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Il Teatro Auditorium - Supercinema e l’A.C.M.A. presentano
la
Rassegna cinematografica


Giovedì d'autore

Teatro Auditorium Supercinema di Chieti
 Via Spaventa, 30/34 - 66100 Chieti
 Tel. 0871 40 14 60

 

"i giovedì d'Autore" è una rassegna cinematografica con appuntamenti riservati ai film di qualità esclusi dai circuiti commerciali con particolare riferimento al cinema italiano ed europeo.


 

 

giovedì 9 febbraio 2006
 orario proiezioni: 18.00 - 20.30 - 22.30

 
 

 

 

 

Ingresso € 4,00
soci A.C.M.A.
€ 3,00.

Nei giorni di Rassegna sarà allestito un Punto Tesseramento

 

Rassegna cinematografica

Giovedì d'autore

 

giovedì 9 febbraio 2006: L’Arco di Kim Ki-duk


SCHEDA del Film

 

Titolo originale:

HWAL

Regia:  

Kim Ki-duk

Produzione:

Kim Ki-duk film

Distribuzione:

 Mikado

Durata:

90'

Origine:

Corea del Sud

Genere:

Drammatico

Interpreti:

Han Yeo-Reum (la ragazzina), Jeong Sung-Hwan (l’uomo), Seo Ji-Seok (lo studente)

Soggetto:

Kim Ki-duk

Sceneggiatura:

Kim Ki-duk

Fotografia:

Jang Seung-Baek

Musiche:

Kang Eun-Il

Montaggio:

Kim Ki-duk

Scenografia:

Chung Sol Art

Costumi:

Kim Kyung-Mi

Anno:

 2005


Sinossi:

Un vecchio vive su un battello con una ragazza, che il vecchio tiene lontano da tutto e da tutti: la sposerà non appena la ragazza compirà 17 anni. I pescatori che vengono a contatto con la singolare coppia notano la bellezza della ragazza, sempre strettamente sorvegliata dal suo protettore. Ma i sogli di sposare la ragazza si trasformeranno per il vecchio in ossessione, quando la sua promessa sposa mostra interesse per un ragazzo di città...
 


Trama:
Un uomo porta a vivere con sé una bambina di sei anni, sola al mondo. I due trascorrono la loro esistenza a bordo di un peschereccio in mare aperto. Gli unici ospiti sono gli appassionati di pesca a cui l'uomo, di tanto in tanto, affitta l'imbarcazione per qualche giorno. Nel tempo, l'uomo, innamorato della bambina, decide che la sposerà il giorno del suo diciassettesimo compleanno. A rompere l'armonia però arriva uno studente. Tra i due giovani inizia una tenera amicizia e, commosso, il ragazzo decide di liberarla e portarla via dalla sua gabbia dorata che è l'imbarcazione. Ma non ha fatto i conti con l'amore, la gelosia e la testardaggine del vecchio e con l'arco con cui lui la difende dagli assalti e con cui predice il futuro...

 


Critica:
Kim Ki-Duk riesce ad essere un autore di successo in occidente per il suo modo di proporre storie, così diverso da quasi tutto il panorama cinematografico occidentale, per diventare quasi un regista col quale confrontarsi inevitabilmente. "L’arco" porta in mare aperto una storia di sentimento e passione tra un vecchio pescatore sessantenne e una giovane. Lei era una bambina di sei anni quando, senza più nessuno ad accudirla, era stata portata sull’imbarcazione. Entrambi adesso vivono sulla barca di lui, ancora più vecchia, se possibile, del vecchio, che vorrebbe sposarla al compimento del diciassettesimo anno. L’arco del titolo è quello che lui usa per tirare frecce per diletto, ma anche per intimorire e cacciare dal suo barcone un gruppo di giovani venuti fin lì per dilettarsi nella pesca con la canna, ed è un arma che ama particolarmente, e lascia parlare proprio quell’arco e le sue frecce al posto delle parole, per tenere alla larga chi non gli aggrada, per ribadire la

sua concezione di un piccolo mondo da proteggere da qualsiasi minaccia esterna, per farci della musica suonando la corda dell’arco e un tamburello a far da cassa armonica, per fare predizioni per il futuro insieme alle frecce e all’altalena, in un gioco molto pericoloso ma dai risvolti eccitanti, e per comunicare col mondo esterno.
Il vecchio la lava, la protegge, l’accudisce, ma praticamente la segrega, non facendola mai scendere dal barcone e infatti a causa di una certa rapacità di lui, i due vivono praticamente isolati. Naturalmente per quanto questi continui a vigilare sulla ragazza, questa non è molto propensa a farsi tenere con delle briglie troppo strette e non è indifferente alla proposte di alcuni coetanei, per i quali si sente molto più attratta. Oltretutto anche chi passa di lì, principalmente pescatori, ma anche gente comune nei pochi momenti di attracco della barca per rifornimenti, avanza molti dubbi e perplessità sulla liceità di tutta la faccenda, soprattutto per la differenza di età tra i due. Ed è proprio la presenza di un giovane rivale che spinge il vecchio a trasformare i suoi sentimenti, passando dall’amore a fobie, ossessioni, voglia di suicidio, minacce di omicidio o per lo meno di gravi lesioni nei confronti dei tipo e di tutto il resto della giovane marmaglia che gira intorno a quella che ormai considera una proprietà privata. Comunque per quanto faccia e per quanto usi l’arco per dissuadere il giovane pretendente, alla fine scopre che l’arco di fatto non ha alcun potere dissuasivo nei confronti del giovane pretendente.

Come al solito il cinema di Kim Ki-duk è fatto di pochi elementi. A questo procedere molto tranquillo e minimalista del film, si oppone nel finale l’esplosione di colori dei vestiti da cerimonia dei due, dove finalmente di scopre che potrebbe quasi essere pronti per una cerimonia matrimoniale, se solo lei lo volesse. E’ un film intriso di fantasmi del passato e di richiami sessuali, con tutti quei giovanotti che ronzano intorno a quella ragazza che col suo atteggiamento sembra provocare, e naturalmente con vecchio che continua ad allontanarli per cercare di ribadire la sua esclusiva su quel territorio di caccia. Il ritmo del racconto non possiede tutta l’aurea tipica del miglior Kim Ki-duk, che al contrario qui appare essere piuttosto in tono minore, quasi a voler inseguire un suo pubblico ormai consolidato. Con questo dodicesimo film, Kim Ki-duk ribadisce gli argomenti che predilige e con i ritmi che gli appartengono, mettendo crudelmente a confronto il vivere giovane e quello anziano, buttandola sul disincanto e sull’amarezza, delegando quasi tutto ai silenzi e concedendo pochissimi dialoghi, anche se qualche battuta aggiunta non avrebbe guastato l’economia generale della vicenda. Al solito l’acqua costituisce un basilare elemento narrativo, qui unito ad una diffusa sensualità, soprattutto determinata dalla protagonista femminile, che si era fatta conoscere per il precedente La samaritana, Orso d’Argento quale premio per la Miglior Regia al 54° festival Internazionale del Film di Berlino.

Maurizio Ferrari
 


Ciò che qui colpisce è il vivere senza fuggire la morte, accettandola con dolce inquietudine, lasciandosi attraversare da essa, languendo con essa, trasportati dal desiderio di abbandonarsi ai corpi amati per ridare loro la vita e riaverla in cambio da loro. Il cinema di Kim Ki-duk continua ad essere una deriva dei sensi...

Fuori dal mondo. Un uomo anziano (Jeon Sung-hwan) vive con una giovane donna (Han Yeo-reum), che tiene lontano dal mondo, su un battello ancorato lontano dalla costa; il suo desiderio è di sposarla appena la donna avrà compiuto diciassette anni. Questa, in breve, è la storia raccontata da Kim Ki-duk nel suo ultimo lungometraggio, L’arc, presentato allo scorso Festival di Cannes nella sezione “Un certein regard”.

Se nell’Isola (1999) le immagini sembravano riflettersi sulla superficie fluida e mobile dell’acqua, specchiarsi in essa, bagnarvisi prima di fuggire, svanire eteree nella liquidità dello sguardo; se in Ferro 3 (2004) i corpi poco alla volta abbandonavano la pesantezza della terra (l’humus di cui siamo fatti) e con essa la sofferenza, il dolore che li segnava, per diventare leggeri, impalpabili, invisibili, qui ne L'arc ciò che colpisce è il vivere senza fuggire la morte, ma accettandola con dolce inquietudine, lasciandosi attraversare da essa, languendo con essa come si languisce nei momenti di abbandono fisico, trasportati dal desiderio di abbandonarsi ai corpi amati per ridare loro la vita e (ri)averla in cambio da loro. Così il cinema di Kim Ki-duk continua ad essere una deriva dei sensi inumidita dalle coloriture oniriche di un sognatore (in)consapevole dell’esistenza, fuori di essa una (volta per tutte) per poterla vivere/sognare ancora. Questa volta però, quel cinema (s)velante alla vista il vissuto di chi accetta di visitare l’altro per abitare il mondo ed esporsi ad esso sembra negarsi, stridere con la poetica di un regista che ha sempre saputo mostrarci, con le sue delicate inquadrature, dove il nostro sguardo ama annegarsi (la gioia di un sorriso, la dolcezza di un sguardo, l’ansia di un sospiro). La musica dei corpi che si attraggono e si respingono, degli animi (in)finitamente piagati/piegati dal senso dell’esistere si perde negli occhi troppo aperti/troppo poco chiusi per lasciare che la vita sia sognata/amata, senza dover essere troppo consapevoli che un giorno dovrà finire. Eppure non saremmo vivi (e con noi non lo sarebbe questo film) se non fossimo pieni di contraddizioni, di sentimenti contrastanti, dopotutto, come questo film, anche il cuore è uno strumento scordato.

Michele Moccia
 


Recensioni:

 

L'Arco della nostra vita

Cos’è l’amore in un mondo a parte? Qual è il confine con la perversione? HWAL attinge dal fondale mitologico, dopo SEOM pescando un’altra creatura marina, e si muove con la crudele levità della fiaba. Il film di Kim Ki-Duk è ormai frastagliato dal sottile vento della parodia: il mago coreano si diletta a seminare richiami alla brillante carriera (la ragazza che ingoia gli ami da pesca) salvo poi rovesciare situazioni, demolire certezze, uccidere il luogo comune. Anche stavolta il punto di origine è una manciata di elementi, oggetti con l’anima: un’imbarcazione fatiscente, un arco, frecce, una corda. Coltivando l’avvincente discorso sul fragore del silenzio (mai una parola tra il vecchio e la ragazza, se non bisbigliata all’orecchio; il grado zero della sceneggiatura, che si concentra sulla posa ripetuta e

minimale), ma rompendo l’indugio con sarcasmo tutto orientale (nella seconda parte, l’unica vera battuta per dire che il vecchio è impazzito), HWAL scivola su una prima scena di lancinante bellezza (incastro supremo di elementi discordanti, gesti e colori) e ci introduce in un microcosmo sciamanico (vedi l’eremo di PRIMAVERA...) dolcemente sconvolto dal soffio del soprannaturale (la lettura del futuro, i simboli buddisti, la bufera); in antitesi con l’amore terreno (coatto o ricambiato? Tenero o maligno?) Kim incarta la patata bollente, nei dintorni della pedofilia, con la sua canzone di rimandi e dolci allusioni.
Se la ciclicità del suo cinema è qui sconvolta per una dimensione sospesa (il calendario manomesso), se l’enciclopedia di simboli [l’atavico contro la tecnologia – il walkman (un ritorno, dopo SAMARIA) -, il pesce del desiderio e il gallo dell’amore] acquista nuove parvenze incantatorie, se il quadro figurativo al solito avvince e commuove, il regista si conferma soprattutto a livello narrativo: convertito ormai ad una violenza carsica e sepolta, apparentemente ripiegato sulla maniera (critica tanto ricorrente quanto fuorviante) porta il suo film rigorosamente da un’altra parte, il dramma non è mai stato così sofferto (il climax dell’ultimo vaticinio mi pare la miglior sequenza di ‘pura
tensione’ degli ultimi anni) e l’amore – tra l’uomo e la bambina, i colori e lo sfondo, la cinepresa ed il mare – tanto travolgente. Adesso è chiaro: l’amatissimo FERRO 3, possibile punto di nonritorno, era soltanto l’inizio. Tante ancora le frecce al suo arco.
Quando la fantasia è ormai completa su HWAL si rovescia la tavolozza dei colori, annega l’ovvio e questo gioiello si avvita su sé stesso per fornire una relazione anatomica sui possibili impieghi di una freccia. Si vorrebbe una scena di sesso ma è pura devianza sublime, che porta a dubitare della sanità mentale del suo autore.

Non è pazzo Kim Ki-Duk, è pazzo chi non lo ama alla follia.

Strength and a beautiful sound like in the tautness of a bow…
I want live like this until the day I die.

Emanuele Di Nicola
 


... (ovvero tre punti di colore)

Il nervo teso di un arco che agisce lontano da ogni canone spazio-temporale si trasforma nella lirica corda di uno strumento musicale quando il cantore Kim Ki-Duk decide di affidare alle immagini e alle sensazioni il racconto di una storia d’amore particolare, combattuta, all’interno della quale si mettono in funzione, come i congegni di un motore, i meccanismi della vita e delle emozioni, dei sentimenti corrisposti e non, delle gioie sussurrate con  mesti sospiri e dei dolori taciuti, zittiti da qualche lacrima versata dalla prua di una barca. Presentato a Cannes, L’ARCO di Kim Ki-Duk conferma che adesso la nuova linea di condotta del maestro coreano è quella di rappresentare la violenza attraverso quei percorsi più celati, dove il dolore carnale lascia spazio a quello che attanaglia lo spirito tenendolo ingabbiato in maniera viscerale alla sua quotidianità fatta di continui supplizi, di sacrifici ai quali è impossibile sottrarsi. L’impotenza di fronte allo svolgersi della propria vita, l’incapacità di sciogliere nodi, di sottrarsi a un destino spesso costruito dalle decisioni e azioni altrui: sembra questa l’essenza fondamentale che caratterizza le anime in pena della società crudelmente quotidiana di Kim Ki-Duk. Impossibile dunque non ripensare alla dolorosa odissea della samaritana del sesso di SAMARIA, un’altra delle silenziose pedine che si muovono sulla scacchiera umana che il regista utilizza per muovere il proprio sguardo attento sulle diverse realtà dei suoi personaggi.

Nella scena iniziale de L’ARCO, i tre puntini dei colori primari che costellano l’angolo dell’occhio della protagonista, truccata dalle mani rugose del vecchio che la vuole in sposa, rappresentano la tavolozza cromatica esistenziale che colorerà le sequenze del film. Abbiamo imparato che la presenza di autentiche “gocce” di colore sono una costante nei film del genio coreano: ritornano immediatamente alla memoria i cromatismi densi di FERRO 3, in particolare le scarlatte tazze di tè e le smeraldine foglie di ninfea, o gli schizzi di sangue presenti nel drammatico REAL FICTION, dove la violenza barbara veniva riportata sullo schermo dalle gocce che imperlavano il volto dell’assassino o l’area del delitto. Ne L’ARCO, in seguito, saranno fluttuanti nastri che accompagneranno i movimenti della ragazza sull’altalena a riportarci alla natura pigmentata della vita affrescata da Kim Ki-Duk. La dimensione dell’uomo, in tutta la sua incerta esistenza, viene figurativamente rappresentata  con l’espediente dell’altalena: la protagonista, appesa sull’acqua, con i piedi che riescono a sfiorare la superficie del mare, osserva con sguardo perso la placida immutabilità della propria vita. L’unico elemento che la ricollega alla realtà è il piccolo walk-man che il ragazzo di città le ha regalato: come in REAL FICTION, quando tramite un finto lettore di cassette il protagonista origliava le conversazioni telefoniche provenienti da una cabina telefonica, o come in SAMARIA, quando l’amorevole padre, sveglia la ragazza addormentata con melodie musicali che le facciano abbandonare il mondo onirico con dolcezza e la introducano nella quotidianità, la presenza del walk-man diventa il tramite attraverso il quale permettere all’anima di trasferirsi verso il mondo di tutti i giorni, dal quale spesso i personaggi si sentono esclusi. La concezione dell’amore resta comunque l’elemento basilare della pellicola: il sentimento inteso come assoluta rottura degli schemi è un inarrestabile flusso emotivo di sensazioni spesso contrastanti. L’amore fra la ragazza e il giovane di città è tanto forte quanto quello egoista e geloso dell’anziano: ciascuna delle due coppie cerca nella propria struttura interna quella assoluta capacità di sincronia e sinergia vitale. La complicità all’ennesima potenza viene dunque sottolineata dai quei silenzi carichi di parole, dall’assenza di dialoghi che corrispondono a mille discorsi, a mille promesse. Un tacito bisbiglio è il massimo a cui si possa aspirare, un sorriso nascosto una rivelazione. La predizione del futuro diventa il primo passo verso una dissoluzione della realtà: attraverso pochi, essenziali elementi, Kim Ki-Duk smaterializza totalmente, ancora una volta, ogni elemento tangibile. Se l’acqua e la distanza fisica rappresentano la rottura dei confini spaziali, l’alterazione del calendario e la predizione del futuro, affidata al silenzioso scoccare delle frecce, rappresentano la distruzione del concetto del tempo. In ADRESS UNKNOW invece avevamo visto come il tiro con l’arco fosse l’elemento di unione/disgregazione sociale, visto che davanti ai muti tiri a segno si andavano a scontrare le diverse generazioni, le differenti realtà economiche della comunità umana. Ancora una volta, come nel precedente poetico lungometraggio, l’arco inteso come arma rappresenta uno strumento dal doppio valore: se da un lato è la materializzazione di un pericolo saettante, dall’altra è una forma di salvezza: si ritorna dunque alla redenzione per la libertà che già era stata al centro di SAMARIA e anche di FERRO 3, quando la giovane protagonista era alla ricerca di una nuova vita al di fuori delle opprimenti mura di quella prigione d’oro e cristallo che era la sua vita. Ne L’ARCO, la violenza e la tenacia, la capacità di scalfire l’anima delle persone così come la freccia sul legno ormai invecchiato della barca e l’inesorabile resistenza dei mille fili che compongono una gomena che sostiene con forza il peso di un’altalena esistenziale ormai eccessivamente pesante sono rappresentati da una freccia e una corda, che nel loro muto agire delineano i due volti di un complesso micro-cosmo. Un solo errore e l’equilibrio precario stabilito potrà dissolversi nel nulla, disperdersi nell’infinito mare che circonda l’assordante silenzio della barca rotto solo dallo scricchiolio prodotto dai passi. Testimone della temporaneità e instabilità della vita è lo sguardo atterrito del giovane innamorato che osserva sbigottito la prova di coraggio e di fermezza durante la predizione del futuro. La morale illimitata e dolcemente caliginosa del film sta proprio nelle ultime sequenze, che raccontano di un nuovo superamento dei confini terreni verso una nicchia dai tratti onirici quanto mai affascinante. L’epilogo di una storia modulata dal lento oscillare delle onde e dal movimento cadenzato di un’altalena si colora quindi di un rosso di sangue che assume un nuovo valore, e si perde nella tranquillità immutabile di un paesaggio che per staticità ed indifferenza ricorda l’atmosfera surreale de L’ISOLA, fra un mormorio del vento e un vestito tradizionale che si lascia avvolgere da una nebbia destinata (forse) a diradarsi.

Priscilla Caporro
 


Il regista osannato in Europa con Ferro3, e odiato in patria dopo ogni suo film, torna con L’arco presentato quest’anno a Cannes. Per chi cerca un po’ di poesia per immagini Kim Ki-duk non tradisce mai                                                                                                                               

Il poliedrico Kim Ki-duk mette giù quasi in versi la trama e il simbolo del suo ultimo lavoro cinematografico:
“Nel mare vasto e sconfinato, a bordo di una barca che nessuno sembra vedere  
lì, vive un vecchio con un arco, il suo altro io, e la ragazza da lui amata.  
L’arco del vecchio rappresenta  
la forza con cui protegge la ragazza dal mondo,  
il conforto con cui calma la mente,

la musica che suona per la ragazza che ama,  
il desiderio sessuale per qualcosa che vuole possedere,  
e la tesa gelosia per qualcosa che no potrà mai avere”.  


Un sessantenne scorbutico e tosto come un vecchio lupo di mare possiede una barca in avaria ancorata da tempo in mezzo al mare. Con lui da una decina d’anni è cresciuta una ragazza, ormai sedicenne, con cui ospitano e servono da bere a una decina di pescatori. Questi spediscono mani e sguardi umidi sul corpo della giovane; il vecchio li tieni lontani minacciandoli con le frecce del suo arco. Con le stesse predice anche il futuro, scagliandole contro un’immagine, la tradizionale effige sud coreana del Buddha. Il vecchio attende solo il diciassettesimo compleanno della ragazza per sposarla. Tuttavia un giorno tra i pescatori sale pure un giovane che s’innamora ricambiato della ragazza. La situazione andrà verso un inevitabile ma poetico naufragio.

Il mondo extra-linguistico di Kim Ki-duk. Il regista sud-coreano anela ancora una volta ad un mondo extra-linguistico. Il mutismo assoluto eppure rende più evidenti le azioni dei suoi personaggi. Le poche volte che si parlano lo fanno all’orecchio sotto voce, e bisbigliando al punto che manco sentiamo il bisbiglio. Intanto un quadro figurativo magnifico ha già invaso lo schermo al momento del primo fotogramma, tutto riassunto tra due labbra e due occhi neri magnetici. L’intero set de "
L’arco" è costituito dal mare, e da una vecchia barca da pesca. Un violino che si suona pizzicandolo come si potrebbe fare con un arco, è l’unica meravigliosa (ma a tratti estenuante, ok) colonna sonora del film.

Scena madre. La ragazza decide di fuggire con il giovane amante a bordo di un’altra barca. Il vecchio allora si lega al collo una grossa cima della barca che si allontana con i due. Man mano che la barca si distanzia la corda si tende e trascina il vecchio rischiando di strozzarlo. Un’impiccagione d’amore causata, concretamente, dalla fuga dell’amata.

Invero in patria non lo possono vedere Kim Ki-duk. Certo che però son strani ‘sti coreani. L’arco ad esempio è uscito solo in un cinema in Corea. Dice il regista: “E’ stata una mia scelta, non voglio andare incontro a degli spettatori viziati, sono loro che devono venirmi a cercare". Sì, poi ogni volta che esce con un nuovo film i pochi estimatori su cui può contare in patria sono zittiti dai critici che lo stroncano con l’accetta pronta. Si sono addirittura indignati di fronte a Primavera, Estate, Autunno, Inverno...e ancora Primavera, da noi il film della rivelazione. Avrebbe il difetto di diffondere la filosofia di vita orientale in occidente. Se dicevano Grazie e basta facevano più bella figura.  

Allora pure L’arco ce lo teniamo volentieri noi. L’arco di Kim Ki-duk è un potente mezzo che uccide e protegge dalle minacce esterne, uno strumento musicale per un rituale spirituale, l’utensile sciamanico per predire il futuro. Ed è anche la macchina da presa che tende tutte le corde emotive dello spettatore.

Claudio Moretti
 


The Bow (L'arco) di Kim Ki-duk

Girato con budget limitato, il dodicesimo film di Kim Ki-duk pare un'ulteriore tappa verso un cinema astratto e narrativo al tempo stesso, che pare marchiare gli ultimi film del regista coreano.
The Bow però sembra mancare di originalità, se consideriamo la filmografia di Kim: si ha l'impressione a più riprese di assistere ad una sorta di antologia simbolica del mondo kimiano, per la presenza di elementi che rimandano esplicitamente ad altre opere. Così se da un lato potremmo interpretare la reiterazione di situazioni e segni come l'affermazione decisa che - pur avendo ammorbidito i toni del racconto e spostato la riflessione su piani più "metafisici" - l'universo di appartenenza rimane immutato, allo stesso tempo risulta chiaro il rischio di eccessiva autoreferenzialità.

The Bow, è bene dirlo, è un film imperfetto, un'opera che pare incompleta, confezionata troppo velocemente, che vive su uno spunto interessante, ma che manca di una riflessione profonda sul dettaglio: ovvero quelle meravigliose spillette con cui il regista contrappunta le sue opere migliori, elementi apparentemente secondari che danno corpo alla narrazione, aprendo ramificazioni di senso. Più che la voglia di preparare il film da festival (come alcuni critici hanno affermato), pare che in Kim ci sia un'urgenza incontenibile di esprimere la propria arte, attraverso una pratica continua e vorticosa, che vuole trovare un pubblico a tutti i costi: come fosse un pittore (e lo è pure) incapace di fermare il pennello. Ovviamente il cinema non si presta alla velocità espressiva di altre forme d'arte: un film difficilmente può essere percepito come bozzetto, ponendosi invece come opera finita; mentre il regista crea come tasselli di un'unica opera totale; un puzzle che compone un percorso dialettico che vuole riflettere sul sistema uomo, affetto da un male che pare caratterizzarlo dalla nascita, come un'infezione che rende precari rapporti e relazioni, un dialogo autentico, uno spazio di vita che possa trascendere le pulsioni violente al possesso (dell'altro da sé) ed esaltare le qualità del singolo.

Ferro 3 tracciava una via d'uscita, descrivendo un amore oltre il dato fisico in uno spazio interiore che non chiede mura e recinti ma solo l'apertura al prossimo. Con The Bow, invece, Kim dipinge un rapporto costruito su un'ambiguità che, per essere vinta, chiede un sacrifico.

Un uomo anziano vive con una ragazzina su un peschereccio in mare aperto. Lui, che l'ha recuperata piccola e cresciuta, aspetta il diciassettesimo anno di lei per sposarla. Gli ospiti, pescatori che arrivano dalla terra ferma, tentano di avvicinare la bella adolescente, protetta dall'uomo che presto le rivela impaziente le vere intenzioni, soprattutto dopo che lei si innamora di un giovane pescatore. Il suicidio finale di lui che si tuffa in mare dopo aver scagliato la freccia con il suo arco e che torna sotto forma di vento per possederla fino al ritorno dalla freccia in mezzo alle gambe di lei, è forse fin troppo esplicito nella simbologia. Si capisce come siano presenti tutti i luoghi della mitologia kimiana: la barca isola che rimanda a Seom e a Primavera, estate... (ma per estesa metafora a gran parte dei suoi film), il quasi mutismo dei personaggi (Ferro 3), la presenza simbolica di pesci e ami (addirittura una citazione trasparente a Seom), l'amore afferrato con prepotenza e il desiderio che annebbia la ragione. Si ha quasi l'impressione di essere di fronte ad una variazione sul tema, dove il finale sancisce un'ipotesi di relazione profonda ancora diversa dai precedenti racconti, ancora più astratta, come se fosse impossibile trovare la felicità nella concretezza materiale del quotidiano vivere.

L'arco che da il titolo al film, è via via arma di difesa per allontanare i pescatori occasionali che, come in Samaritan Girl, Bad Guy o Seom, lontani dal nucleo familiare di appartenenza diventano lupi libidinosi pronti ad approfittare anche di una minorenne; ma l'arco è pure strumento musicale che enfatizza quelli che dovrebbero essere i momenti più lirici (uno dei punti deboli della pellicola dove la musica falsamente dietetica toglie invece di aggiungere); ed ancora l'arco utilizzato per leggere il futuro attraverso una pratica (l'invenzione migliore del film) che richiama ad una sinergia perfetta l'uomo e la ragazza: questa dondola su un altalena posta sul fianco dell'imbarcazione dove è dipinto un buddha, mentre il vecchio da una barchetta scaglia tre frecce verso il dipinto evitando la ragazza come fosse un lanciatore di coltelli. La posizione delle tre frecce offre il responso interpretato dalla ragazza.

L'arco dell'uomo e la traiettoria arcuata della giovane definiscono così un rapporto ambiguo padre/figlia, ma caratterizzato dal desiderio amoroso scoperto nel primo, latente nella seconda. Questo lo spunto più intrigante in un'opera che forse manca della bellezza visiva a cui ci aveva abituato il regista, ma soprattutto di quei tempi sospesi che hanno caratterizzato le tre opere precedenti (ma anche Birdcage Inn e Seom), dove anche uno sguardo riusciva a suggerire la dimensione psicologica in cui erano calati i personaggi.
The Bow va forse afferrato per quei momenti (e ce ne sono) in cui l'autore pare seminare elementi nuovi nel suo cinema, sempre più work in progress, che lasciano intravedere il perfezionamento di un meccanismo narrativo che potrebbe tornare al cinema dei silenzi, abolendo la parola, in una sintesi estrema tra suoni e immagini. L'essenzialità linguistica: come forma d'arte e forse come ipotesi per riconquistare una forma di comunicazione più vera che affranchi l'uomo dall'isolamento affettivo.

di Alessando Leone
 


Il prolifico Kim Ki-duk ("Ferro 3") porta a Cannes il suo 12° film (come lui stesso ricorda sui titoli di coda) "L'arco", scelto per aprire la sezione "Un certain regard". La storia segue una traccia ormai familiare al regista e già percorsa nei film "L'isola" e "Primavera...", quella del luogo isolato in mezzo all'acqua. Se ne "L'isola" era una zattera per pescatori, in "Primavera" un rifugio buddista, qui è una nave ancorata. Sopra ci vive un vecchio arciere di 60 anni e una ragazzina di quasi 16 anni, anche qui la stazione è un rifugio per pescatori che vengono a pescare a dormire, e ovviamente, come accade nel mondo di Ki-duk in cui nessuno è innocente, neanche la stessa natura. I pescatori finiscono con l'essere attirati dalla ragazza. Uno la fa sedere in braccio, l'altro le mette le mani addosso, il più insistente le infila un pesce nel vestito e poi cerca di toglierlelo. Ma nessuno riesce ad andare oltre, una freccia si pianta sotto il loro naso. Veniamo a sapere che il vecchio ha trovato la ragazza a sei anni e che da dieci anni la ospita sulla barca. Sul calendario è marcata la data di un matrimonio che dovrebbe avvenire al compimento dei 16 anni. L'uomo in segreto le sta preparando il corredo, poi accade, come in "Primavera" che la natura segue il suo corso e arriva un ragazzo di cui la ragazza si invaghisce, le regale un apparecchio per la musica e il vecchio diviene geloso e irritabile.

Tra i due, poi, c'è un piccolo gioco, per predire la fortuna l'uomo ha dipinto una immagine del budda sulla fiancata della barca, fuoribordo ha messo un'altalena dove la ragazza dondola mentre lui in piedi dalla barca di servizio le tira tre frecce, mancandola per un millimetro e colpendo l'immagine del budda. "L'arco" è un film minore del regista coreano, si incontrano temi familiari, il rapporto con la natura, la crescita, le generazioni, ma si avverte un poco di ridondanza retorica. In un universo poetico fatto come è sua consuetudine, quasi esclusivamente di immagini e con pochi dialoghi, il film comunque, girato in tre settimane, mantiene una forte impronta stilistica.  Come spesso succede i film minori dei grandi sono spesso più interessanti dei migliori film di registi minori.
Da vedere.

Federico Passi

 


Amori, frecce, isole...


Le consuete istantanee di bellezza di Kim Ki-Duk. L’arco, nuovo film sfornato dall’iperattività creativa del giovane maestro coreano e presentato al festival di Cannes (quando da noi erano ancora nelle sale La samaritana e Ferro3), pur rifacendosi chiaramente all’universo figurativo e tematico kimmiano, sembra rappresentare nella filmografia del regista una sorta di pausa, o meglio un affresco magico e discreto, privo però per buona parte della potenza drammatica e dell’originalità delle sue ultime opere. La trama, come al solito è esilissima: il vecchio pescatore custodisce con sé la ragazza da quando lei aveva sei anni e aspetta il giorno del suo diciassettesimo compleanno per sposarla; gli unici rari visitatori di questo piccolo mondo galleggiante sono alcuni pescatori che il vecchio mette in fuga con le frecce scagliate dal suo arco appena essi mostrano interessi per la sua futura moglie. A guastare l’idillio di questo hortus conclusus arriva però un giovane, che riesce con la sua dolcezza a sedurre la ragazza. I due progettano la fuga, ma il vecchio sarà

pronto a rischiare la vita pur di non essere abbandonato.
Sarebbe lecito parlare, a proposito de L’arco, di un film di passaggio, una sorta di riassunto disimpegnato delle più celebri pellicole di Ki-Duk: il triangolo amoroso (Ferro3) tra un vecchio, un giovane e una ragazzina (Han Yeo-reum, splendida interprete di Jae-young/Vasumitra ne La Samaritana), confinati su una barca (L’isola) che non tocca mai terra. Se a prima vista il regista sembra dunque sedersi sugli allori e riproporre qualcosa di dejà-vu, tanto da far sembrare L’arco semplicemente una buona prova di mestiere, un capriccio manierista, e niente più, in realtà il film sembra trovare una sua ragione proprio nella sua natura puramente "haiku". Essa è una delle più antiche dottrine orientali che predilige la contemplazione silenziosa degli elementi naturali, qui il cielo e il mare, come veicolo per il raggiungimento della pace e dell’equilibrio interiore. In questo L’arco si avvicina molto al viaggio iniziatico di Primavera…, e il personaggio della ragazza sembra riassumere in se la potenza evocativa di queste visioni, tanto da far percorrere all’intero film uno strano percorso: da una parte il più classico dei melodrammi, dall’altra un’originale esperienza del visibile.

Nell’intera filmografia di Ki-Duk narrazione e visibilità hanno sempre avuto un rapporto di stretta interrelazione, in un misto di originalità e provocazione che hanno tenuto insieme molto felicemente le due componenti. Ne L’arco per la prima volta si verifica una rottura, nel senso che il maestro coreano preferisce chiudere la narrazione in pochissimi eventi significativi, lasciando molto più spazio al simbolismo della visione estatica, e trovando nell’immobilismo del quadro generale la ragione del suo affresco. In realtà l’entrata in scena del ragazzo serve solo da espediente drammaturgico per rivelare la tragicità del rapporto quasi incestuoso tra il vecchio e la ragazzina. Per questo L’arco non è un film a tre, ma a due, e lo è tanto più grazie a ciò che essi vedono.

L’insistenza sull’alternanza primi piani – campi lunghi (accompagnata dal dolente suono dello strumento ad arco inventato dal vecchio) è sintomatica di questa tendenza a chiudere la storia d’amore (?) tra i due nell’ambito della comunicazione visiva e gestuale. Bandita la parola (come già ne L’isola e in Ferro3), il legame è rappresentato dall’arco e dalle sue frecce che sono sia la forza autoritaria del vecchio sia il privilegiato passaggio alla conoscenza del futuro (splendide in tal senso le scene, le uniche di vera tensione, dell’altalena sospesa tra la barca e il mare, rimando poetico a Birdcage Inn). Ma ciò che più conta è l’invisibile che c’è tra i due, l’interiorizzazione profonda che coinvolge i sentimenti e l’anima del vecchio e della ragazzina, che non potendo trovare un corrispettivo sulla scena, lo trova nella contemplazione malinconica degli elementi naturali. La metà del film è infatti occupata da immagini dei due che si osservano solitari, scambiandosi lo sguardo, e restituendolo al mare e al cielo.

In tal senso Ki-Duk ne L’arco sembra essersi appropriato del celebre motto di Jean Cocteau "Je décalque l’invisible" e ne è un segno tangibile la scena che chiude, molto poeticamente il film, in cui la ragazza, ormai sposa, su una barca alla deriva, perde la sua verginità facendo l’amore con un’entità invisibile, che nel gioco di rimandi poetici, altro non che è il vecchio, scomparso in mare, la cui ultima freccia scagliata "squarcia" l’imene della sposa. Ciò che non può la messinscena può la poesia del cinema, sembra dirci Ki-Duk, che come un arco teso verso l’infinito colpisce ancora l’immaginazione di tante storie impossibili. Quelle che forse, oggi, riesce a farci vedere solamente lui.

Marco Luceri

 


Presentato al Festival di Venezia 2000, "Seom" decisamente non è un film per tutti. Pretenzioso ma non brutto, è una pellicola piena di scene che pur non mostrando più di tanto fanno decisamente impressione.

In fuga dopo aver ucciso la fidanzata ed il suo amante, Hyun-shik si nasconde in un'isola, intesa come una piccola casa galleggiante nel mezzo di un lago. Le isole sono gestite da Hee-jin, che per arrotondare lo stipendio si prostituisce agli affittuari delle case. Ma non è questo che interessa a Hyun-shik, che si è rifugiato lì col solo intento di uccidersi. Hee-jin, però, gli salva la vita e tra i due nasce un rapporto profondo quanto distorto, fatto di sesso e dolore, di paura e ossessione. E nessuno dei due riuscirà ad evitare di farsi trascinare dagli eventi...
La storia, già di per sé non il massimo, ci viene raccontata attraverso pochissimi dialoghi e con una serie di scene di breve durata, non direttamente consecutive le une con le altre. La comprensione non risulta comunque difficoltosa, ma la narrazione non è sempre pienamente convincente. 

I due protagonisti, Kim Yoo-suk (lui) e Jung suh (lei), sono piuttosto bravi, considerando soprattutto quello che dovevano recitare, ma quasi tutti i (pochi) personaggi secondari sono molto poco convincenti. D'altra parte, comunque, la storia è incentrata esclusivamente sulle traversie sodo-masochiste della strana coppia protagonista della pellicola.

L'ambientazione, lo spazio in cui gli eventi si svolgono, è molto interessante. Il regista coreano ce la mostra attraverso inquadrature ricercate, soprattutto nella prima parte. Proprio questo eccessivo stilismo rischia di non dare alla pellicola una sua unità globale, perché certe scelte registiche poco si sposano con la crudezza delle azioni che ci vengono mostrate. La sostanza, comunque, è che "L'isola" è un film di medio livello pensato e costruito esclusivamente con l'intento di scioccare lo spettatore.
Il finale psicanalitico, per quanto sintetizzi meravigliosamente il leit-motiv del  film, è comunque piuttosto fuori luogo.

www.cinefile.biz/seom.htm

 


Intervista:

 
Premio Vittorio De Sica alla carriera per il regista Kim Ki Duk. “Sono orgoglioso di questo premio. Insieme a Fellini e Pasolini, De Sica è tra i registi che amo e conosco di più”. Kim Ki Duk è stato in Italia per una maratona di suoi film, un successo straordinario, e per presentare il suo ultimo lavoro, L’arco (uscirà il 28 ottobre), evoluzione sempre più intimista della sua particolare cinematografia. Opera meno complessa e ricercata e più elementare delle precedenti, continua nel processo di astrazione e sottrazione che da qualche anno lo contraddistingue e che gli sta regalando un ottimo riscontro di critica e, inaspettatamente, di pubblico. Tanto è criptico e allusivo nelle sue opere, però, quanto aperto e diretto di persona. Così scopriamo che è partito nel 1960 da Bonghwa, villaggio contadino del Kyonsang del nord e che ha condotto la sua vita ancora più audacemente di come scrive le sue sceneggiature. Abbandona la scuola a causa di seri problemi familiari, adolescente decide di lavorare in una fabbrica. In seguito si arruola come sottoufficiale nell’esercito. Infine, colto da vocazione improvvisa e imprevedibile, trascorre due anni in una chiesa con l’intenzione di diventare predicatore. Poi Parigi, il cinema, il ritorno, il successo (solo) internazionale, fino al Leone d’Argento a Venezia per Ferro 3- La casa vuota.

Una figura di donna molto importante ne L’arco
Volevo una figura femminile originale e misteriosa, ma al contempo forte, che sprigionasse una tale energia che le permettesse di controllare gli uomini. Le donne nei miei film non sono comuni, sono lontane da quello che superficialmente potremmo definire lo stereotipo coreano. Sono frutto esclusivo della mia creatività.


Criticato in patria, osannato all’estero. Come mai?

Gli europei in particolare trovano nelle mie opere quello che cerco di fare. Unire la mia conoscenza, la mia percezione, a quella degli spettatori. In Corea non accade. Dovrà esserci una maggiore stabilità economica perché i coreani si possano elevare culturalmente e capirmi, comprendere in generale un certo tipo di arte. I critici del mio paese sono sempre sorpresi dal mio successo, arrivano a cercare di convincere gli altri del loro errore. Mi hanno persino accusato di vendere l’orientalismo all’occidente. E’ ridicolo, chi sa davvero cos’è il pensiero orientale? Ma non è negativo per me. Io scrivo e giro per chi vuole vedermi. Pensa che nel mio paese solo un cinema proietta L’arco. Non voglio facilitare la visione a chi non è davvero interessato.


Sembra essersi fermato. Progetti futuri?

Dovevo, alcuni distributori internazionali devono ancora mandare in sala i miei ultimi due film! Sono in un momento cruciale, artistico e personale. I miei film sono sempre nati dall’incapacità di capire le persone. Ora, dopo dodici film, credo di saperne di più, ma forse così potrei perdere la capacità di fare cinema. Ho molte idee, ma non so come realizzarle. Non dovessi riuscirci potrei sempre andare a Hollywood o fare un film comico, no?


Monicelli disse che prima o poi un grande regista gira un film muto. E di solito è il suo capolavoro.

Non lo sapevo. Ma per me non è stata una scelta, piuttosto una naturale evoluzione del mio lavoro, col tempo i dialoghi si sono rarefatti. L’ideale per me sarebbe esprimere un significato senza parole. Non credo sia possibile, anche se mi piacerebbe, fare un film completamente muto. Nei miei prossimi film vorrei arrivare ad un solo protagonista o persino a mettere gli esseri umani sullo sfondo e mettere al centro dell’opera un oggetto, come una pistola o un automobile. Penso sia una sfida interessante.
Chiudiamo facendogli notare che questa provocazione è già in atto. Ne L’arco, infatti, questo strumento diventa personaggio, alter ego del vecchio innamorato della protagonista. In esso è racchiusa la protezione, il desiderio sessuale, l’armonia della coppia. E molto altro. Sorride e se ne va.

di Boris Sollazzo


 


Biografia:
Nel 1995 Kim-Ki Duk, ha vinto il premio della Korea Film Commission per la migliore sceneggiatura con "Jaywalking".
Ha esordito come regista nel 1996 con "The Crocodile".
Nel 1997 è stato sceneggiatore, scenografo e regista di "Wild Animals" e di "The Crocodile".
Tra il 1998 e il 2002 gira cinque film: "Birdcage Inn" (1998), , "L'isola" (1999), "Address Unkflown" (2001), "Bad Guy" (2001), "The Coast Guard" (2002).
Nel 2004 il film "Primavera, Estate, Autunno, Inverno e... ancora Primavera" ha riscosso molto successo da parte della critica e contemporaneamente con la pellicola "Ferro 3- La casa vuota"(2004) il regista Kim-Ki Duk ha ottenuto il premio per la Regia, alla 61ma Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Inoltre ha vinto l'Orso d'Oro per la miglior Regia al 54mo Festival del Cinema di Berlino 2004 con il film drammatico "La Samaritana".

  

Biografia:

Kim Ki-Duk nasce nel 1960 a Bonghwa, nella provincia del Kyonshang della Corea del Nord; compiuti i nove anni si trasferisce a Seul con la sua famiglia, dove frequenta un istituto professionale per l’inserimento nel settore agricolo.
Finita la scuola dell’obbligo a 17 anni viene assunto come operaio in fabbrica ma non vi resta molto; appena ventenne si arruola in Marina per un periodo di cinque anni, conoscendo il contatto con la vita militare. In questo momento è colto da una crisi religiosa: la sua strada incrocia quella di una chiesa per non vedenti, con l’intenzione di diventare predicatore.
Nel 1990 abbandona la Corea e si trasferisce a Parigi; coltiva la sua passione per la pittura (ma non ho mai avuto un’esposizione ufficiale), si mantiene vendendo i suoi quadri, si avvicina lentamente al cinema.
Seppur privo di preparazione accademica muove i primi passi come sceneggiatore; nel 1993 il testo di A PAINTER AND A CRIMINAL CONDEMNED TO DEATH gli vale il premio dell’Educational Institute of Screenwriting.

Il debutto alla regia nel 1996 è con CROCODILE, ma il successo internazionale arriva soltanto nel 2000: l’opera quarta SEOM – L’ISOLA partecipa al Festival di Venezia destando un discreto scalpore.
Il suo primo film uscito nelle sale italiane è PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO... E ANCORA PRIMAVERA, con notevoli risultati al botteghino nonostante la firma d’autore, seguito da FERRO 3, vincitore del Premio speciale per la Regia (Leone d’Argento) a Venezia 2004; si attende la prossima uscita di SAMARIA, in concorso a Berlino 2004.
Attualmente Kim Ki-Duk sta curando la post-produzione del dodicesimo film, THE BOW, che potrebbe essere presentato al Festival di Cannes.
Contrassegnato da un particolare furore artistico, il regista negli ultimi anni per la stesura dei suoi lavori ha raramente superato il mese di riprese.



Filmografia:
1996 CROCODILE (Ageo)

1997 WILD ANIMALS (Yasaeng dongmul bohoguyeog)
1998 BIRDCAGE INN (Paran daemun)
2000 L’ISOLA (Seom)

2000 REAL FICTION (Shilje sanghwang)
2001 ADDRESS UNKNOWN - INDIRIZZO SCONOSCIUTO (Suchwiin pulmyeong)
2001 BAD GUY (Nappun namja)
2002 THE COAST GUARD (Haeanseon)
2003 PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO... E ANCORA PRIMAVERA (Bom yeoreum gaeul gyeoul geurigo bom)
2004 SAMARITAN GIRL (Samaria)
2004 FERRO 3 – LA CASA VUOTA (Bin jip)
2005 THE BOW (Hwal)



WEB Recensioni

 

http://www.drammaturgia.it/recensioni/recensione1.php?id=2731


http://www.cinematografo.it/Cinemedia/00003690.html

 

http://web.tiscali.it/cinemamore/r117.html

 

http://www.spietati.it/archivio/recensioni/rece-2005-2006/a/arco.htm

 

http://www.icine.it/fmm/articoli.php?id= 16323

 

http://www.sentieriselvaggi.it/articolo.asp?idarticolo=12323&idramo1=147

 

http://www.cinemacoreano.it/news/62_arco.htm

 

http://www.film.it/cinema/schedapersonaggio.php?id=25515


http://www.capital.it/trovacinema/scheda_film.jsp?idContent=295864

http://www.kataweb.it/cinema/scheda_locandina.jsp?idContent=295864

 

http://cinema.castlerock.it/film.php/id=3903

 

http://www.cinemadelsilenzio.it/index.php?mod=film&id=1136


http://www.spietati.it/speciali/kim-ki-duk/kim-ki-duk.htm







 

 

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