mondiale sta assistendo ad uno sviluppo singolare, e coraggioso, di un modo di fare cinema del tutto originale. Attingendo alle proprie tradizioni e alla propria storia, il cinema sud africano si propone come ultima frontiera, lontana ma fiera, di una cinematografia libera da condizionamenti di tipo commerciale. Dirà Mark Dormford-May durante la conferenza stampa del suo primo film: “…fare film nazionali per interessare le produzioni internazionali…”, un approccio intelligente e acuto che prima del Sud Africa ha avuto precedenti illustri come Francia, Giappone, Corea e Italia.

La scelta della Carmen…

Mark: Avevamo già realizzato a teatro la Carmen, era sembrato logico trasformarlo in film… Può sembrare folle ambientare la storia in Sud Africa, ma per me… per noi, era sembrato logico… Lo Spirito del resto è molto vicino… Le decisioni di Carmen sono molto condizionate da bisogni economici…

Come è stata realizzata la traduzione del libretto?

Pauline: Ci sono voluti quattro mesi… soprattutto la musica è stata la sfida più grande. Non abbiamo apportato comunque grandi cambiamenti al testo essendo esso piuttosto universale. D’altra parte la lingua africana è molto “musicale”, quindi trasformarla non è stata una impresa.

C’è un grande amore nei confronti dell’opera lirica in generale.. Questo film nasce anche da questo?
Mark: Sì, in Sud Africa c’è una grande tradizione di tipo vocale e questo si riflette in luoghi come Città del Capo, che ha circa 1000 cori… Per cui persone come Pauline sono abituati da sempre a cantare, il che gli ha consentito di imparare la Carmen in tre settimane. I cori parlano di tutto, dal gospel alle canzoni popolari… Non esistono distinzioni nell’arte del canto, ma assumono toni molto simili. Nel cinema comunque continuano ad esserci grosse difficoltà d’accesso al grande pubblico e sicuramente in noi c’era anche il tentativo di avvicinare la gente. Trasmesso per la prima volta in una palestra, siamo passati da 100 a 1000 spettatori al giorno…
Pauline: La prima opera che vidi era il Don Giovanni e rimasi sbalordita da quello che vidi… Sei anni dopo ero bloccata in un corso amministrativo e sono andato in una scuola di musica per cercare qualcosa di nuovo, e scelsi, sempre casualmente, l’opera lirica… L’Opera è raccontare una storia con la musica e questo fa parte della nostra tradizione. Inizialmente forse no, ma col tempo l’Opera è entrata di diritto nella nostra tradizione con tanti cori che partecipano a tanti concorsi…

L’ambientazione è molto forte, c’è una valenza politica?

Mark: E’ certamente un film politico. Questo è il primo film ambientato in un sobborgo. Quello che fa e che dice Carmen doveva essere il passato del nostro Paese. La posizione sociale di Carmen detta anche le sue decisioni… Se si pensa che in Sud Africa le migliori posizioni erano occupate da uomini bianchi… Ora le cose stanno cambiando…
Pauline: C’è un detto che dice che dietro un grande uomo c’è una grande donna…. Gli uomini in Sud Africa sono pieni di sé, e dimenticano che, se pure loro sono la testa, noi donne rimaniamo il collo su cui loro si poggiano. Tornando al film, Carmen è felice come donna. Non conta l’aspetto fisico: se si è pieni della propria vita e della propria esperienza, l’aspetto non conta…

Il Sud Africa ha un passato che non si può ignorare, quali difficoltà ha incontrato un uomo bianco a dirigere una Carmen nera?

Mark: Sono inglese, sono solo quattro anni che vivo in Africa. Questo mi ha dato la possibilità di rappresentare la Carmen in questo modo. Sicuramente un outsider ha un occhio più distaccato. Ero andato in Sud Africa per trovare una compagnia, ed è strano pensare che molti ragazzi che si sono presentati per i provini non erano mai stati in un teatro, per loro era un lavoro come un altro… In quaranta sono stati selezionati e a distanza di poco tempo abbiamo realizzato quattro opere teatrali. La Carmen ci ha dato visibilità nel mondo avendo avuto un grande consenso di critica. Siamo stati fortunati anche ad avere un produttore che ha saputo credere nel progetto. Il progetto di una Carmen nera in Sud Africa poteva essere un fiasco colossale… E’ importante anche aggiungere che noi siamo una compagnia “corale”: tutti vengono pagati allo stesso modo e tutti sono uguali.

Wallabai (importante rappresentante nella ambasciata del Sud Africa in Italia): Avrei dovuto introdurvi io… ma ora mi limito a fare una domanda: considerato il Festival di Berlino e considerato il successo del cinema Sud Africa, come vede il futuro dell’industria cinematografica di questo Paese?
Mark: Credo che il cinema sud africano stia vivendo un momento importante con numerosi premi e nomination, di cui una anche per gli Oscar. Fino a due- tre anni fa l’industria serviva solo per promuovere l’estero. Il rafforzamento della nostra valuta ha fatto chiudere alcune porte all’estero, ma a favore di una produzione nazionale. Quindi, speriamo che la tendenza sia questa: fare film nazionali per interessare le produzioni internazionali.

Progetti per il futuro?

Mark: Da poco il Sundance film festival uscirà il mio secondo film: “Son of men”, la storia di Cristo in un Africa moderna. Non è un’opera. L’ambientazione, sud africana, è leggermente inventata per poter adattare la storia…. Ma il film è fatto con la stessa compagnia della Carmen. C’è musica ma come in tutti gli altri film, e Pauline interpreta la vergine Maria…
Da autore di teatro alla scoperta di nuovi talenti in terra straniera, a icona del cinema Sud Africano con due film presentati a breve distanza l’uno dall’altro: Mark Dormford-May si propone come un bel regalo inaspettato agli amanti e studiosi di cinema. Due film coraggiosi, oltretutto, proponendo versioni “nere” di protagonisti della cultura occidentale. La versione africana della storia del Cristo poi, è “tutta un programma”, e promette di essere tra i film più chiacchierati e controversi della prossima stagione. A noi non resta che aspettare, con trepidante attesa, e di rivedere Pauline e soci cimentarsi in questa nuova avventura. Impresa che assume i toni dell’eroico e del mitologico, considerando che c’è già chi sogna un papa nero. Ma questa, come si dice, è un’altra storia…


Filmografia:


Note:
LA LINGUA XHOSA, DOPO LO ZULU, E’ LA SECONDA LINGUA UFFICIALE DEL SUDAFRICA ED E’ PARLATA DAL 18% DELLA POPOLAZIONE.

MARK DORNFORD-MAY, CHARLES HAZLEWOOD E IL CAST ARTISTICO FANNO PARTE DELLA COMPAGNIA TEATRALE ‘DIMPHO DI KOPANE’, CHE HA RISCOSSO GRANDE SUCCESSO INTERNAZIONALE CON LA TOURNEE MONDIALE DELLA “CARMEN”.

ORSO D’ORO AL 55MO FESTIVAL DI BERLINO (2005).

Esistono più di cinquanta adattamenti cinematografici della Carmen: tra gli indimenticabili registi che vi si sono cimentati, Jean Luc Godard, Carlos Saura, Francesco Rosi, Ernst Lubitsh, Cecil De Mille, Charlie Chaplin.


WEB Recensioni:
http://www.cineboom.it/nellesale.php?ID=178&c=1
http://web.tiscali.it/cinemamore/s818.html
http://cinema.supereva.com/primevisioni/artI3058.html
http://it.movies.yahoo.com//4/8/45138.html
http://www.filmscoop.it/film_al_cinema/ucarmenekhayelitsha.asp?id=4729
http://www.ancci.it/ancci/controller.do?PageId=1776
http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=35575&sezione=4
http://cinema.castlerock.it/film.php/id=3410
http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&id=1778
http://www.16noni.it/cinema/2006/u_carmen.htm
http://www.tempimoderni.com/db/dbfilm/film.php?id=1441
http://www.cinematografo.it/dati/scheda.asp?sch=45138
http://filmup.leonardo.it/sc_ucarmen.htm
http://it.movies.yahoo.com/060113/83/3kedn.html
http://www.primissima.it/schede/articolo.html?id-articolo=1853
http://www.zabriskiepoint.net/?q=node/417
http://www.cineclick.it/recensioni/archiv/ucarmen.asp

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