Una grande associazione multimediale per l'area metropolitana abruzzese

 

La nostra Newsletter

 

 

 

Home

statuto

iscrizioni

convenzioni

comunicati stampa

riflessi stampa

webrassegna

chi siamo

contatti

link consigliati

statistiche

 

 



 

Rassegna cinematografica

Giovedì d'autore

Teatro Auditorium Supercinema di Chieti
 Via Spaventa, 30/34 - 66100 Chieti
 Tel. 0871 40 14 60

 

"i giovedì d'Autore" è una rassegna cinematografica con appuntamenti riservati ai film di qualità esclusi dai circuiti commerciali con particolare riferimento al cinema italiano ed europeo.


 

 

giovedì 23 febbraio 2006
 orario proiezioni: 18.00 - 20.30 - 22.30
 

 
  sarà presente il Regista

 

 

 

Ingresso € 4,00
soci A.C.M.A.
€ 3,00.

Nei giorni di Rassegna sarà allestito un Punto Tesseramento

 

Rassegna cinematografica

Giovedì d'autore

giovedì 23 febbraio 2006: Il silenzio dell'allodola di David Ballerini


SCHEDA del Film


 

Titolo originale:

Il silenzio dell'allodola

Paese:

Italia

Anno:

2005

Durata:

96 min. (colore)

Genere:

Drammatico

Regia:

David Ballerini

Sceneggiatura:

David Ballerini

Scenografia:

Marianna Sciveres

Soggetto:

David Ballerini

Protagonisti:

Ivan Franek, Marco Baliani, Flavio Bucci, Anna Maria Gherardi, Roberto Ceccacci, Pietro Ragusa

Distribuzione:

REVOLVER (2005)

Costumi:

Marianna Sciveres

Produzione:

ESPERIA FILM

Fotografia:

 Lorenzo Adorisio

Montaggio:

Alessio Focardi

Musica:

Daniele Lombardi, Giorgio Vacchi

Formato:

35 MM (1:2.35), TECHNOVISION


Sinossi:

La banalità del male, la vigliaccheria dell’oppressione, l’annientamento dei diritti dell’uomo sono stati ampiamente rappresentati al cinema. “Il silenzio dell’allodola”, coraggiosa opera prima del toscano David Ballerini, analizza tali temi da una prospettiva originale: il film è infatti la cronaca di un martirio, nella fattispecie quello del nord irlandese Bobby Sands, impregnata nel mito, in cui la narrazione degli eventi è come depurata da riferimenti storici, in un’essenza che abbraccia tutti i soprusi e le torture di sistemi coercitivi.

Con un impianto dichiaratamente teatrale, stilizzato e simbolico, il regista si concentra su ciò che avvenne nei lunghi mesi di prigionia al giovane simpatizzante dell’Ira e ai compagni, le proteste per il mancato riconoscimento dello status di prigionieri politici, il braccio di ferro con l’autorità carceraria: i militanti preferirono la nudità delle celle ghiacciate piuttosto che indossare l’uniforme destinata ai criminali, con la copertura del governo britannico per le palesi violazioni dei diritti civili.

Estrema protesta di Sands  e altri compagni lo sciopero della fame portato alle estreme conseguenze.

Ricordiamo che sia Terry Gorge in “Some mother’s son” che Jim Sheridan “Nel nome del padre” si erano occupati delle carcerazioni arbitrarie e delle torture inflitte dal sistema britannico. Ma qui l’approccio è molto diverso; c’è in primo piano la sofferenza dell’uomo che sfida il sistema accettando “di morire per delle idee”; gli aguzzini simboleggiano la servile obbedienza agli ordini superiori e l’applicazione sistematica di metodi oppressivi.

L’autore si attiene alle memorie di Sands che uscirono dal carcere su pezzetti di carta igienica.

La tenuta del film deve molto anche alla prova offerta dagli attori, in particolare l’intenso Ivan frane (Brucio nel vento).
 


Trama:

Bobby Sands veniva dai quartieri cattolici di Belfast e che come tanti giovani repubblicani irlandesi degli anni '70 frequentava gli ambienti dell'IRA, il braccio armato dello Sinn Fein. Come molti di loro Bobby venne arrestato e costretto a confessare – con una pistola puntata in fronte - un crimine che non aveva commesso.
 


Critica:

"L'attore scoperto da Silvio Soldini, Ivan Franek, è protagonista di una evocazione della storia di Bobby Sands, il militante dell'Ira irlandese che volontariamente si lasciò morire in prigione restando senza mangiare per sessantasei giorni e opponendosi a ogni tentativo di nutrizione coatta. (...) Un film con bravi interpreti che bisognerebbe assolutamente vedere."
Lietta Tornabuoni 'La Stampa', 24 giugno 2005
 


Critica:

Dopo aver vinto il "Premio coraggio" a Europa Cinema, esce nelle sale il film d'esordio di David Ballerini inserendosi in un contesto caro al suo attore protagonista, il Ceko Ivan Franek, divenuto ormai un vero e proprio tormentone cinematografico dopo Brucio nel vento di Soldini, Provincia meccanica di Mordini e Vodka Lemon di Saleem. Questo del 10 giugno 2005 è proprio il weekend di Franek visto che in sala ne escono ben due di film che lo vedono protagonista, Il silenzio dell'allodola e Sulla mia pelle. In entrambi i casi si parla di carcere, ma mentre il secondo è una storia tutta nostra, Il silenzio dell'allodola è dedicato alla memoria dell'irlandese Bobby Sands, prigioniero politico morto in carcere nel 1981 in seguito ad uno sciopero della fame indetto contro le torture carcerarie e portato avanti per sessantasei giorni. In quegli anni Londra non riconosceva ai carcerati dell'Ira lo status di prigionieri politici, ma di detenuti comuni. Così Bobby e gli altri mettono in atto la loro protesta rifiutando di indossare la divisa dei normali carcerati e, nonostante il freddo - i riscaldamenti venivano sadicamente spenti in inverno ed accesi in estate - scelgono di restare nudi: «Questo film ricorda da vicino i recenti orrori di Abu Grahib - precisa il regista - ma è stato girato un anno prima che quelle immagini fossero mostrate al mondo».

 

Con i tempi e i luoghi a metà tra la fiction e il docu-film, Ballerini muove la sua macchina da presa all'interno di un vero e proprio macello per esseri umani, un luogo di "resettaggio" della dignità e del concetto stesso di uomo. Franek con i suoi tratti e i suoi occhi profondi e sofferenti è perfetto per la parte, ma viene supportato anche dal bravo Flavio Bucci nei panni dell'inflessibile e cinico direttore del carcere. Il silenzio dell'allodola è un film duro, fastidioso a livello "gastrico": sono ardue da recepire le scene in cui il protagonista, privato di abiti per scelta e di forme di igiene per imposizione, viene costretto a spalmare le sue feci lungo le pareti della cella per poterle smaltire. «Imprigionare un'allodola, simbolo di felicità e libertà, è una cosa crudele», afferma Franek in un monologo che apre il film, poi l'inseguimento, la cattura e la prigionia. Nella evidente immobilità locativa delle carceri il film di Ballerini è costruito sugli attori, tutti inequivocabilmente sopra le righe, e il tema è di quelli che richiamano alla mente film come La caduta, dove ci si domandava se la colpa del nazionalsocialismo fosse addossabile unicamente al singolo Adolf Hitler e non ad una società malata. Forse è il caso di riaprire i libri di storia prima che pagine come questa vengano scritte ancora.

Alessio Sperati

 


Recensione:

In sala l'opera prima di David Ballerini. Realizzata con pochi mezzi e molta ispirazione

"Il silenzio dell'allodola", per ricordare Bobby Sands

Davide Turrini tratto da Liberazione 14 giugno 2005

Bobby Sands, giovane repubblicano irlandese che frequentava gli ambienti dell'Ira, morì nelle carceri della reale Inghilterra, il 5 maggio dell'81. Sessantasei giorni di sciopero della fame per il detenuto 855321, un ventisettenne accusato di crimini che non aveva commesso. Caso internazionale dove i diritti del prigioniero vennero letteralmente cancellati: vessazioni, violenze e deprivazioni di ogni tipo costrinsero Sands a quell'ultimo gesto. Complice il pugno di ferro della lady, altrettanto coriacea, Mrs. Thatcher che lo lasciò morire.

David Ballerini che all'epoca dei fatti aveva sì e no l'età per attraversare la strada da solo, ha preso in mano le memorie di Sands e ha deciso di farne un film. Camicie nere e manganelli (ma senza olio di ricino) per i secondini, "Arbeit Macht Frei" scritto sulle pareti del penitenziario/lager, un direttore del carcere umanamente viscido e burocraticamente ottuso, per una vicenda che diventa apologo di ogni ingiusta pena, vissuta con dignità e rispetto per la vita dell'uomo. L'immobilità del protagonista come nucleo fondante di una poetica, il pauperismo dei mezzi che si fa vezzo espressionistico e dote stilistica, tre attori che il cinema italiano non sfrutta mai a dovere (Flavio Bucci, Ivan Franek e un Marco Baliani versione "Salò" che fa venire i brividi), fanno de "Il silenzio dell'allodola" un film sentito, vibrante e teso e allo stesso tempo mai pesante e borioso in quei continui silenzi di un Franek/Sands davvero marcito e spogliato di orpelli da divo, e i maestosi canti popolari ("O cara mama", "Fa la nana") del coro Stelutis.
Dice Ballerini della sua opera prima: «La sceneggiatura è stata scritta nel '98, la prima preparazione è avvenuta nel 2001 e abbiamo finito di montare l'anno scorso. Siamo andati oltre i mezzi a disposizione, cercando di fare un film "piccolo" ma forte che fosse in grado di scuotere gli spettatori», e continua, «è chiaro che non ho voluto girare un film storico o documentaristico: non ho vissuto quei giorni e non sono nemmeno irlandese, ma proprio questa distanza mi ha consentito un approccio particolare per mostrare ciò che di universale ed emblematico c'è nella vicenda di Sands». Torino come set per i rari esterni, due miliardi di vecchie lire come irrisorio budget, Ballerini dà anche suggerimenti al veleno sulla gestione del prodotto cinema in Italia: «è un cinema attrezzato e strutturato come forma mentis per andare in perdita da almeno 40 anni e che non riesce mai ad oltrepassare i confini di San Marino». D'accordo o non d'accordo, segnatevi comunque il titolo: ne vale la pena.

 


Recensione:

La lieve carezza del martirio

   

Bobby Sands, irlandese cattolico, venne arrestato nel 1977 con l'accusa di aver partecipato ad una sparatoria, costretto a confessare con la minaccia di una pistola puntata alla fronte. Morì in carcere il 5 maggio 1981, dopo sessantasei giorni di sciopero della fame, intrapreso per protestare contro la negazione dello status di prigioniero politico per i militanti dell'Ira.
Questa è la storia di un uomo che ha combattuto fino alla morte per la causa in cui credeva.
Il silenzio dell'allodola parte da qui, dall'arresto di Bobby Sands e lo segue all'interno delle pareti della prigione, attraverso le umiliazioni fisiche e morali, le violenze e i soprusi che lui e i suoi compagni furono costretti a subire in ossequio alla "linea dura" intrapresa dal governo inglese.

Ma subito dopo si sgancia dalla Storia per intraprendere un discorso più generale sull'oppressione che l'uomo compie sull'uomo in ragione della cosiddetta difesa della civiltà.

Il regista e sceneggiatore David Ballerini compie attraverso il personaggio di Bobby (magnificamente interpretato da Ivan Franek, già protagonista di Brucio nel vento di Soldini) una riflessione più ampia su tutte quelle occasioni in cui in nome di un'idea si è arrivati ad accanirsi sul prossimo.

Il personaggio di Bobby è quindi isolato, rinchiuso in un utero chiuso, nel quale i compagni si sentono solamente come voci fantasma, dove quanto avviene fuori viene eliminato, limitato ad una rapida carrellata di titoli di giornali.
Il protagonista non è più un personaggio storico in senso stretto e la pellicola evita così il pericolo di divenire didascalica e documentaristica, per avventurarsi in un discorso più interessante sul significato del martirio e della lotta contro un sistema più forte di noi.

Attraverso una regia sapiente e una recitazione ottima di tutti gli elementi (da citare alcuni volti noti del cinema italiano, Marco Baliani il capo dei secondini e Flavio Bucci il direttore del carcere), il film sgancia piccole bombe che colpiscono prima al cuore che allo stomaco, rendendo bene tutte le violenze subite dal personaggio principale senza però indugiare sulla voyerismo gratuito e facendo crescere man mano l'indignazione dello spettatore.
E se a volte si scorgono alcune ingenuità di sceneggiatura, pure si dimenticano presto, travolti dalla poesia e dall'evocazione delle scene oniriche, in cui Bobby seppure in catene continua ad essere libero.
Un film da vedere per capire e per tenere d'occhio un interessantissimo giovane autore.
Elena Da Prato (tratto da http://cinema.castlerock.it/recensioni.php/id=1240)

 


Recensione:

Il silenzio dell’allodola
I giorni dell’IRA negata

 

Non sarà certo un film come Il silenzio dell’allodola a schiarire tutti i dubbi e i nodi più scabrosi in merito alla "questione nordirlandese". È chiaro, un argomento – o meglio, un "Sistema" di argomenti – come questo, su cui sono già stati spesi tanti fiumi di inchiostro e altrettanti torrenti di sangue, non può essere esaurito in un’ora e mezza di surrogato teatral-cinematografico, pur prendendo quest’ultimo spunto da una vicenda realmente accaduta e tristemente nota – al punto di assurgere a simbolo della lotta di liberazione dell’Ulster – come quella di Bobby Sands: giovane poeta "di protesta", incarcerato senza alcun vero motivo, sottoposto a sevizie e angherie, morto nel 1981 dopo sessanta giorni di sciopero della fame. Proprio per questo David Ballerini, autore della potente pièce per il palcoscenico e della sua trasposizione per il grande schermo, ha deciso saggiamente di concentrarsi sul versante intimo, persino ossessivo, della vicenda, incollandosi alla figura di Bobby e condividendo con lui azioni, ossessioni, incubi, deliri, allucinazioni.
Rispetto al teatro, nella cornice claustrofobica del frame cinematografico, la costruzione drammaturgica di Il silenzio dell’allodola somiglia da vicino a una seduta di analisi; forse è azzardato parlare di "funzione terapeutica",

ma è indubbio che il film di Ballerini, nel suo pervicace insistere sull’entropia della figura e della psiche di Bobby Sands, proietti sullo spettatore (quasi) lo stesso disagio del protagonista; più che "intimo", addirittura "osceno", nel suo accogliere il fuoricampo del non-raccontabile; e non ci si riferisce, con questo, ai momenti più cruenti della detenzione di Bobby (che invece, come si dirà più avanti, rivestono un ruolo abbastanza marginale nell’economia del racconto), ma alla penetrazione violenta della psiche di un uomo, il luogo per antonomasia inaccessibile all’altro.

Bobby Sands uomo prima ancora che emblema, dunque, sebbene la concentrazione della vicenda in un unico ambiente – peraltro letteralmente occultato allo sguardo della cosiddetta "civiltà", e dunque più immaginato che esperito empiricamente, come è quello del carcere – renda l’apparato visivo del film quasi astratto. Il deterioramento dell’uomo, il deterioramento dello scarno ambiente che lo ospita suo malgrado, la sua cella che poco a poco si riempie di escrementi, spalmati sulla parete sotto la minuscola finestra come un’involontaria, grottesca opera di action-painting. Proprio questa combinazione, solo apparentemente ossimorica, di astrazione nella messa in scena e umanesimo "estremo" fa di Il silenzio dell’allodola un’operazione quasi teorica almeno su due fronti. Da una parte, (di)mostra come una trasposizione al cinema di un’opera teatrale sia ben altro che non il famigerato "teatro filmato": essa è soprattutto un lavoro sul perimetro della messa in scena, la determinazione esatta e precisa del campo e – di riflesso – del fuoricampo; i pestaggi e le sevizie cui viene sottoposto Bobby avvengono spesso oltre i limiti del fotogramma, e quando vengono messi in scena essi raramente raggiungono il loro climax, piuttosto sembrano alludere sempre a un "peggio" che deve ancora arrivare, e non arriva mai. Dall’altra, Il silenzio dell’allodola viaggia sul crinale che divide realismo e astrazione, in una sorta di continuo doppio gioco, quasi a sottintendere che, facendo salire contemporaneamente il "volume" dell’uno e dell’altra, tale confine finisce per svanire. E in tale modo, negando in continuazione l’apertura (quella si "oscena") palese nei confronti del problema-IRA, ne lascia avvertire in maniera ancora più violenta il "peso" in absentia.
Ultima menzione per lo straniato (e anche per questo efficace) parco-attori: se Iván Franek (che fa il detenuto anche in Sulla mia pelle, più vecchio di due anni ma quanto a uscita nelle sale quasi contemporaneo del film di Ballerini: quando si dice avere il physique du rôle...), malgrado la scarsa credibilità fisiognomica come irlandese, mostra un’adesione al ruolo quasi totalizzante, e Marco Baliani è gelido ed efficacissimo nella parte del secondino bastardo, sorprende la performance di Flavio Bucci, capello lungo e sguardo torvo, nella parte del direttore del carcere: non si capisce se si tratti di una grande interpretazione mancata o di un clamoroso caso di miscasting, ma di sicuro non passa inosservato.


Sergio Di Lino
(tratto da http://www.cinemavvenire.it/articoli.asp?IDartic=3788)
 


Il silenzio dell'allodola
Lo spazio cinematografico di una cella
 

Dopo aver vinto il "Premio coraggio" a Europa Cinema, esce nelle sale il film d'esordio di David Ballerini inserendosi in un contesto caro al suo attore protagonista, il Ceko Ivan Franek, divenuto ormai un vero e proprio tormentone cinematografico dopo Brucio nel vento di Soldini, Provincia meccanica di Mordini e Vodka Lemon di Saleem. Questo del 10 giugno 2005 è proprio il weekend di Franek visto che in sala ne escono ben due di film che lo vedono protagonista, Il silenzio dell'allodola e Sulla mia pelle. In entrambi i casi si parla di carcere, ma mentre il secondo è una storia tutta nostra, Il silenzio dell'allodola è dedicato alla memoria dell'irlandese Bobby Sands, prigioniero politico morto in carcere nel 1981 in seguito ad uno sciopero della fame indetto contro le torture carcerarie e portato avanti per sessantasei giorni. In quegli anni Londra non riconosceva ai carcerati dell'Ira lo status di prigionieri politici, ma di detenuti comuni. Così Bobby e gli altri mettono in atto la loro protesta rifiutando di indossare la divisa dei normali carcerati e, nonostante il freddo - i riscaldamenti venivano sadicamente spenti in inverno ed accesi in estate - scelgono di restare nudi: «Questo film ricorda da vicino i recenti orrori di Abu Grahib - precisa il regista - ma è stato girato un anno prima che quelle immagini fossero mostrate al mondo».

Con i tempi e i luoghi a metà tra la fiction e il docu-film, Ballerini muove la sua macchina da presa all'interno di un vero e proprio macello per esseri umani, un luogo di "resettaggio" della dignità e del concetto stesso di uomo. Franek con i suoi tratti e i suoi occhi profondi e sofferenti è perfetto per la parte, ma viene supportato anche dal bravo Flavio Bucci nei panni dell'inflessibile e cinico direttore del carcere. Il silenzio dell'allodola è un film duro, fastidioso a livello "gastrico": sono ardue da recepire le scene in cui il protagonista, privato di abiti per scelta e di forme di igiene per imposizione, viene costretto a spalmare le sue feci lungo le pareti della cella per poterle smaltire. «Imprigionare un'allodola, simbolo di felicità e libertà, è una cosa crudele», afferma Franek in un monologo che apre il film, poi l'inseguimento, la cattura e la prigionia. Nella evidente immobilità locativa delle carceri il film di Ballerini è costruito sugli attori, tutti inequivocabilmente sopra le righe, e il tema è di quelli che richiamano alla mente film come La caduta, dove ci si domandava se la colpa del nazionalsocialismo fosse addossabile unicamente al singolo Adolf Hitler e non ad una società malata. Forse è il caso di riaprire i libri di storia prima che pagine come questa vengano scritte ancora.

 Alessio Sperati (tratto da http://www.reflections.it/film/S/silenziodellallodola/recensione.htm)


Recensione:

La lieve carezza del martirio
Avvalendosi di una regia energica e di una recitazione equilibrata, il film colpisce in modo epidermico, mostrando efficacemente tutte le violenze subite dal personaggio principale.
 

Il mito cui si allude nel titolo di questo film è quello di un ragazzo, Bobby Sands, che come tanti altri giovani repubblicani irlandesi degli anni '70 frequentava gli ambienti dell' IRA. Come molti, Bobby viene arrestato, costretto a confessare un crimine che non aveva commesso, e sbattuto in isolamento. Il regista e sceneggiatore David Ballerini compie attraverso il personaggio di Bobby (Ivan Franek, già protagonista di Brucio nel vento di Soldini) una riflessione più ampia su tutte quelle occasioni in cui in nome di un'ideologia si finisce per accanirsi sul prossimo puntando al suo annientamento.

Attraverso la trasfigurazione filmica il protagonista non è più un personaggio storico in senso stretto e la pellicola evita così il pericolo di divenire didascalica e documentaristica, per avventurarsi in un discorso più interessante sul significato del martirio e della lotta contro un certo sistema. Avvalendosi di una regia energica e di una recitazione equilibrata, il film colpisce in modo epidermico, mostrando con efficacia tutte le violenze subite dal personaggio principale e contribuendo a far crescere l'indignazione dello spettatore. Ballerini sfuma il fatto storico, lascia da parte la tentazione documentaristica e gioca il senso della messa in scena nell’alternanza di corpo e volti, nella cronologia di un racconto di vita vissuta.

Come lo stesso regista ha infatti recentemente dichiarato: “La storia di Bobby Sands in verità è la storia di un uomo che è voluto diventare un mito, un martire morto per dichiarare la propria verità. Per questo ho posto tutta la vicenda al di fuori del mero contesto storico. Ovviamente ho lasciato dei parallelismi fra la sceneggiatura del film e la vicenda reale, perché anche il contesto storico ha la sua importanza, ma quello che volevo era andare oltre la "Storia"…


Giorgia Bernoni (tratto da http://www.sentieriselvaggi.it/articolo.asp?idarticolo=10896&idramo1=130)
 


Intervista:

David Ballerini “Il silenzio dell’allodola”

a cura di Mario Mazzetti


Cronaca di un martirio. Per il suo esordio nel lungometraggio, il toscano David Ballerini (“una lunga gavetta vecchio stile nel cinema, tra tanti mestieri sul set, saggi e cortometraggi”) ha attinto alle memorie di Bobby Sands, il simpatizzante dell’Ira morto in carcere dopo 66 giorni di sciopero della fame e assurto a simbolo della lotta contro i soprusi e la privazione dei diritti fondamentali. Un film coraggioso, paradigmatico, con Ivan Franek (“Brucio nel vento”), Marco Baliani e Flavio Bucci, recentemente premiato al Festival EuropaCinema di Viareggio.


Come hai avuto l’ispirazione per realizzare il film e perché Bobby Sands, oggi?

L’ispirazione è venuta dalla lettura delle sue memorie, una lettura sconvolgente. Si fa fatica a immaginare che un essere umano possa sopravivere in quelle condizioni, anche a un livello meramente biologico, figuriamoci che riesca a difendere la propria dignità e la propria libertà. È  sconvolgente anche pensare che queste cose siano avvenute in Europa nell’81: tendenzialmente si immagina che dopo la parentesi terribile del nazismo certe cose siano scomparse dall’Europa, che magari possano accadere in Argentina, in Sudafrica, in Medio Oriente. L’attualità è legata al carattere emblematico della storia: Bobby Sands è anche un martire, un simbolo. Quando abbiamo visto le foto di Abu Ghraib ci è preso un colpo, sembravano foto di scena del nostro film, che però è stato girato prima. La storia purtroppo si ripete, non si impara mai abbastanza.


Quanto assomiglia il personaggio del film al vero Bobby Sands?

Abbastanza, anche se, avendo decontestualizzato la storia, sono venuti meno molti riferimenti a quello che era il suo vissuto fuori dal carcere. Era un poeta, ha scritto articoli, canzoni, anche se in Italia sono state pubblicate solo le memorie. Molto orientato politicamente, come molti filorepubblicani irlandesi era al contempo cattolico e marxista, parlava esplicitamente di rivoluzione armata del proletariato. A me interessava non tanto la dimensione politica del personaggio, quanto sottolineare il suo spessore umano, perché alla fine non è un film sulla questione irlandese, ma un film che tenta di affrontare delle domande più radicali: cos’è la libertà, cos’è la dignità dell’uomo? La storia è universalizzata, abbiamo scelto di ricostruirla sulla base del mito, in questo caso quello di Giovanni Battista. Da non credente avrei preferito scegliere un mito classico, però la cultura cattolica è la nostra cultura, e colui che precede e prepara Cristo è Giovanni Battista: non per nulla la sua è la storia di un uomo che muore in carcere per difendere la propria verità.


Quali reazioni ha suscitato il film a Europa Cinema di Viareggio?

Ho ricevuto una marea di complimenti, cosa che mi ha gratificato e ripagato di cinque anni di sacrifici, perché questo film ha una storia lunghissima e travagliata. E poi l’apprezzamento di due figure importanti, Diletta D’Andrea Gassman e Liv Ullman: l’una ha assegnato al film il premio della Fondazione Gassman intitolato al coraggio, la Ullman mi è venuta a cercare di persona per dirmi che questo film l’aveva talmente emozionata che non era riuscita a dormire. Pur con le sue imperfezioni era forse il film che osava di più, la messa in scena più dura vista al festival.


In attesa del giudizio del pubblico in sala, che sensazioni hai del mercato italiano?

Nelle anteprime il pubblico ci ha fermato per complimentarsi, ma anche per saperne di più, dunque l’esito sembra molto positivo. Devo però dire che alcune grosse case di distribuzione italiane, davanti alla proposta del film non dico che l’abbiano scartato, cosa legittima, ma l’hanno scartato senza vederlo, con risposte del tipo “film italiano drammatico? Allora non ci interessa!”. Bè, vedilo, anche perché nella commistione tra impegno ed elementi di genere, anche d’azione, c’è comunque l’ambizione di trasmettere emozioni, di inchiodare lo spettatore pur mandando messaggi politici o umanitari. Non è una novità affermare che il cinema italiano è in un momento di forte confusione, se prima si produceva poco oggi si produce ancora meno. A Roma c’è una battuta: “hai fatto due film in uno, il primo e l’ultimo”. C’è un atteggiamento di sfiducia indiscriminata: anche un film come questo, pur nel suo piccolo budget, cerca di percorrere una via che non rinuncia al cinema, all’intrattenimento.


Come è stato il lavoro con gli attori?

Magnifico, una grande soddisfazione. Ivan Franek è veramente straordinario, uno dei più quotati attori giovani a livello europeo, attende soltanto l’occasione giusta per esplodere. Marco Baliani è assolutamente sottostimato dal cinema italiano, credo che abbia fatto solo un altro paio di film in ruoli di buon padre di famiglia. Qui è un terribile cattivo, e dimostra di poter essere utilizzato molto più efficacemente.


Due parole sul titolo.

La favola dell’allodola, con cui il film inizia, viene raccontata dallo stesso Sands come metafora di se stesso, un essere imprigionato che, come l’allodola, preferisce lasciarsi morire piuttosto che rinunciare alla propria dignità e libertà.


Le immagini d’archivio, le prime pagine d’epoca erano già nella sceneggiatura?

No, è un’idea che è venuta dopo, lavorando al film. In realtà la sceneggiatura era ancor più chiusa, è stato uno stimolo della produzione, di creare degli addentellati, dei riferimenti più forti al reale, e si è trattato in effetti di una scelta opportuna.
 


Intervista:

Parla il regista de Il silenzio dell'allodola

a cura di Elena Da Prato (tratto da http://cinema.castlerock.it/interviste.php/id=1242)


David Ballerini ha presentato a Viareggio il suo film incentrato sulla figura del martire irlandese Bobby Sands. Con lui in conferenza stampa, il produttore Bruno Restuccia.

Buongiorno. Assistendo al suo film Il silenzio dell'allodola si notano moltissime analogie fra come viene dipinta la posizione dell'Inghilterra in Irlanda e la dittatura nazista, soprattutto il fatto che i secondini del carcere portino camicie nere o come la scritta che appare nei sogni del protagonista, che rimanda al motto all'ingresso del campo di concentramento di Auschwitz. Ci può parlare di questo aspetto?

David Ballerini: Si, ovviamente abbiamo usato molte analogie fra il nazismo e l'oppressione britannica in Irlanda, anche se paradossalmente il colore della camicia dei secondini è un dato storico, portavano veramente camicie nere. Tutto questo risponde ad una scelta precisa, cioè al fatto che non volevo fare un film propriamente storico. Questo perché data anche la mia giovane età (è nato nel 1973: N.D.R.) la storia di Bobby Sands l'ho scoperta sui libri. Inoltre secondo me solo gli irlandesi potrebbero avere il diritto di fare un film di taglio documentaristico su questo personaggio.

Il film è girato interamente all'interno della prigione, senza mai esaminare quello che succede al di fuori di quelle mura. Perché questa scelta?

David Ballerini: La storia di Bobby Sands in verità è la storia di un uomo che è voluto diventare un mito, un martire morto per dichiarare la propria verità. Per questo ho posto tutta la vicenda al di fuori del mero contesto storico. Ovviamente ho lasciato dei parallelismi fra la sceneggiatura del film e la vicenda reale, perché anche il contesto storico ha la sua importanza, ma quello che volevo era andare oltre la "Storia" per dimostrare che esistono e sempre esisteranno corsi e ricorsi storici.

Molti spettatori sono rimasti molto colpiti dalla violenza presente nel film, qualcuno tanto da doversi allontanare dalla sala. Qual è la vostra opinione sul punto?

Bruno Restuccia: Il problema della vicenda non è tanto il fascismo interno, quanto l'indifferenza di chi sta fuori, di chi pensa che le violenze naziste siano normali o magari non credibili. Bisogna pensare infatti che questo film è stato girato un anno e mezzo prima dei fatti di Abu Grahib, quando nessuno pensava che potessero succedere di nuovo torture del genere. Per quanto riguarda il film comunque la violenza non è mai esplicita, anzi casomai è "a levare", non si vede ma è solamente evocata. Oltre a questo una cosa da apprezzare è che David non ha girato il film come un videoclip, con scene ad effetto solo per scioccare, ma quando posava la macchina da presa in un luogo, questo aveva un suo significato preciso.

David Ballerini: Questo film non è stato girato per far passare un messaggio ideologico, ma casomai uno emotivo nei confronti dell'indifferenza. E' nato per prendere lo spettatore per il colletto e scuoterlo. Non voleva comunque fare della pornografia della violenza, ma anzi non la esibisce con facilità.

Ho molto apprezzato l'aspetto quasi "teatrale" di questo film. Quali sono state le sue scelte registiche in tal senso?

David Ballerini: Nego che questo sia un film d'autore, un film solo introspettivo. E' infatti un film comunque molto movimentato, con scene con molta azione e che rispetta il suo genere, cioè quello carcerario. Per quanto riguarda la teatralità, non penso che questo film sia teatrale. Questo aggettivo richiama spesso infatti alcuni difetti presenti in un film, come una recitazione sopra le righe. Una certa impressione di "teatralità" può essere forse data dal fatto che il film è girato tutto in interni e soprattutto dall'uso che ho fatto di una prospettiva centrale.

Esistono già molti film ispirati al trattamento riservato agli attivisti irlandesi nei carceri inglesi, penso a Nel nome del padre. Ci sono punti di contatto con la sua pellicola?

David Ballerini: Nel nome del padre ha affrontato una storia simile, ma i due film sono molto diversi. Questo perché il film di Jim Sheridan è un film di stampo marcatamente hollywoodiano, quindi che fa spesso fa dei forti compromessi. Il nostro è un film più duro, sia nei contenuti che per lo stile, ha il senso dello spettacolo ma rifiuta questi compromessi; non troverete mai una romantica avvocatessa.
 


Filmografia:


SILENZIO DELL'ALLODOLA, IL (2004)

LA CUCINA (2001) CORTO/SHORT

LA LEGGENDA DI FILIPPO LIPPI (2000) DOCUMENTARIO/DOCUMENTARY

LA BUONA DISCESA (1997) CORTO/SHORT

 


David Ballerini

 

Nato nel 1973, ha girato numerosi cortometraggi, documentari d’arte, filmati istituzionali, spot pubblicitari.
Ha scritto la prima monografia italiana sulla steadycam (Steadycam: una rivoluzione nel modo di fare cinema).

Attualmente sta lavorando a un libro sul cinema mitologico di Pasolini.

La sceneggiatura de Il silenzio dell’allodola ha vinto un premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Il film rappresenta il suo esordio nel lungometraggio.


 

IV.a edizione di Maremetraggio (Luglio 2005 Trieste)

premio per la miglior opera prima è andato a 'Il silenzio dell'allodola' di David Ballerini.

PREMIO IPPOCAMPO al lungometraggio miglior opera prima
Il silenzio dell'allodola di David Ballerini
Per il coraggio dimostrato nel raccontare con sguardo augurale una storia che viene da un'altra cultura rendendola universale e insieme italiana grazie a un cast corale guidato da un magnifico cittadino del mondo come Ivan Franek.


 


Web rassegna

http://www.icine.it/fmm/schedafilm.php?id=21766


http://www.filmscoop.it/film_al_cinema/ilsilenziodellallodola.asp

http://cinema.castlerock.it/film.php/id=4031


http://www.sentieriselvaggi.it/articolo.asp?idarticolo=10896&idramo1=130

http://www.ildue.it/Evasioni/Recensioni/PaginaRecensioni.asp?IDPrimoPiano=1387

http://www.cinemavvenire.it/articoli.asp?IDartic=3788

 







 

 

dal 2008_12_02