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Rassegna cinematografica

Teatro
Auditorium Supercinema di Chieti
Via Spaventa, 30/34 - 66100 Chieti
Tel. 0871 40 14 60
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"i giovedì d'Autore" è una rassegna cinematografica con appuntamenti riservati ai film di qualità esclusi dai circuiti commerciali con particolare riferimento al cinema italiano ed europeo. |
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giovedì 23 febbraio 2006
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Ingresso € 4,00
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Rassegna cinematografica

giovedì 23
febbraio
2006:
Il silenzio dell'allodola
di
David Ballerini
SCHEDA del Film
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Titolo originale: |
Il silenzio dell'allodola |
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Paese: |
Italia |
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Anno: |
2005 |
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Durata: |
96 min. (colore) |
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Genere: |
Drammatico |
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Regia: |
David Ballerini |
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Sceneggiatura: |
David Ballerini |
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Scenografia: |
Marianna Sciveres |
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Soggetto: |
David Ballerini |
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Protagonisti: |
Ivan Franek, Marco Baliani, Flavio Bucci, Anna Maria Gherardi, Roberto Ceccacci, Pietro Ragusa |
| Distribuzione: |
REVOLVER (2005) |
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Costumi: |
Marianna Sciveres |
| Produzione: |
ESPERIA FILM |
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Fotografia: |
Lorenzo Adorisio |
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Montaggio: |
Alessio Focardi |
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Musica: |
Daniele Lombardi, Giorgio Vacchi |
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Formato: |
35 MM (1:2.35), TECHNOVISION |
Sinossi:
La
banalità del male, la vigliaccheria dell’oppressione, l’annientamento dei
diritti dell’uomo sono stati ampiamente rappresentati al cinema. “Il
silenzio dell’allodola”, coraggiosa opera prima del toscano David Ballerini,
analizza tali temi da una prospettiva originale: il film è infatti la
cronaca di un martirio, nella fattispecie quello del nord irlandese Bobby
Sands, impregnata nel mito, in cui la narrazione degli eventi è come
depurata da riferimenti storici, in un’essenza che abbraccia tutti i soprusi
e le torture di sistemi coercitivi.
Con un impianto dichiaratamente teatrale, stilizzato e simbolico, il regista si concentra su ciò che avvenne nei lunghi mesi di prigionia al giovane simpatizzante dell’Ira e ai compagni, le proteste per il mancato riconoscimento dello status di prigionieri politici, il braccio di ferro con l’autorità carceraria: i militanti preferirono la nudità delle celle ghiacciate piuttosto che indossare l’uniforme destinata ai criminali, con la copertura del governo britannico per le palesi violazioni dei diritti civili.
Estrema protesta di Sands e altri compagni lo sciopero della fame portato alle estreme conseguenze.
Ricordiamo che sia Terry Gorge in “Some mother’s son” che Jim Sheridan “Nel nome del padre” si erano occupati delle carcerazioni arbitrarie e delle torture inflitte dal sistema britannico. Ma qui l’approccio è molto diverso; c’è in primo piano la sofferenza dell’uomo che sfida il sistema accettando “di morire per delle idee”; gli aguzzini simboleggiano la servile obbedienza agli ordini superiori e l’applicazione sistematica di metodi oppressivi.
L’autore si attiene alle memorie di Sands che uscirono dal carcere su pezzetti di carta igienica.
La tenuta del
film deve molto anche alla prova offerta dagli attori, in particolare l’intenso
Ivan frane (Brucio nel vento).
Trama:
Bobby Sands veniva
dai quartieri cattolici di Belfast e che come tanti giovani repubblicani
irlandesi degli anni '70 frequentava gli ambienti dell'IRA, il braccio armato
dello Sinn Fein. Come molti di loro Bobby venne arrestato e costretto a
confessare – con una pistola puntata in fronte - un crimine che non aveva
commesso.
Critica:
"L'attore
scoperto da Silvio Soldini, Ivan Franek, è protagonista di una evocazione della
storia di Bobby Sands, il militante dell'Ira irlandese che volontariamente si
lasciò morire in prigione restando senza mangiare per sessantasei giorni e
opponendosi a ogni tentativo di nutrizione coatta. (...) Un film con bravi
interpreti che bisognerebbe assolutamente vedere."
Lietta
Tornabuoni 'La
Stampa', 24 giugno 2005
Critica:
Dopo aver vinto il
"Premio coraggio" a Europa Cinema, esce nelle sale il film d'esordio di David
Ballerini inserendosi in un contesto caro al suo attore protagonista, il Ceko
Ivan Franek, divenuto ormai un vero e proprio tormentone cinematografico dopo
Brucio nel vento di Soldini, Provincia meccanica di Mordini e
Vodka Lemon di Saleem. Questo del 10 giugno 2005 è proprio il weekend di
Franek visto che in sala ne escono ben due di film che lo vedono protagonista,
Il silenzio dell'allodola e Sulla mia pelle. In entrambi i casi si
parla di carcere, ma mentre il secondo è una storia tutta nostra, Il silenzio
dell'allodola è dedicato alla memoria dell'irlandese Bobby Sands,
prigioniero politico morto in carcere nel 1981 in seguito ad uno sciopero della
fame indetto contro le torture carcerarie e portato avanti per sessantasei
giorni. In quegli anni Londra non riconosceva ai carcerati dell'Ira lo status di
prigionieri politici, ma di detenuti comuni. Così Bobby e gli altri mettono in
atto la loro protesta rifiutando di indossare la divisa dei normali carcerati e,
nonostante il freddo - i riscaldamenti venivano sadicamente spenti in inverno ed
accesi in estate - scelgono di restare nudi: «Questo film ricorda da vicino i
recenti orrori di Abu Grahib - precisa il regista - ma è stato girato un anno
prima che quelle immagini fossero mostrate al mondo».
Con i tempi e i luoghi a metà tra la fiction e il docu-film, Ballerini muove la sua macchina da presa all'interno di un vero e proprio macello per esseri umani, un luogo di "resettaggio" della dignità e del concetto stesso di uomo. Franek con i suoi tratti e i suoi occhi profondi e sofferenti è perfetto per la parte, ma viene supportato anche dal bravo Flavio Bucci nei panni dell'inflessibile e cinico direttore del carcere. Il silenzio dell'allodola è un film duro, fastidioso a livello "gastrico": sono ardue da recepire le scene in cui il protagonista, privato di abiti per scelta e di forme di igiene per imposizione, viene costretto a spalmare le sue feci lungo le pareti della cella per poterle smaltire. «Imprigionare un'allodola, simbolo di felicità e libertà, è una cosa crudele», afferma Franek in un monologo che apre il film, poi l'inseguimento, la cattura e la prigionia. Nella evidente immobilità locativa delle carceri il film di Ballerini è costruito sugli attori, tutti inequivocabilmente sopra le righe, e il tema è di quelli che richiamano alla mente film come La caduta, dove ci si domandava se la colpa del nazionalsocialismo fosse addossabile unicamente al singolo Adolf Hitler e non ad una società malata. Forse è il caso di riaprire i libri di storia prima che pagine come questa vengano scritte ancora.
Alessio Sperati
Recensione:
In sala
l'opera prima di David Ballerini. Realizzata con pochi mezzi e molta ispirazione
"Il silenzio dell'allodola", per ricordare Bobby Sands
Davide Turrini
tratto
da Liberazione 14 giugno 2005
Bobby Sands, giovane
repubblicano irlandese che frequentava gli ambienti dell'Ira, morì nelle carceri
della reale Inghilterra, il 5 maggio dell'81. Sessantasei giorni di sciopero
della fame per il detenuto 855321, un ventisettenne accusato di crimini che non
aveva commesso. Caso internazionale dove i diritti del prigioniero vennero
letteralmente cancellati: vessazioni, violenze e deprivazioni di ogni tipo
costrinsero Sands a quell'ultimo gesto. Complice il pugno di ferro della lady,
altrettanto coriacea, Mrs. Thatcher che lo lasciò morire.
David Ballerini che all'epoca dei
fatti aveva sì e no l'età per attraversare la strada da solo, ha preso in mano
le memorie di Sands e ha deciso di farne un film. Camicie nere e manganelli (ma
senza olio di ricino) per i secondini, "Arbeit Macht Frei" scritto sulle pareti
del penitenziario/lager, un direttore del carcere umanamente viscido e
burocraticamente ottuso, per una vicenda che diventa apologo di ogni ingiusta
pena, vissuta con dignità e rispetto per la vita dell'uomo. L'immobilità del
protagonista come nucleo fondante di una poetica, il pauperismo dei mezzi che si
fa vezzo espressionistico e dote stilistica, tre attori che il cinema italiano
non sfrutta mai a dovere (Flavio Bucci, Ivan Franek e un Marco Baliani versione
"Salò" che fa venire i brividi), fanno de "Il silenzio dell'allodola" un film
sentito, vibrante e teso e allo stesso tempo mai pesante e borioso in quei
continui silenzi di un Franek/Sands davvero marcito e spogliato di orpelli da
divo, e i maestosi canti popolari ("O cara mama", "Fa la nana") del coro
Stelutis.
Dice Ballerini della sua opera prima: «La sceneggiatura è stata scritta nel '98,
la prima preparazione è avvenuta nel 2001 e abbiamo finito di montare l'anno
scorso. Siamo andati oltre i mezzi a disposizione, cercando di fare un film
"piccolo" ma forte che fosse in grado di scuotere gli spettatori», e continua,
«è chiaro che non ho voluto girare un film storico o documentaristico: non ho
vissuto quei giorni e non sono nemmeno irlandese, ma proprio questa distanza mi
ha consentito un approccio particolare per mostrare ciò che di universale ed
emblematico c'è nella vicenda di Sands». Torino come set per i rari esterni, due
miliardi di vecchie lire come irrisorio budget, Ballerini dà anche suggerimenti
al veleno sulla gestione del prodotto cinema in Italia: «è un cinema attrezzato
e strutturato come forma mentis per andare in perdita da almeno 40 anni e che
non riesce mai ad oltrepassare i confini di San Marino». D'accordo o non
d'accordo, segnatevi comunque il titolo: ne vale la pena.
Recensione:
La lieve carezza del martirio
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Bobby Sands, irlandese
cattolico, venne arrestato nel 1977 con l'accusa di aver partecipato ad
una sparatoria, costretto a confessare con la minaccia di una pistola
puntata alla fronte. Morì in carcere il 5 maggio 1981, dopo sessantasei
giorni di sciopero della fame, intrapreso per protestare contro la
negazione dello status di prigioniero politico per i militanti dell'Ira. |
Ma subito dopo si sgancia dalla
Storia per intraprendere un discorso più generale sull'oppressione che
l'uomo compie sull'uomo in ragione della cosiddetta difesa della civiltà.
Il regista e sceneggiatore David Ballerini compie attraverso il personaggio
di Bobby (magnificamente interpretato da Ivan Franek, già protagonista di
Brucio nel vento di Soldini) una riflessione più ampia su tutte quelle
occasioni in cui in nome di un'idea si è arrivati ad accanirsi sul prossimo.
Il personaggio di Bobby è quindi isolato, rinchiuso in un utero chiuso, nel
quale i compagni si sentono solamente come voci fantasma, dove quanto
avviene fuori viene eliminato, limitato ad una rapida carrellata di titoli
di giornali.
Il protagonista non è più un personaggio storico in senso stretto e la
pellicola evita così il pericolo di divenire didascalica e documentaristica,
per avventurarsi in un discorso più interessante sul significato del
martirio e della lotta contro un sistema più forte di noi.
Attraverso una regia sapiente e una recitazione ottima di tutti gli elementi
(da citare alcuni volti noti del cinema italiano, Marco Baliani il capo dei
secondini e Flavio Bucci il direttore del carcere), il film sgancia piccole
bombe che colpiscono prima al cuore che allo stomaco, rendendo bene tutte le
violenze subite dal personaggio principale senza però indugiare sulla
voyerismo gratuito e facendo crescere man mano l'indignazione dello
spettatore.
E se a volte si scorgono alcune ingenuità di sceneggiatura, pure si
dimenticano presto, travolti dalla poesia e dall'evocazione delle scene
oniriche, in cui Bobby seppure in catene continua ad essere libero.
Un film da vedere per capire e per tenere d'occhio un interessantissimo
giovane autore.
Elena
Da Prato (tratto da
http://cinema.castlerock.it/recensioni.php/id=1240)
Recensione:
Il silenzio
dell’allodola
I giorni dell’IRA negata
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Non sarà certo un film come
Il silenzio dell’allodola a schiarire tutti i dubbi e i nodi
più scabrosi in merito alla "questione nordirlandese". È chiaro, un
argomento – o meglio, un "Sistema" di argomenti – come questo, su cui
sono già stati spesi tanti fiumi di inchiostro e altrettanti torrenti di
sangue, non può essere esaurito in un’ora e mezza di surrogato
teatral-cinematografico, pur prendendo quest’ultimo spunto da una
vicenda realmente accaduta e tristemente nota – al punto di assurgere a
simbolo della lotta di liberazione dell’Ulster – come quella di Bobby
Sands: giovane poeta "di protesta", incarcerato senza alcun vero motivo,
sottoposto a sevizie e angherie, morto nel 1981 dopo sessanta giorni di
sciopero della fame. Proprio per questo David Ballerini, autore della
potente pièce per il palcoscenico e della sua trasposizione per il
grande schermo, ha deciso saggiamente di concentrarsi sul versante
intimo, persino ossessivo, della vicenda, incollandosi alla figura di
Bobby e condividendo con lui azioni, ossessioni, incubi, deliri,
allucinazioni. |
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ma è indubbio che il film di
Ballerini, nel suo pervicace insistere sull’entropia della figura e della
psiche di Bobby Sands, proietti sullo spettatore (quasi) lo stesso disagio
del protagonista; più che "intimo", addirittura "osceno", nel suo accogliere
il fuoricampo del non-raccontabile; e non ci si riferisce, con questo, ai
momenti più cruenti della detenzione di Bobby (che invece, come si dirà più
avanti, rivestono un ruolo abbastanza marginale nell’economia del racconto),
ma alla penetrazione violenta della psiche di un uomo, il luogo per
antonomasia inaccessibile all’altro.
Bobby Sands uomo prima ancora che emblema, dunque, sebbene la concentrazione
della vicenda in un unico ambiente – peraltro letteralmente occultato allo
sguardo della cosiddetta "civiltà", e dunque più immaginato che esperito
empiricamente, come è quello del carcere – renda l’apparato visivo del film
quasi astratto. Il deterioramento dell’uomo, il deterioramento dello scarno
ambiente che lo ospita suo malgrado, la sua cella che poco a poco si riempie
di escrementi, spalmati sulla parete sotto la minuscola finestra come
un’involontaria, grottesca opera di action-painting. Proprio questa
combinazione, solo apparentemente ossimorica, di astrazione nella messa in
scena e umanesimo "estremo" fa di Il silenzio dell’allodola
un’operazione quasi teorica almeno su due fronti. Da una parte, (di)mostra
come una trasposizione al cinema di un’opera teatrale sia ben altro che non
il famigerato "teatro filmato": essa è soprattutto un lavoro sul perimetro
della messa in scena, la determinazione esatta e precisa del campo e – di
riflesso – del fuoricampo; i pestaggi e le sevizie cui viene sottoposto
Bobby avvengono spesso oltre i limiti del fotogramma, e quando vengono messi
in scena essi raramente raggiungono il loro climax, piuttosto sembrano
alludere sempre a un "peggio" che deve ancora arrivare, e non arriva mai.
Dall’altra, Il silenzio dell’allodola viaggia sul crinale che
divide realismo e astrazione, in una sorta di continuo doppio gioco, quasi a
sottintendere che, facendo salire contemporaneamente il "volume" dell’uno e
dell’altra, tale confine finisce per svanire. E in tale modo, negando in
continuazione l’apertura (quella si "oscena") palese nei confronti del
problema-IRA, ne lascia avvertire in maniera ancora più violenta il "peso"
in absentia.
Ultima menzione per lo straniato (e anche per questo efficace) parco-attori:
se Iván Franek (che fa il detenuto anche in Sulla mia pelle, più
vecchio di due anni ma quanto a uscita nelle sale quasi contemporaneo del
film di Ballerini: quando si dice avere il physique du rôle...),
malgrado la scarsa credibilità fisiognomica come irlandese, mostra
un’adesione al ruolo quasi totalizzante, e Marco Baliani è gelido ed
efficacissimo nella parte del secondino bastardo, sorprende la performance
di Flavio Bucci, capello lungo e sguardo torvo, nella parte del direttore
del carcere: non si capisce se si tratti di una grande interpretazione
mancata o di un clamoroso caso di miscasting, ma di sicuro non passa
inosservato.
Sergio Di Lino
(tratto da
http://www.cinemavvenire.it/articoli.asp?IDartic=3788)
Il silenzio dell'allodola
Lo spazio cinematografico di una cella
Dopo aver vinto il "Premio coraggio" a Europa Cinema, esce nelle sale il film d'esordio di David Ballerini inserendosi in un contesto caro al suo attore protagonista, il Ceko Ivan Franek, divenuto ormai un vero e proprio tormentone cinematografico dopo Brucio nel vento di Soldini, Provincia meccanica di Mordini e Vodka Lemon di Saleem. Questo del 10 giugno 2005 è proprio il weekend di Franek visto che in sala ne escono ben due di film che lo vedono protagonista, Il silenzio dell'allodola e Sulla mia pelle. In entrambi i casi si parla di carcere, ma mentre il secondo è una storia tutta nostra, Il silenzio dell'allodola è dedicato alla memoria dell'irlandese Bobby Sands, prigioniero politico morto in carcere nel 1981 in seguito ad uno sciopero della fame indetto contro le torture carcerarie e portato avanti per sessantasei giorni. In quegli anni Londra non riconosceva ai carcerati dell'Ira lo status di prigionieri politici, ma di detenuti comuni. Così Bobby e gli altri mettono in atto la loro protesta rifiutando di indossare la divisa dei normali carcerati e, nonostante il freddo - i riscaldamenti venivano sadicamente spenti in inverno ed accesi in estate - scelgono di restare nudi: «Questo film ricorda da vicino i recenti orrori di Abu Grahib - precisa il regista - ma è stato girato un anno prima che quelle immagini fossero mostrate al mondo».
Con i tempi e i luoghi a metà tra la fiction e il docu-film, Ballerini muove la sua macchina da presa all'interno di un vero e proprio macello per esseri umani, un luogo di "resettaggio" della dignità e del concetto stesso di uomo. Franek con i suoi tratti e i suoi occhi profondi e sofferenti è perfetto per la parte, ma viene supportato anche dal bravo Flavio Bucci nei panni dell'inflessibile e cinico direttore del carcere. Il silenzio dell'allodola è un film duro, fastidioso a livello "gastrico": sono ardue da recepire le scene in cui il protagonista, privato di abiti per scelta e di forme di igiene per imposizione, viene costretto a spalmare le sue feci lungo le pareti della cella per poterle smaltire. «Imprigionare un'allodola, simbolo di felicità e libertà, è una cosa crudele», afferma Franek in un monologo che apre il film, poi l'inseguimento, la cattura e la prigionia. Nella evidente immobilità locativa delle carceri il film di Ballerini è costruito sugli attori, tutti inequivocabilmente sopra le righe, e il tema è di quelli che richiamano alla mente film come La caduta, dove ci si domandava se la colpa del nazionalsocialismo fosse addossabile unicamente al singolo Adolf Hitler e non ad una società malata. Forse è il caso di riaprire i libri di storia prima che pagine come questa vengano scritte ancora.
Alessio Sperati (tratto da http://www.reflections.it/film/S/silenziodellallodola/recensione.htm)
Recensione:
La lieve carezza del martirio
Avvalendosi di una regia energica e di una recitazione equilibrata, il film
colpisce in modo epidermico, mostrando efficacemente tutte le violenze subite
dal personaggio principale.
Il mito cui si allude nel titolo di questo film è quello di un ragazzo, Bobby Sands, che come tanti altri giovani repubblicani irlandesi degli anni '70 frequentava gli ambienti dell' IRA. Come molti, Bobby viene arrestato, costretto a confessare un crimine che non aveva commesso, e sbattuto in isolamento. Il regista e sceneggiatore David Ballerini compie attraverso il personaggio di Bobby (Ivan Franek, già protagonista di Brucio nel vento di Soldini) una riflessione più ampia su tutte quelle occasioni in cui in nome di un'ideologia si finisce per accanirsi sul prossimo puntando al suo annientamento.
Attraverso la trasfigurazione filmica il protagonista non è più un personaggio storico in senso stretto e la pellicola evita così il pericolo di divenire didascalica e documentaristica, per avventurarsi in un discorso più interessante sul significato del martirio e della lotta contro un certo sistema. Avvalendosi di una regia energica e di una recitazione equilibrata, il film colpisce in modo epidermico, mostrando con efficacia tutte le violenze subite dal personaggio principale e contribuendo a far crescere l'indignazione dello spettatore. Ballerini sfuma il fatto storico, lascia da parte la tentazione documentaristica e gioca il senso della messa in scena nell’alternanza di corpo e volti, nella cronologia di un racconto di vita vissuta.
Come lo stesso regista ha infatti recentemente dichiarato: “La storia di Bobby Sands in verità è la storia di un uomo che è voluto diventare un mito, un martire morto per dichiarare la propria verità. Per questo ho posto tutta la vicenda al di fuori del mero contesto storico. Ovviamente ho lasciato dei parallelismi fra la sceneggiatura del film e la vicenda reale, perché anche il contesto storico ha la sua importanza, ma quello che volevo era andare oltre la "Storia"…
Giorgia
Bernoni (tratto da
http://www.sentieriselvaggi.it/articolo.asp?idarticolo=10896&idramo1=130)
Intervista:
David Ballerini “Il
silenzio dell’allodola”
a cura di Mario Mazzetti
Cronaca
di un martirio. Per il suo esordio nel lungometraggio, il toscano David
Ballerini (“una lunga gavetta vecchio stile nel cinema, tra tanti mestieri sul
set, saggi e cortometraggi”) ha attinto alle memorie di Bobby Sands, il
simpatizzante dell’Ira morto in carcere dopo 66 giorni di sciopero della fame e
assurto a simbolo della lotta contro i soprusi e la privazione dei diritti
fondamentali. Un film coraggioso, paradigmatico, con Ivan Franek (“Brucio nel
vento”), Marco Baliani e Flavio Bucci, recentemente premiato al Festival
EuropaCinema di Viareggio.
Come hai avuto l’ispirazione per realizzare il film e perché
Bobby Sands, oggi?
L’ispirazione è venuta dalla lettura delle sue memorie, una lettura sconvolgente. Si fa fatica a immaginare che un essere umano possa sopravivere in quelle condizioni, anche a un livello meramente biologico, figuriamoci che riesca a difendere la propria dignità e la propria libertà. È sconvolgente anche pensare che queste cose siano avvenute in Europa nell’81: tendenzialmente si immagina che dopo la parentesi terribile del nazismo certe cose siano scomparse dall’Europa, che magari possano accadere in Argentina, in Sudafrica, in Medio Oriente. L’attualità è legata al carattere emblematico della storia: Bobby Sands è anche un martire, un simbolo. Quando abbiamo visto le foto di Abu Ghraib ci è preso un colpo, sembravano foto di scena del nostro film, che però è stato girato prima. La storia purtroppo si ripete, non si impara mai abbastanza.
Quanto assomiglia il personaggio del film al vero Bobby Sands?
Abbastanza, anche se, avendo decontestualizzato la storia, sono venuti meno molti riferimenti a quello che era il suo vissuto fuori dal carcere. Era un poeta, ha scritto articoli, canzoni, anche se in Italia sono state pubblicate solo le memorie. Molto orientato politicamente, come molti filorepubblicani irlandesi era al contempo cattolico e marxista, parlava esplicitamente di rivoluzione armata del proletariato. A me interessava non tanto la dimensione politica del personaggio, quanto sottolineare il suo spessore umano, perché alla fine non è un film sulla questione irlandese, ma un film che tenta di affrontare delle domande più radicali: cos’è la libertà, cos’è la dignità dell’uomo? La storia è universalizzata, abbiamo scelto di ricostruirla sulla base del mito, in questo caso quello di Giovanni Battista. Da non credente avrei preferito scegliere un mito classico, però la cultura cattolica è la nostra cultura, e colui che precede e prepara Cristo è Giovanni Battista: non per nulla la sua è la storia di un uomo che muore in carcere per difendere la propria verità.
Quali reazioni ha suscitato il film a Europa Cinema di Viareggio?
Ho ricevuto una marea di complimenti, cosa che mi ha gratificato e ripagato di cinque anni di sacrifici, perché questo film ha una storia lunghissima e travagliata. E poi l’apprezzamento di due figure importanti, Diletta D’Andrea Gassman e Liv Ullman: l’una ha assegnato al film il premio della Fondazione Gassman intitolato al coraggio, la Ullman mi è venuta a cercare di persona per dirmi che questo film l’aveva talmente emozionata che non era riuscita a dormire. Pur con le sue imperfezioni era forse il film che osava di più, la messa in scena più dura vista al festival.
In attesa del giudizio del pubblico in sala, che sensazioni hai
del mercato italiano?
Nelle anteprime il pubblico ci ha fermato per complimentarsi, ma anche per saperne di più, dunque l’esito sembra molto positivo. Devo però dire che alcune grosse case di distribuzione italiane, davanti alla proposta del film non dico che l’abbiano scartato, cosa legittima, ma l’hanno scartato senza vederlo, con risposte del tipo “film italiano drammatico? Allora non ci interessa!”. Bè, vedilo, anche perché nella commistione tra impegno ed elementi di genere, anche d’azione, c’è comunque l’ambizione di trasmettere emozioni, di inchiodare lo spettatore pur mandando messaggi politici o umanitari. Non è una novità affermare che il cinema italiano è in un momento di forte confusione, se prima si produceva poco oggi si produce ancora meno. A Roma c’è una battuta: “hai fatto due film in uno, il primo e l’ultimo”. C’è un atteggiamento di sfiducia indiscriminata: anche un film come questo, pur nel suo piccolo budget, cerca di percorrere una via che non rinuncia al cinema, all’intrattenimento.
Come è stato il lavoro con gli attori?
Magnifico, una grande soddisfazione. Ivan Franek è veramente straordinario, uno dei più quotati attori giovani a livello europeo, attende soltanto l’occasione giusta per esplodere. Marco Baliani è assolutamente sottostimato dal cinema italiano, credo che abbia fatto solo un altro paio di film in ruoli di buon padre di famiglia. Qui è un terribile cattivo, e dimostra di poter essere utilizzato molto più efficacemente.
Due parole sul titolo.
La favola dell’allodola, con cui il film inizia, viene raccontata dallo stesso Sands come metafora di se stesso, un essere imprigionato che, come l’allodola, preferisce lasciarsi morire piuttosto che rinunciare alla propria dignità e libertà.
Le immagini d’archivio, le prime pagine d’epoca erano già nella
sceneggiatura?
No, è un’idea che è venuta
dopo, lavorando al film. In realtà la sceneggiatura era ancor più chiusa, è
stato uno stimolo della produzione, di creare degli addentellati, dei
riferimenti più forti al reale, e si è trattato in effetti di una scelta
opportuna.
Intervista:
Parla il regista de
Il silenzio dell'allodola
a cura di Elena Da Prato (tratto da http://cinema.castlerock.it/interviste.php/id=1242)
David Ballerini ha presentato a Viareggio
il suo film incentrato sulla figura del martire irlandese Bobby Sands. Con lui
in conferenza stampa, il produttore Bruno Restuccia.
Buongiorno. Assistendo al suo film Il silenzio dell'allodola si notano
moltissime analogie fra come viene dipinta la posizione dell'Inghilterra in
Irlanda e la dittatura nazista, soprattutto il fatto che i secondini del carcere
portino camicie nere o come la scritta che appare nei sogni del protagonista,
che rimanda al motto all'ingresso del campo di concentramento di Auschwitz. Ci
può parlare di questo aspetto?
David Ballerini: Si,
ovviamente abbiamo usato molte analogie fra il nazismo e l'oppressione
britannica in Irlanda, anche se paradossalmente il colore della camicia dei
secondini è un dato storico, portavano veramente camicie nere. Tutto questo
risponde ad una scelta precisa, cioè al fatto che non volevo fare un film
propriamente storico. Questo perché data anche la mia giovane età (è nato nel
1973: N.D.R.) la storia di Bobby Sands l'ho scoperta sui libri. Inoltre secondo
me solo gli irlandesi potrebbero avere il diritto di fare un film di taglio
documentaristico su questo personaggio.
Il film è girato interamente
all'interno della prigione, senza mai esaminare quello che succede al di fuori
di quelle mura. Perché questa scelta?
David Ballerini: La storia di Bobby
Sands in verità è la storia di un uomo che è voluto diventare un mito, un
martire morto per dichiarare la propria verità. Per questo ho posto tutta la
vicenda al di fuori del mero contesto storico. Ovviamente ho lasciato dei
parallelismi fra la sceneggiatura del film e la vicenda reale, perché anche il
contesto storico ha la sua importanza, ma quello che volevo era andare oltre la
"Storia" per dimostrare che esistono e sempre esisteranno corsi e ricorsi
storici.
Molti spettatori sono rimasti molto colpiti dalla violenza presente nel film,
qualcuno tanto da doversi allontanare dalla sala. Qual è la vostra opinione sul
punto?
Bruno Restuccia: Il problema della
vicenda non è tanto il fascismo interno, quanto l'indifferenza di chi sta fuori,
di chi pensa che le violenze naziste siano normali o magari non credibili.
Bisogna pensare infatti che questo film è stato girato un anno e mezzo prima dei
fatti di Abu Grahib, quando nessuno pensava che potessero succedere di nuovo
torture del genere. Per quanto riguarda il film comunque la violenza non è mai
esplicita, anzi casomai è "a levare", non si vede ma è solamente evocata. Oltre
a questo una cosa da apprezzare è che David non ha girato il film come un
videoclip, con scene ad effetto solo per scioccare, ma quando posava la macchina
da presa in un luogo, questo aveva un suo significato preciso.
David Ballerini: Questo film non è
stato girato per far passare un messaggio ideologico, ma casomai uno emotivo nei
confronti dell'indifferenza. E' nato per prendere lo spettatore per il colletto
e scuoterlo. Non voleva comunque fare della pornografia della violenza, ma anzi
non la esibisce con facilità.
Ho molto apprezzato l'aspetto quasi "teatrale" di questo film. Quali sono
state le sue scelte registiche in tal senso?
David Ballerini: Nego che questo sia
un film d'autore, un film solo introspettivo. E' infatti un film comunque molto
movimentato, con scene con molta azione e che rispetta il suo genere, cioè
quello carcerario. Per quanto riguarda la teatralità, non penso che questo film
sia teatrale. Questo aggettivo richiama spesso infatti alcuni difetti presenti
in un film, come una recitazione sopra le righe. Una certa impressione di
"teatralità" può essere forse data dal fatto che il film è girato tutto in
interni e soprattutto dall'uso che ho fatto di una prospettiva centrale.
Esistono già molti film ispirati al trattamento riservato agli attivisti
irlandesi nei carceri inglesi, penso a Nel nome del padre. Ci sono punti di
contatto con la sua pellicola?
David Ballerini: Nel nome del padre
ha affrontato una storia simile, ma i due film sono molto diversi. Questo perché
il film di Jim Sheridan è un film di stampo marcatamente hollywoodiano, quindi
che fa spesso fa dei forti compromessi. Il nostro è un film più duro, sia nei
contenuti che per lo stile, ha il senso dello spettacolo ma rifiuta questi
compromessi; non troverete mai una romantica avvocatessa.
Filmografia:
SILENZIO DELL'ALLODOLA, IL (2004)
LA CUCINA (2001) CORTO/SHORT
LA LEGGENDA DI FILIPPO LIPPI (2000) DOCUMENTARIO/DOCUMENTARY
LA BUONA DISCESA (1997) CORTO/SHORT
David Ballerini
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Nato nel 1973, ha girato numerosi cortometraggi,
documentari d’arte, filmati istituzionali, spot pubblicitari. |
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IV.a edizione di Maremetraggio (Luglio 2005 Trieste)
premio per la miglior opera prima è andato a 'Il silenzio dell'allodola'
di David Ballerini. |
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Web rassegna
http://www.icine.it/fmm/schedafilm.php?id=21766
http://www.filmscoop.it/film_al_cinema/ilsilenziodellallodola.asp
http://cinema.castlerock.it/film.php/id=4031
http://www.sentieriselvaggi.it/articolo.asp?idarticolo=10896&idramo1=130
http://www.ildue.it/Evasioni/Recensioni/PaginaRecensioni.asp?IDPrimoPiano=1387
http://www.cinemavvenire.it/articoli.asp?IDartic=3788


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dal 2008_12_02 |
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