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Il Teatro Auditorium -
Supercinema e l’A.C.M.A. presentano
la
Rassegna cinematografica

Teatro
Auditorium Supercinema di Chieti
Via Spaventa, 30/34 - 66100 Chieti
Tel. 0871 40 14 60
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"i giovedì d'Autore" è una rassegna cinematografica con appuntamenti riservati ai film di qualità esclusi dai circuiti commerciali con particolare riferimento al cinema italiano ed europeo. |
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giovedì 9 febbraio 2006
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Ingresso € 4,00
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Rassegna cinematografica

giovedì 9 febbraio 2006: L’Arco di Kim Ki-duk
SCHEDA del Film
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Titolo originale: |
HWAL |
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Regia: |
Kim Ki-duk |
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Produzione: |
Kim Ki-duk film |
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Distribuzione: |
Mikado |
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Durata: |
90' |
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Origine: |
Corea del Sud |
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Genere: |
Drammatico |
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Interpreti: |
Han Yeo-Reum (la ragazzina), Jeong Sung-Hwan (l’uomo), Seo Ji-Seok (lo studente) |
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Soggetto: |
Kim Ki-duk |
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Sceneggiatura: |
Kim Ki-duk |
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Fotografia: |
Jang Seung-Baek |
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Musiche: |
Kang Eun-Il |
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Montaggio: |
Kim Ki-duk |
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Scenografia: |
Chung Sol Art |
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Costumi: |
Kim Kyung-Mi |
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Anno: |
2005 |
Sinossi:
Un vecchio vive su un battello
con una ragazza, che il vecchio tiene lontano da tutto e da tutti: la sposerà
non appena la ragazza compirà 17 anni. I pescatori che vengono a contatto con la
singolare coppia notano la bellezza della ragazza, sempre strettamente
sorvegliata dal suo protettore. Ma i sogli di sposare la ragazza si
trasformeranno per il vecchio in ossessione, quando la sua promessa sposa mostra
interesse per un ragazzo di città...
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Trama: |
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Critica: |
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sua concezione di un piccolo mondo da
proteggere da qualsiasi minaccia esterna, per farci della musica suonando la corda dell’arco e
un tamburello a far da cassa armonica, per fare predizioni per il futuro insieme
alle frecce e all’altalena, in un gioco molto pericoloso ma dai risvolti eccitanti, e per comunicare
col mondo esterno.
Il vecchio la lava, la protegge, l’accudisce, ma praticamente la segrega,
non facendola mai scendere dal barcone e infatti a causa di una certa
rapacità di lui, i due vivono praticamente isolati. Naturalmente per quanto
questi continui a vigilare sulla ragazza, questa non è molto propensa a
farsi tenere con delle briglie troppo strette e non è indifferente alla
proposte di alcuni coetanei, per i quali si sente molto più attratta.
Oltretutto anche chi passa di lì, principalmente pescatori, ma anche gente
comune nei pochi momenti di attracco della barca per rifornimenti, avanza
molti dubbi e perplessità sulla liceità di tutta la faccenda, soprattutto
per la differenza di età tra i due. Ed è proprio la presenza di un giovane
rivale che spinge il vecchio a trasformare i suoi sentimenti, passando
dall’amore a fobie, ossessioni, voglia di suicidio, minacce di omicidio o
per lo meno di gravi lesioni nei confronti dei tipo e di tutto il resto
della giovane marmaglia che gira intorno a quella che ormai considera una
proprietà privata. Comunque per quanto faccia e per quanto usi l’arco per
dissuadere il giovane pretendente, alla fine scopre che l’arco di fatto non
ha alcun potere dissuasivo nei confronti del giovane pretendente.
Come al solito il cinema di Kim Ki-duk è fatto di pochi elementi. A questo procedere molto tranquillo e minimalista del film, si oppone nel finale l’esplosione di colori dei vestiti da cerimonia dei due, dove finalmente di scopre che potrebbe quasi essere pronti per una cerimonia matrimoniale, se solo lei lo volesse. E’ un film intriso di fantasmi del passato e di richiami sessuali, con tutti quei giovanotti che ronzano intorno a quella ragazza che col suo atteggiamento sembra provocare, e naturalmente con vecchio che continua ad allontanarli per cercare di ribadire la sua esclusiva su quel territorio di caccia. Il ritmo del racconto non possiede tutta l’aurea tipica del miglior Kim Ki-duk, che al contrario qui appare essere piuttosto in tono minore, quasi a voler inseguire un suo pubblico ormai consolidato. Con questo dodicesimo film, Kim Ki-duk ribadisce gli argomenti che predilige e con i ritmi che gli appartengono, mettendo crudelmente a confronto il vivere giovane e quello anziano, buttandola sul disincanto e sull’amarezza, delegando quasi tutto ai silenzi e concedendo pochissimi dialoghi, anche se qualche battuta aggiunta non avrebbe guastato l’economia generale della vicenda. Al solito l’acqua costituisce un basilare elemento narrativo, qui unito ad una diffusa sensualità, soprattutto determinata dalla protagonista femminile, che si era fatta conoscere per il precedente La samaritana, Orso d’Argento quale premio per la Miglior Regia al 54° festival Internazionale del Film di Berlino.
Maurizio Ferrari
Ciò che qui colpisce è il vivere senza fuggire la morte, accettandola con dolce inquietudine, lasciandosi attraversare da essa, languendo con essa, trasportati dal desiderio di abbandonarsi ai corpi amati per ridare loro la vita e riaverla in cambio da loro. Il cinema di Kim Ki-duk continua ad essere una deriva dei sensi...
Fuori dal mondo. Un uomo anziano (Jeon Sung-hwan) vive con una giovane donna (Han Yeo-reum), che tiene lontano dal mondo, su un battello ancorato lontano dalla costa; il suo desiderio è di sposarla appena la donna avrà compiuto diciassette anni. Questa, in breve, è la storia raccontata da Kim Ki-duk nel suo ultimo lungometraggio, L’arc, presentato allo scorso Festival di Cannes nella sezione “Un certein regard”.
Se nell’Isola (1999) le immagini sembravano riflettersi sulla superficie fluida e mobile dell’acqua, specchiarsi in essa, bagnarvisi prima di fuggire, svanire eteree nella liquidità dello sguardo; se in Ferro 3 (2004) i corpi poco alla volta abbandonavano la pesantezza della terra (l’humus di cui siamo fatti) e con essa la sofferenza, il dolore che li segnava, per diventare leggeri, impalpabili, invisibili, qui ne L'arc ciò che colpisce è il vivere senza fuggire la morte, ma accettandola con dolce inquietudine, lasciandosi attraversare da essa, languendo con essa come si languisce nei momenti di abbandono fisico, trasportati dal desiderio di abbandonarsi ai corpi amati per ridare loro la vita e (ri)averla in cambio da loro. Così il cinema di Kim Ki-duk continua ad essere una deriva dei sensi inumidita dalle coloriture oniriche di un sognatore (in)consapevole dell’esistenza, fuori di essa una (volta per tutte) per poterla vivere/sognare ancora. Questa volta però, quel cinema (s)velante alla vista il vissuto di chi accetta di visitare l’altro per abitare il mondo ed esporsi ad esso sembra negarsi, stridere con la poetica di un regista che ha sempre saputo mostrarci, con le sue delicate inquadrature, dove il nostro sguardo ama annegarsi (la gioia di un sorriso, la dolcezza di un sguardo, l’ansia di un sospiro). La musica dei corpi che si attraggono e si respingono, degli animi (in)finitamente piagati/piegati dal senso dell’esistere si perde negli occhi troppo aperti/troppo poco chiusi per lasciare che la vita sia sognata/amata, senza dover essere troppo consapevoli che un giorno dovrà finire. Eppure non saremmo vivi (e con noi non lo sarebbe questo film) se non fossimo pieni di contraddizioni, di sentimenti contrastanti, dopotutto, come questo film, anche il cuore è uno strumento scordato.
Michele Moccia
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Recensioni:
L'Arco della nostra vita Cos’è l’amore in un mondo a parte? Qual è il confine con la perversione? HWAL attinge dal fondale mitologico, dopo SEOM pescando un’altra creatura marina, e si muove con la crudele levità della fiaba. Il film di Kim Ki-Duk è ormai frastagliato dal sottile vento della parodia: il mago coreano si diletta a seminare richiami alla brillante carriera (la ragazza che ingoia gli ami da pesca) salvo poi rovesciare situazioni, demolire certezze, uccidere il luogo comune. Anche stavolta il punto di origine è una manciata di elementi, oggetti con l’anima: un’imbarcazione fatiscente, un arco, frecce, una corda. Coltivando l’avvincente discorso sul fragore del silenzio (mai una parola tra il vecchio e la ragazza, se non bisbigliata all’orecchio; il grado zero della sceneggiatura, che si concentra sulla posa ripetuta e |
minimale), ma rompendo
l’indugio con sarcasmo tutto orientale (nella seconda parte, l’unica vera
battuta per dire che il vecchio è impazzito), HWAL scivola su una prima scena di lancinante bellezza
(incastro supremo di elementi discordanti, gesti e colori) e ci introduce in un
microcosmo sciamanico (vedi l’eremo di
PRIMAVERA...) dolcemente sconvolto dal soffio del soprannaturale (la lettura del
futuro, i simboli buddisti, la bufera); in antitesi con l’amore terreno (coatto
o ricambiato? Tenero o maligno?) Kim incarta la patata bollente, nei dintorni
della pedofilia, con la sua canzone di rimandi e dolci allusioni.
Se la ciclicità del suo cinema è qui sconvolta per
una dimensione sospesa (il calendario manomesso), se l’enciclopedia di simboli
[l’atavico contro la tecnologia – il walkman (un ritorno, dopo SAMARIA) -, il
pesce del desiderio e il gallo dell’amore] acquista nuove parvenze incantatorie,
se il quadro figurativo al solito avvince e commuove, il regista si conferma
soprattutto a livello narrativo: convertito ormai ad una violenza carsica e
sepolta, apparentemente ripiegato sulla maniera (critica tanto ricorrente quanto
fuorviante) porta il suo film rigorosamente da un’altra parte, il dramma non è
mai stato così sofferto (il climax dell’ultimo vaticinio mi pare la miglior
sequenza di ‘pura
tensione’ degli ultimi anni) e l’amore – tra l’uomo e la
bambina, i colori e lo sfondo, la cinepresa ed il mare – tanto travolgente.
Adesso è chiaro: l’amatissimo FERRO 3, possibile punto di nonritorno, era
soltanto l’inizio. Tante ancora le frecce al suo arco.
Quando la fantasia è ormai completa su HWAL si rovescia la tavolozza dei colori,
annega l’ovvio e questo gioiello si avvita su sé stesso per fornire una
relazione anatomica sui possibili impieghi di una freccia. Si vorrebbe una scena
di sesso ma è pura devianza sublime, che porta a dubitare della sanità mentale
del suo autore.
Non è pazzo Kim Ki-Duk, è pazzo chi non lo ama alla follia.
Strength and a
beautiful sound like in the tautness of a bow…
I want live like this until the day I die.
Emanuele Di Nicola
... (ovvero tre punti di colore)
Il nervo teso di un arco che agisce lontano da ogni canone spazio-temporale si trasforma nella lirica corda di uno strumento musicale quando il cantore Kim Ki-Duk decide di affidare alle immagini e alle sensazioni il racconto di una storia d’amore particolare, combattuta, all’interno della quale si mettono in funzione, come i congegni di un motore, i meccanismi della vita e delle emozioni, dei sentimenti corrisposti e non, delle gioie sussurrate con mesti sospiri e dei dolori taciuti, zittiti da qualche lacrima versata dalla prua di una barca. Presentato a Cannes, L’ARCO di Kim Ki-Duk conferma che adesso la nuova linea di condotta del maestro coreano è quella di rappresentare la violenza attraverso quei percorsi più celati, dove il dolore carnale lascia spazio a quello che attanaglia lo spirito tenendolo ingabbiato in maniera viscerale alla sua quotidianità fatta di continui supplizi, di sacrifici ai quali è impossibile sottrarsi. L’impotenza di fronte allo svolgersi della propria vita, l’incapacità di sciogliere nodi, di sottrarsi a un destino spesso costruito dalle decisioni e azioni altrui: sembra questa l’essenza fondamentale che caratterizza le anime in pena della società crudelmente quotidiana di Kim Ki-Duk. Impossibile dunque non ripensare alla dolorosa odissea della samaritana del sesso di SAMARIA, un’altra delle silenziose pedine che si muovono sulla scacchiera umana che il regista utilizza per muovere il proprio sguardo attento sulle diverse realtà dei suoi personaggi.
Nella scena iniziale de L’ARCO, i tre puntini dei colori primari che costellano l’angolo dell’occhio della protagonista, truccata dalle mani rugose del vecchio che la vuole in sposa, rappresentano la tavolozza cromatica esistenziale che colorerà le sequenze del film. Abbiamo imparato che la presenza di autentiche “gocce” di colore sono una costante nei film del genio coreano: ritornano immediatamente alla memoria i cromatismi densi di FERRO 3, in particolare le scarlatte tazze di tè e le smeraldine foglie di ninfea, o gli schizzi di sangue presenti nel drammatico REAL FICTION, dove la violenza barbara veniva riportata sullo schermo dalle gocce che imperlavano il volto dell’assassino o l’area del delitto. Ne L’ARCO, in seguito, saranno fluttuanti nastri che accompagneranno i movimenti della ragazza sull’altalena a riportarci alla natura pigmentata della vita affrescata da Kim Ki-Duk. La dimensione dell’uomo, in tutta la sua incerta esistenza, viene figurativamente rappresentata con l’espediente dell’altalena: la protagonista, appesa sull’acqua, con i piedi che riescono a sfiorare la superficie del mare, osserva con sguardo perso la placida immutabilità della propria vita. L’unico elemento che la ricollega alla realtà è il piccolo walk-man che il ragazzo di città le ha regalato: come in REAL FICTION, quando tramite un finto lettore di cassette il protagonista origliava le conversazioni telefoniche provenienti da una cabina telefonica, o come in SAMARIA, quando l’amorevole padre, sveglia la ragazza addormentata con melodie musicali che le facciano abbandonare il mondo onirico con dolcezza e la introducano nella quotidianità, la presenza del walk-man diventa il tramite attraverso il quale permettere all’anima di trasferirsi verso il mondo di tutti i giorni, dal quale spesso i personaggi si sentono esclusi. La concezione dell’amore resta comunque l’elemento basilare della pellicola: il sentimento inteso come assoluta rottura degli schemi è un inarrestabile flusso emotivo di sensazioni spesso contrastanti. L’amore fra la ragazza e il giovane di città è tanto forte quanto quello egoista e geloso dell’anziano: ciascuna delle due coppie cerca nella propria struttura interna quella assoluta capacità di sincronia e sinergia vitale. La complicità all’ennesima potenza viene dunque sottolineata dai quei silenzi carichi di parole, dall’assenza di dialoghi che corrispondono a mille discorsi, a mille promesse. Un tacito bisbiglio è il massimo a cui si possa aspirare, un sorriso nascosto una rivelazione. La predizione del futuro diventa il primo passo verso una dissoluzione della realtà: attraverso pochi, essenziali elementi, Kim Ki-Duk smaterializza totalmente, ancora una volta, ogni elemento tangibile. Se l’acqua e la distanza fisica rappresentano la rottura dei confini spaziali, l’alterazione del calendario e la predizione del futuro, affidata al silenzioso scoccare delle frecce, rappresentano la distruzione del concetto del tempo. In ADRESS UNKNOW invece avevamo visto come il tiro con l’arco fosse l’elemento di unione/disgregazione sociale, visto che davanti ai muti tiri a segno si andavano a scontrare le diverse generazioni, le differenti realtà economiche della comunità umana. Ancora una volta, come nel precedente poetico lungometraggio, l’arco inteso come arma rappresenta uno strumento dal doppio valore: se da un lato è la materializzazione di un pericolo saettante, dall’altra è una forma di salvezza: si ritorna dunque alla redenzione per la libertà che già era stata al centro di SAMARIA e anche di FERRO 3, quando la giovane protagonista era alla ricerca di una nuova vita al di fuori delle opprimenti mura di quella prigione d’oro e cristallo che era la sua vita. Ne L’ARCO, la violenza e la tenacia, la capacità di scalfire l’anima delle persone così come la freccia sul legno ormai invecchiato della barca e l’inesorabile resistenza dei mille fili che compongono una gomena che sostiene con forza il peso di un’altalena esistenziale ormai eccessivamente pesante sono rappresentati da una freccia e una corda, che nel loro muto agire delineano i due volti di un complesso micro-cosmo. Un solo errore e l’equilibrio precario stabilito potrà dissolversi nel nulla, disperdersi nell’infinito mare che circonda l’assordante silenzio della barca rotto solo dallo scricchiolio prodotto dai passi. Testimone della temporaneità e instabilità della vita è lo sguardo atterrito del giovane innamorato che osserva sbigottito la prova di coraggio e di fermezza durante la predizione del futuro. La morale illimitata e dolcemente caliginosa del film sta proprio nelle ultime sequenze, che raccontano di un nuovo superamento dei confini terreni verso una nicchia dai tratti onirici quanto mai affascinante. L’epilogo di una storia modulata dal lento oscillare delle onde e dal movimento cadenzato di un’altalena si colora quindi di un rosso di sangue che assume un nuovo valore, e si perde nella tranquillità immutabile di un paesaggio che per staticità ed indifferenza ricorda l’atmosfera surreale de L’ISOLA, fra un mormorio del vento e un vestito tradizionale che si lascia avvolgere da una nebbia destinata (forse) a diradarsi.
Priscilla Caporro
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Il regista osannato
in Europa con Ferro3, e odiato in patria dopo ogni suo film, torna con L’arco
presentato quest’anno a Cannes. Per chi cerca un po’ di poesia per immagini Kim
Ki-duk non tradisce mai
Il poliedrico
Kim Ki-duk
mette giù quasi in versi la trama e il simbolo del suo ultimo lavoro
cinematografico: |
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la musica che suona per la ragazza che ama,
il desiderio sessuale per qualcosa che vuole possedere,
e la tesa gelosia per qualcosa che no potrà mai avere”.
Un sessantenne scorbutico e tosto come un vecchio lupo di mare possiede una
barca in avaria ancorata da tempo in mezzo al mare.
Con lui da una decina d’anni è cresciuta una ragazza, ormai sedicenne, con cui
ospitano e servono da bere a una decina di pescatori. Questi spediscono mani e
sguardi umidi sul corpo della giovane; il vecchio li tieni lontani minacciandoli
con le frecce del suo arco. Con le stesse predice anche il futuro, scagliandole
contro un’immagine, la tradizionale effige sud coreana del Buddha. Il vecchio
attende solo il diciassettesimo compleanno della ragazza per sposarla. Tuttavia
un giorno tra i pescatori sale pure un giovane che s’innamora ricambiato della
ragazza. La situazione andrà verso un inevitabile ma poetico naufragio.
Il mondo extra-linguistico di Kim Ki-duk. Il regista sud-coreano anela
ancora una volta ad un mondo extra-linguistico. Il mutismo assoluto eppure rende
più evidenti le azioni dei suoi personaggi. Le poche volte che si parlano lo
fanno all’orecchio sotto voce, e bisbigliando al punto che manco sentiamo il
bisbiglio. Intanto un quadro figurativo magnifico ha già invaso lo schermo al
momento del primo fotogramma, tutto riassunto tra due labbra e due occhi neri
magnetici. L’intero set de "L’arco" è costituito dal mare, e da una
vecchia barca da pesca. Un violino che si suona pizzicandolo come
si potrebbe fare con un arco, è l’unica meravigliosa
(ma a tratti estenuante, ok) colonna sonora del film.
Scena madre.
La ragazza decide di fuggire con il giovane amante a bordo di un’altra barca. Il
vecchio allora si lega al collo una grossa cima della barca che si allontana con
i due. Man mano che la barca si distanzia la corda si tende e trascina il
vecchio rischiando di strozzarlo. Un’impiccagione d’amore causata,
concretamente, dalla fuga dell’amata.
Invero in patria non lo possono vedere Kim Ki-duk.
Certo che però son strani ‘sti coreani. L’arco ad esempio è uscito solo in un
cinema in Corea. Dice il regista: “E’ stata una mia scelta, non voglio andare
incontro a degli spettatori viziati, sono loro che devono venirmi a cercare".
Sì, poi ogni volta che esce con un nuovo film i pochi estimatori su cui può
contare in patria sono zittiti dai critici che lo stroncano con l’accetta
pronta. Si sono addirittura indignati di fronte a Primavera, Estate, Autunno,
Inverno...e ancora Primavera, da noi il film della rivelazione. Avrebbe il
difetto di diffondere la filosofia di vita orientale in occidente. Se dicevano
Grazie e basta facevano più bella figura.
Allora pure L’arco ce lo teniamo volentieri noi.
L’arco di Kim
Ki-duk è un potente mezzo che uccide e protegge dalle minacce esterne, uno
strumento musicale per un rituale spirituale, l’utensile sciamanico per predire
il futuro. Ed è anche la macchina da presa che tende tutte le corde emotive
dello spettatore.
Claudio Moretti
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The Bow (L'arco) di Kim
Ki-duk |
The Bow, è bene dirlo, è un film imperfetto, un'opera che pare incompleta, confezionata troppo velocemente, che vive su uno spunto interessante, ma che manca di una riflessione profonda sul dettaglio: ovvero quelle meravigliose spillette con cui il regista contrappunta le sue opere migliori, elementi apparentemente secondari che danno corpo alla narrazione, aprendo ramificazioni di senso. Più che la voglia di preparare il film da festival (come alcuni critici hanno affermato), pare che in Kim ci sia un'urgenza incontenibile di esprimere la propria arte, attraverso una pratica continua e vorticosa, che vuole trovare un pubblico a tutti i costi: come fosse un pittore (e lo è pure) incapace di fermare il pennello. Ovviamente il cinema non si presta alla velocità espressiva di altre forme d'arte: un film difficilmente può essere percepito come bozzetto, ponendosi invece come opera finita; mentre il regista crea come tasselli di un'unica opera totale; un puzzle che compone un percorso dialettico che vuole riflettere sul sistema uomo, affetto da un male che pare caratterizzarlo dalla nascita, come un'infezione che rende precari rapporti e relazioni, un dialogo autentico, uno spazio di vita che possa trascendere le pulsioni violente al possesso (dell'altro da sé) ed esaltare le qualità del singolo.
Ferro 3 tracciava una via d'uscita, descrivendo un amore oltre il dato fisico in uno spazio interiore che non chiede mura e recinti ma solo l'apertura al prossimo. Con The Bow, invece, Kim dipinge un rapporto costruito su un'ambiguità che, per essere vinta, chiede un sacrifico.
Un uomo anziano vive con una ragazzina su un peschereccio in mare aperto. Lui, che l'ha recuperata piccola e cresciuta, aspetta il diciassettesimo anno di lei per sposarla. Gli ospiti, pescatori che arrivano dalla terra ferma, tentano di avvicinare la bella adolescente, protetta dall'uomo che presto le rivela impaziente le vere intenzioni, soprattutto dopo che lei si innamora di un giovane pescatore. Il suicidio finale di lui che si tuffa in mare dopo aver scagliato la freccia con il suo arco e che torna sotto forma di vento per possederla fino al ritorno dalla freccia in mezzo alle gambe di lei, è forse fin troppo esplicito nella simbologia. Si capisce come siano presenti tutti i luoghi della mitologia kimiana: la barca isola che rimanda a Seom e a Primavera, estate... (ma per estesa metafora a gran parte dei suoi film), il quasi mutismo dei personaggi (Ferro 3), la presenza simbolica di pesci e ami (addirittura una citazione trasparente a Seom), l'amore afferrato con prepotenza e il desiderio che annebbia la ragione. Si ha quasi l'impressione di essere di fronte ad una variazione sul tema, dove il finale sancisce un'ipotesi di relazione profonda ancora diversa dai precedenti racconti, ancora più astratta, come se fosse impossibile trovare la felicità nella concretezza materiale del quotidiano vivere.
L'arco che da il titolo al film, è via via arma di difesa per allontanare i pescatori occasionali che, come in Samaritan Girl, Bad Guy o Seom, lontani dal nucleo familiare di appartenenza diventano lupi libidinosi pronti ad approfittare anche di una minorenne; ma l'arco è pure strumento musicale che enfatizza quelli che dovrebbero essere i momenti più lirici (uno dei punti deboli della pellicola dove la musica falsamente dietetica toglie invece di aggiungere); ed ancora l'arco utilizzato per leggere il futuro attraverso una pratica (l'invenzione migliore del film) che richiama ad una sinergia perfetta l'uomo e la ragazza: questa dondola su un altalena posta sul fianco dell'imbarcazione dove è dipinto un buddha, mentre il vecchio da una barchetta scaglia tre frecce verso il dipinto evitando la ragazza come fosse un lanciatore di coltelli. La posizione delle tre frecce offre il responso interpretato dalla ragazza.
L'arco dell'uomo e la
traiettoria arcuata della giovane definiscono così un rapporto ambiguo
padre/figlia, ma caratterizzato dal desiderio amoroso scoperto nel primo,
latente nella seconda. Questo lo spunto più intrigante in un'opera che forse
manca della bellezza visiva a cui ci aveva abituato il regista, ma soprattutto
di quei tempi sospesi che hanno caratterizzato le tre opere precedenti (ma anche
Birdcage Inn e Seom), dove anche uno sguardo riusciva a suggerire
la dimensione psicologica in cui erano calati i personaggi.
The Bow va forse afferrato per quei momenti (e ce ne sono) in cui
l'autore pare seminare elementi nuovi nel suo cinema, sempre più work in
progress, che lasciano intravedere il perfezionamento di un meccanismo
narrativo che potrebbe tornare al cinema dei silenzi, abolendo la parola, in una
sintesi estrema tra suoni e immagini. L'essenzialità linguistica: come forma
d'arte e forse come ipotesi per riconquistare una forma di comunicazione più
vera che affranchi l'uomo dall'isolamento affettivo.
di Alessando Leone
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Il prolifico Kim Ki-duk ("Ferro 3") porta a Cannes il suo 12° film (come lui stesso ricorda sui titoli di coda) "L'arco", scelto per aprire la sezione "Un certain regard". La storia segue una traccia ormai familiare al regista e già percorsa nei film "L'isola" e "Primavera...", quella del luogo isolato in mezzo all'acqua. Se ne "L'isola" era una zattera per pescatori, in "Primavera" un rifugio buddista, qui è una nave ancorata. Sopra ci vive un vecchio arciere di 60 anni e una ragazzina di quasi 16 anni, anche qui la stazione è un rifugio per pescatori che vengono a pescare a dormire, e ovviamente, come accade nel mondo di Ki-duk in cui nessuno è innocente, neanche la stessa natura. I pescatori finiscono con l'essere attirati dalla ragazza. Uno la fa sedere in braccio, l'altro le mette le mani addosso, il più insistente le infila un pesce nel vestito e poi cerca di toglierlelo. Ma nessuno riesce ad andare oltre, una freccia si pianta sotto il loro naso. Veniamo a sapere che il vecchio ha trovato la ragazza a sei anni e che da dieci anni la ospita sulla barca. Sul calendario è marcata la data di un matrimonio che dovrebbe avvenire al compimento dei 16 anni. L'uomo in segreto le sta preparando il corredo, poi accade, come in "Primavera" che la natura segue il suo corso e arriva un ragazzo di cui la ragazza si invaghisce, le regale un apparecchio per la musica e il vecchio diviene geloso e irritabile. |
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Tra i due, poi, c'è
un piccolo gioco, per predire la fortuna l'uomo ha dipinto una immagine del budda sulla fiancata della barca, fuoribordo ha messo un'altalena dove la
ragazza dondola mentre lui in piedi dalla barca di servizio le tira tre frecce,
mancandola per un millimetro e colpendo l'immagine del budda. "L'arco" è un film
minore del regista coreano, si incontrano temi familiari, il rapporto con la
natura, la crescita, le generazioni, ma si avverte un poco di ridondanza
retorica. In un universo poetico fatto come è sua consuetudine, quasi
esclusivamente di immagini e con pochi dialoghi, il film comunque, girato in tre
settimane, mantiene una forte impronta stilistica. Come spesso succede i
film minori dei grandi sono spesso più interessanti dei migliori film di
registi minori.
Da vedere.
Federico Passi
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Amori, frecce, isole...
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pronto a rischiare la vita
pur di non essere abbandonato.
Sarebbe lecito parlare, a
proposito de L’arco, di un film di passaggio, una sorta di riassunto
disimpegnato delle più celebri pellicole di Ki-Duk: il triangolo amoroso (Ferro3)
tra un vecchio, un giovane e una ragazzina (Han Yeo-reum, splendida
interprete di Jae-young/Vasumitra ne La Samaritana), confinati su
una barca (L’isola) che non tocca mai terra. Se a prima vista il regista
sembra dunque sedersi sugli allori e riproporre qualcosa di dejà-vu,
tanto da far sembrare L’arco semplicemente una buona prova di mestiere,
un capriccio manierista, e niente più, in realtà il film sembra trovare una sua
ragione proprio nella sua natura puramente "haiku". Essa è una delle più antiche
dottrine orientali che predilige la contemplazione silenziosa degli elementi
naturali, qui il cielo e il mare, come veicolo per il raggiungimento della pace
e dell’equilibrio interiore. In questo L’arco si avvicina molto al
viaggio iniziatico di Primavera…, e il personaggio della ragazza sembra
riassumere in se la potenza evocativa di queste visioni, tanto da far percorrere
all’intero film uno strano percorso: da una parte il più classico dei
melodrammi, dall’altra un’originale esperienza del visibile.
Nell’intera filmografia di Ki-Duk narrazione e visibilità hanno sempre avuto un rapporto di stretta interrelazione, in un misto di originalità e provocazione che hanno tenuto insieme molto felicemente le due componenti. Ne L’arco per la prima volta si verifica una rottura, nel senso che il maestro coreano preferisce chiudere la narrazione in pochissimi eventi significativi, lasciando molto più spazio al simbolismo della visione estatica, e trovando nell’immobilismo del quadro generale la ragione del suo affresco. In realtà l’entrata in scena del ragazzo serve solo da espediente drammaturgico per rivelare la tragicità del rapporto quasi incestuoso tra il vecchio e la ragazzina. Per questo L’arco non è un film a tre, ma a due, e lo è tanto più grazie a ciò che essi vedono.
L’insistenza sull’alternanza primi piani – campi lunghi (accompagnata dal dolente suono dello strumento ad arco inventato dal vecchio) è sintomatica di questa tendenza a chiudere la storia d’amore (?) tra i due nell’ambito della comunicazione visiva e gestuale. Bandita la parola (come già ne L’isola e in Ferro3), il legame è rappresentato dall’arco e dalle sue frecce che sono sia la forza autoritaria del vecchio sia il privilegiato passaggio alla conoscenza del futuro (splendide in tal senso le scene, le uniche di vera tensione, dell’altalena sospesa tra la barca e il mare, rimando poetico a Birdcage Inn). Ma ciò che più conta è l’invisibile che c’è tra i due, l’interiorizzazione profonda che coinvolge i sentimenti e l’anima del vecchio e della ragazzina, che non potendo trovare un corrispettivo sulla scena, lo trova nella contemplazione malinconica degli elementi naturali. La metà del film è infatti occupata da immagini dei due che si osservano solitari, scambiandosi lo sguardo, e restituendolo al mare e al cielo.
In tal senso Ki-Duk ne L’arco sembra essersi appropriato del celebre motto di Jean Cocteau "Je décalque l’invisible" e ne è un segno tangibile la scena che chiude, molto poeticamente il film, in cui la ragazza, ormai sposa, su una barca alla deriva, perde la sua verginità facendo l’amore con un’entità invisibile, che nel gioco di rimandi poetici, altro non che è il vecchio, scomparso in mare, la cui ultima freccia scagliata "squarcia" l’imene della sposa. Ciò che non può la messinscena può la poesia del cinema, sembra dirci Ki-Duk, che come un arco teso verso l’infinito colpisce ancora l’immaginazione di tante storie impossibili. Quelle che forse, oggi, riesce a farci vedere solamente lui.
Marco Luceri
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Presentato al Festival di Venezia 2000, "Seom" decisamente non è un film per tutti. Pretenzioso ma non brutto, è una pellicola piena di scene che pur non mostrando più di tanto fanno decisamente impressione.
In fuga dopo aver ucciso la
fidanzata ed il suo amante, Hyun-shik si nasconde in un'isola, intesa come una
piccola casa galleggiante nel mezzo di un lago. Le isole sono gestite da Hee-jin,
che per arrotondare lo stipendio si prostituisce agli affittuari delle case. Ma
non è questo che interessa a Hyun-shik, che si è rifugiato lì col solo intento
di uccidersi. Hee-jin, però, gli salva la vita e tra i due nasce un rapporto
profondo quanto distorto, fatto di sesso e dolore, di paura e ossessione. E
nessuno dei due riuscirà ad evitare di farsi trascinare dagli eventi... |
I due protagonisti, Kim Yoo-suk (lui) e Jung suh (lei), sono piuttosto bravi, considerando soprattutto quello che dovevano recitare, ma quasi tutti i (pochi) personaggi secondari sono molto poco convincenti. D'altra parte, comunque, la storia è incentrata esclusivamente sulle traversie sodo-masochiste della strana coppia protagonista della pellicola.
L'ambientazione, lo spazio
in cui gli eventi si svolgono, è molto interessante. Il regista coreano ce la
mostra attraverso inquadrature ricercate, soprattutto nella prima parte. Proprio
questo eccessivo stilismo rischia di non dare alla pellicola una sua unità
globale, perché certe scelte registiche poco si sposano con la crudezza delle
azioni che ci vengono mostrate. La sostanza, comunque, è che "L'isola" è un film
di medio livello pensato e costruito esclusivamente con l'intento di scioccare
lo spettatore.
Il finale psicanalitico, per quanto sintetizzi meravigliosamente il
leit-motiv del film, è comunque piuttosto fuori luogo.
Intervista:
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Una figura di donna molto importante ne L’arco
Volevo una figura femminile originale e misteriosa, ma al contempo forte, che
sprigionasse una tale energia che le permettesse di controllare gli uomini. Le
donne nei miei film non sono comuni, sono lontane da quello che superficialmente
potremmo definire lo stereotipo coreano. Sono frutto esclusivo della mia
creatività.
Criticato in patria,
osannato all’estero. Come mai?
Gli europei in particolare trovano nelle mie opere quello che cerco di fare. Unire la mia conoscenza, la mia percezione, a quella degli spettatori. In Corea non accade. Dovrà esserci una maggiore stabilità economica perché i coreani si possano elevare culturalmente e capirmi, comprendere in generale un certo tipo di arte. I critici del mio paese sono sempre sorpresi dal mio successo, arrivano a cercare di convincere gli altri del loro errore. Mi hanno persino accusato di vendere l’orientalismo all’occidente. E’ ridicolo, chi sa davvero cos’è il pensiero orientale? Ma non è negativo per me. Io scrivo e giro per chi vuole vedermi. Pensa che nel mio paese solo un cinema proietta L’arco. Non voglio facilitare la visione a chi non è davvero interessato.
Sembra essersi fermato.
Progetti futuri?
Dovevo, alcuni distributori internazionali devono ancora mandare in sala i miei ultimi due film! Sono in un momento cruciale, artistico e personale. I miei film sono sempre nati dall’incapacità di capire le persone. Ora, dopo dodici film, credo di saperne di più, ma forse così potrei perdere la capacità di fare cinema. Ho molte idee, ma non so come realizzarle. Non dovessi riuscirci potrei sempre andare a Hollywood o fare un film comico, no?
Monicelli disse che prima o
poi un grande regista gira un film muto. E di solito è il suo capolavoro.
Non lo sapevo. Ma per me non è stata una scelta, piuttosto una naturale
evoluzione del mio lavoro, col tempo i dialoghi si sono rarefatti. L’ideale per
me sarebbe esprimere un significato senza parole. Non credo sia possibile, anche
se mi piacerebbe, fare un film completamente muto. Nei miei prossimi film vorrei
arrivare ad un solo protagonista o persino a mettere gli esseri umani sullo
sfondo e mettere al centro dell’opera un oggetto, come una pistola o un
automobile. Penso sia una sfida interessante.
Chiudiamo
facendogli notare che questa provocazione è già in atto. Ne L’arco,
infatti, questo strumento diventa personaggio, alter ego del vecchio innamorato
della protagonista. In esso è racchiusa la protezione, il desiderio sessuale,
l’armonia della coppia. E molto altro. Sorride e se ne va.
di Boris Sollazzo
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Biografia: |
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Biografia:
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Kim
Ki-Duk nasce nel 1960 a Bonghwa, nella provincia del Kyonshang della
Corea del Nord; compiuti i nove anni si trasferisce a Seul con la sua
famiglia, dove frequenta un istituto professionale per l’inserimento nel
settore agricolo. |
Il debutto alla
regia nel 1996 è con CROCODILE, ma il successo internazionale arriva soltanto nel
2000: l’opera quarta SEOM – L’ISOLA partecipa al Festival di Venezia
destando un discreto scalpore.
Il suo primo film uscito nelle sale
italiane è PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO... E ANCORA PRIMAVERA,
con notevoli risultati al botteghino nonostante la firma d’autore,
seguito da FERRO 3, vincitore del Premio speciale per la Regia (Leone
d’Argento) a Venezia 2004; si attende la prossima uscita di SAMARIA, in
concorso a Berlino 2004.
Attualmente Kim Ki-Duk sta curando la
post-produzione del dodicesimo film, THE BOW, che potrebbe essere
presentato al Festival di Cannes.
Contrassegnato da un particolare
furore artistico, il regista negli ultimi anni per la stesura dei suoi
lavori ha raramente superato il mese di riprese.
Filmografia:
1996 CROCODILE (Ageo)
1997
WILD ANIMALS (Yasaeng
dongmul bohoguyeog)
1998 BIRDCAGE INN (Paran
daemun)
2000 L’ISOLA (Seom)
2000 REAL FICTION (Shilje
sanghwang)
2001
ADDRESS UNKNOWN -
INDIRIZZO SCONOSCIUTO (Suchwiin pulmyeong)
2001
BAD GUY (Nappun
namja)
2002
THE COAST GUARD (Haeanseon)
2003
PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO... E
ANCORA PRIMAVERA (Bom yeoreum gaeul gyeoul
geurigo bom)
2004
SAMARITAN GIRL (Samaria)
2004
FERRO 3 – LA CASA VUOTA
(Bin jip)
2005 THE BOW (Hwal)
WEB Recensioni
http://www.drammaturgia.it/recensioni/recensione1.php?id=2731
http://www.cinematografo.it/Cinemedia/00003690.html
http://web.tiscali.it/cinemamore/r117.html
http://www.spietati.it/archivio/recensioni/rece-2005-2006/a/arco.htm
http://www.icine.it/fmm/articoli.php?id= 16323
http://www.sentieriselvaggi.it/articolo.asp?idarticolo=12323&idramo1=147
http://www.cinemacoreano.it/news/62_arco.htm
http://www.film.it/cinema/schedapersonaggio.php?id=25515
http://www.capital.it/trovacinema/scheda_film.jsp?idContent=295864
http://www.kataweb.it/cinema/scheda_locandina.jsp?idContent=295864
http://cinema.castlerock.it/film.php/id=3903
http://www.cinemadelsilenzio.it/index.php?mod=film&id=1136
http://www.spietati.it/speciali/kim-ki-duk/kim-ki-duk.htm

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dal 2008_12_02 |
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